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Daniela Preziosi
Marrazzo cede i poteri Il Pdl minaccia ricorsi
Le luci del giorno più lungo si spengono nei saloni di Villa Piccolomini. Piero Marrazzo, dopo aver annunciato la sua «autosospensione» da tutto - funzione, indennità, benefit - e conferito al vicepresidente Esterino Montino la delega ad assumere la provvisoria responsabilità di governo e di rappresentanza ai sensi della normativa vigente dei suoi, nella notte resta là a raccogliersi. A raccogliere quel che resta di sé nella principesca residenza sull'Aurelia Antica, sede di rappresentanza della regione Lazio. Location bella e persino inquietante, destinata per testamento dal Conte Nicolò a «una casa di riposo per artisti drammatici indigenti». Dall'altra parte della villa, le suore devote a Maddalena di Canossa, le figlie della carità. Il mondo si è rovesciato, chi gli sta vicino - e ormai sono pochissimi - riferisce che il giorno prima ha ricevuto una telefonata di solidarietà dalla Russia: Silvio Berlusconi. A Marrazzo è toccata anche quella.
Nel suo giorno più lungo, l'ormai ex governatore del Lazio si tiene a distanza dagli uffici di via Cristoforo Colombo, dove parte del suo staff ha continuato a lavorare. Lì, di buon mattino si sono riuniti i suoi consiglieri di maggioranza con la giunta. Poi una delegazione composta da Montino e dal presidente della consiglio regionale, Bruno Astorre, va a parlarci. Dopo quest'incontro, quando Montino riceve la reggenza, dal centrosinistra si sprecano i complimenti. Montino stesso userà parole di apprezzamento per «il coraggio» del gesto, a lui si accoderanno tutti i big del Pd (tranne Dario Franceschini). In mezzo c'è un colloquio drammatico, un confronto a volte anche duro, un governatore confuso, provato, fisicamente sofferente, non convinto di farsi da parte. Il pressing unanime gli arriva dai vertici del partito nazionale, oltreché da quello romano. Riferisce Montino: «L'impatto è stato durissimo, però Piero ha la forza di reagire e soprattutto ha quella intelligenza che lo portano ad evitare di mescolare pubblico e privato. Vuole fare un percorso condiviso con la maggioranza in regione e questo gli fa onore. Spero non lasci la politica». Ma sono parole, gesti di riguardo. Nel Pd sotto shock a microfoni spenti resta la comprensione umana ma monta la rabbia per una gestione politica spericolata. Ora la strada del voto di marzo è tutta in salita, in una regione che già la destra aveva indicato come prescelta per la sfida elettorale. Scartata l'ipotesi di un superbig che si immola, come Veltroni, che non ci pensa proprio, la parola d'ordine è «primarie». «Diamo la parola ai nostri elettori» per il franceschiniano Roberto Morassut, favorito alla segreteria del Pd Lazio nelle primarie di oggi, «primarie» per Alessandro Mazzoli, il suo sfidante bersaniano. Primarie anche per il resto della coalizione. Da Sinistra e Libertà, per esempio, si fa il nome dell'assessore Luigi Nieri.
Eppure da ambienti diversi, sempre di casa democratica, arrivano altri ragionamenti. Non c'è la ressa di candidati che hanno voglia di intestarsi una battaglia a forte rischio di sconfitta, tanto più che la destra ha intenzione di schierare contro la popolare sindacalista Renata Polverini. Difficile immaginare le primarie, meglio individuare un nome al quale chiedere un passo avanti. Scartato David Sassoli, appena eletto all'europarlamento - ma anche per interrompere la serie dei candidati televisivi, Badaloni-Marrazzo - Enrico Gasbarra, l'ex presidente della provincia, è quello che più ricorre. Ieri ha smentito interessamento alla carica. Ma non è detto che, se richiesto da molti, non ci ripenserebbe. Paradossalmente, il macigno del caso Marrazzo ha riaperto la possibilità dell'alleanza con l'Udc, che fin qui chiedeva un «segno di discontinuità»: tradotto, via Marrazzo. Ora che Marrazzo non c'è più, si potrebbe persino pensare a un candidato cattolico ma democratico, che possa unire culture diverse. Come, per esempio, Andrea Riccardi, l'autorevole presidente della comunità di Sant'Egidio. Di un «non Pd» parla esplicitamente Guido Milana, ex consigliere ora europarlamentare. Le primarie, nel caso, si dovrebbero svolgere entro gennaio. Il tempo è stretto, e quel poco che c'è è stato guadagnato da Marrazzo con la scelta dell'autosospensione. Tecnicamente le dimissioni obbligherebbero la regione a votare entro 90 giorni. Ma di votare subito non se ne parla: gli assessori parlano di «senso di responsabilità», il collega Vasco Errani di «senso delle istituzioni», idem i consiglieri. Dopo un po' si smarcherà Dario Franceschini. L'autosospensione, articolo 45 comma 2 dello Statuto regionale, prevede la sostituzione con il vicepresidente e lascia in carica giunta, consiglio e uffici. C'è il precedente di D'Alfonso, a Pescara: indagato, arrestato, ha depositato un certificato medico che attestava il suo impedimento al lavoro. Dettagli tecnici, come la questione sanità: Marrazzo era anche commissario nominato dal governo per mettere a punto il piano di rientro del deficit.
Ma la destra laziale attacca a testa bassa: solidarizza con l'uomo, ma al presidente chiede dimissioni. Le chiedono tutti i consiglieri regionali. Con l'autosospensione, spiega Donato Robilotta, Pdl, «da un punto di vista della legge il presidente resta Marrazzo, sino alle sue dimissioni, e gli atti amministrativi del presidente può firmarli solo lui». La supplenza del vicepresidente «è prevista solo nei casi di rimozione, decadenza, impedimento permanente e morte del presidente, casi che portano allo scioglimento automatico del consiglio. È evidente che la strada scelta dalla maggioranza è tutta politica per evitare lo scioglimento anticipato del consiglio e prendere tempo per arrivare alla scadenza di marzo, in modo da far maturare la candidatura centrista che permetta di chiudere l'accordo con l'Udc».
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è l'unico che vuole davvero cambiare la vecchia politica. Ma il vittimismo e l'andar dietro al più forte possono toccare ovunque, dove non si crede al nuovo e si è perso il coraggio 21-10-2009 21:34 - Alberto Frattini
Ho capito "dall'interno" l'andazzo e questa volta sto a casa. Se si vuole ricostruire la sinistra NESSUN esponente di "questo" PD ha le capacità per farlo e la statura politica. Anche la Bindi, nel momento della resa dei conti "fa l'accordo" (ah... quante volte l'ho sentito dire neo momenti decosovo!) Non vogliono cambiare perché il cambiamento distruggerebbe la struttura che li mantiene (nel senso che procura loro la pagnotta). Meglio a picco subito, che una morte lenta intanto che la destra imperversa... 21-10-2009 21:22 - mariangela
ecco qui una grande occasione per cambiare veramente le cose, invece che facciamo assistiamo. Questa volta abbiamo l'alternativas ed è Marino. Smettiamo di eserre tafazziani e andiamo a votare alle primarie e votiamo Marino. 21-10-2009 21:14 - cinzia dicorato