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FUORIPAGINA
24/10/2009
  •   |   Daniela Preziosi
    Marrazzo cede i poteri Il Pdl minaccia ricorsi

    Le luci del giorno più lungo si spengono nei saloni di Villa Piccolomini. Piero Marrazzo, dopo aver annunciato la sua «autosospensione» da tutto - funzione, indennità, benefit - e conferito al vicepresidente Esterino Montino la delega ad assumere la provvisoria responsabilità di governo e di rappresentanza ai sensi della normativa vigente dei suoi, nella notte resta là a raccogliersi. A raccogliere quel che resta di sé nella principesca residenza sull'Aurelia Antica, sede di rappresentanza della regione Lazio. Location bella e persino inquietante, destinata per testamento dal Conte Nicolò a «una casa di riposo per artisti drammatici indigenti». Dall'altra parte della villa, le suore devote a Maddalena di Canossa, le figlie della carità. Il mondo si è rovesciato, chi gli sta vicino - e ormai sono pochissimi - riferisce che il giorno prima ha ricevuto una telefonata di solidarietà dalla Russia: Silvio Berlusconi. A Marrazzo è toccata anche quella.
    Nel suo giorno più lungo, l'ormai ex governatore del Lazio si tiene a distanza dagli uffici di via Cristoforo Colombo, dove parte del suo staff ha continuato a lavorare. Lì, di buon mattino si sono riuniti i suoi consiglieri di maggioranza con la giunta. Poi una delegazione composta da Montino e dal presidente della consiglio regionale, Bruno Astorre, va a parlarci. Dopo quest'incontro, quando Montino riceve la reggenza, dal centrosinistra si sprecano i complimenti. Montino stesso userà parole di apprezzamento per «il coraggio» del gesto, a lui si accoderanno tutti i big del Pd (tranne Dario Franceschini). In mezzo c'è un colloquio drammatico, un confronto a volte anche duro, un governatore confuso, provato, fisicamente sofferente, non convinto di farsi da parte. Il pressing unanime gli arriva dai vertici del partito nazionale, oltreché da quello romano. Riferisce Montino: «L'impatto è stato durissimo, però Piero ha la forza di reagire e soprattutto ha quella intelligenza che lo portano ad evitare di mescolare pubblico e privato. Vuole fare un percorso condiviso con la maggioranza in regione e questo gli fa onore. Spero non lasci la politica». Ma sono parole, gesti di riguardo. Nel Pd sotto shock a microfoni spenti resta la comprensione umana ma monta la rabbia per una gestione politica spericolata. Ora la strada del voto di marzo è tutta in salita, in una regione che già la destra aveva indicato come prescelta per la sfida elettorale. Scartata l'ipotesi di un superbig che si immola, come Veltroni, che non ci pensa proprio, la parola d'ordine è «primarie». «Diamo la parola ai nostri elettori» per il franceschiniano Roberto Morassut, favorito alla segreteria del Pd Lazio nelle primarie di oggi, «primarie» per Alessandro Mazzoli, il suo sfidante bersaniano. Primarie anche per il resto della coalizione. Da Sinistra e Libertà, per esempio, si fa il nome dell'assessore Luigi Nieri.
    Eppure da ambienti diversi, sempre di casa democratica, arrivano altri ragionamenti. Non c'è la ressa di candidati che hanno voglia di intestarsi una battaglia a forte rischio di sconfitta, tanto più che la destra ha intenzione di schierare contro la popolare sindacalista Renata Polverini. Difficile immaginare le primarie, meglio individuare un nome al quale chiedere un passo avanti. Scartato David Sassoli, appena eletto all'europarlamento - ma anche per interrompere la serie dei candidati televisivi, Badaloni-Marrazzo - Enrico Gasbarra, l'ex presidente della provincia, è quello che più ricorre. Ieri ha smentito interessamento alla carica. Ma non è detto che, se richiesto da molti, non ci ripenserebbe. Paradossalmente, il macigno del caso Marrazzo ha riaperto la possibilità dell'alleanza con l'Udc, che fin qui chiedeva un «segno di discontinuità»: tradotto, via Marrazzo. Ora che Marrazzo non c'è più, si potrebbe persino pensare a un candidato cattolico ma democratico, che possa unire culture diverse. Come, per esempio, Andrea Riccardi, l'autorevole presidente della comunità di Sant'Egidio. Di un «non Pd» parla esplicitamente Guido Milana, ex consigliere ora europarlamentare. Le primarie, nel caso, si dovrebbero svolgere entro gennaio. Il tempo è stretto, e quel poco che c'è è stato guadagnato da Marrazzo con la scelta dell'autosospensione. Tecnicamente le dimissioni obbligherebbero la regione a votare entro 90 giorni. Ma di votare subito non se ne parla: gli assessori parlano di «senso di responsabilità», il collega Vasco Errani di «senso delle istituzioni», idem i consiglieri. Dopo un po' si smarcherà Dario Franceschini. L'autosospensione, articolo 45 comma 2 dello Statuto regionale, prevede la sostituzione con il vicepresidente e lascia in carica giunta, consiglio e uffici. C'è il precedente di D'Alfonso, a Pescara: indagato, arrestato, ha depositato un certificato medico che attestava il suo impedimento al lavoro. Dettagli tecnici, come la questione sanità: Marrazzo era anche commissario nominato dal governo per mettere a punto il piano di rientro del deficit.
    Ma la destra laziale attacca a testa bassa: solidarizza con l'uomo, ma al presidente chiede dimissioni. Le chiedono tutti i consiglieri regionali. Con l'autosospensione, spiega Donato Robilotta, Pdl, «da un punto di vista della legge il presidente resta Marrazzo, sino alle sue dimissioni, e gli atti amministrativi del presidente può firmarli solo lui». La supplenza del vicepresidente «è prevista solo nei casi di rimozione, decadenza, impedimento permanente e morte del presidente, casi che portano allo scioglimento automatico del consiglio. È evidente che la strada scelta dalla maggioranza è tutta politica per evitare lo scioglimento anticipato del consiglio e prendere tempo per arrivare alla scadenza di marzo, in modo da far maturare la candidatura centrista che permetta di chiudere l'accordo con l'Udc».


I COMMENTI:
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  • O così o pomì, è questa la tragica sorte che in questo momento storico si subisce.
    O PDL O PD.
    Se non scegli uno c'è l'altro.
    Bella democrazia.
    CHE FARE?
    Credo che la prima cosa sia quella di non sentirsi obbigati.Si elegge chi ti rappresenta.
    Mi raccomando donne votate con rigore e non il più bello. 21-10-2009 20:13 - maria
  • Caro manifesto, a adesso siamo alle ultime battute del battage sulle
    primarie del Pd: votate, votate, perché sarà comunque un grande
    momento di partecipazione democratica e anche se non vi convince
    nessuno dei candidati e non siete neppure elettori di quel partito una
    grande affluenza sarà un segnale importante per «l’unico eletto dal
    popolo» Silvio Berlusconi. Risiamo al voto utile? Utile a chi, a
    Franceschini che ha preso da Veltroni il testimone della «vocazione
    maggioritaria» perché «mai più» coalizioni da Mastella a Rifondazione
    solo in nome dell’antiberlusconismo? E allora perché ora in nome
    dell’antiberlusconismo dovrei dare il mio voto, fosse pure una scheda
    bianca, a chi ha già fatto di tutto per buttare fuori la sinistra dal
    parlamento italiano? Ma come, si dirà, c’è Bersani che invece vuole
    riaprire le alleanze anche a sinistra e archiviare il partito
    leggero... Facciamo sentire domenica la voce del popolo che non è solo
    quello «della libertà», mettiamo tante schede nelle urne, pure
    bianche, e, dopo il bagno mediatico, diamo pure carta bianca al nuovo
    segretario per una bella alleanza con l’Udc, quelli che brandiscono la
    Costituzione più che per fermare Silvio per fermare una legge contro
    l’omofobia. Del resto queste primarie non convincono nemmeno un bel
    pezzo di Pd. Il segretario di un partito lo sceglie il partito, gli
    iscritti, i militanti, magari i simpatizzanti...Ma siamo
    democratici, un partito aperto, facciamoci dire pure dai forzisti, dai
    leghisti, da forza nuova quale Pd vorrebbero avere, quale segretario
    farebbe più comodo... votino tutti. Rispettiamo il Pd, invece. Non
    «inquiniamo» le primarie di domenica.
    Simonetta, Catania 21-10-2009 19:37 - simonetta
  • Andrò alle primarie. Voterò Franceschini. Stop. Sento già le obiezioni
    dei compagni: ma è un ex democristiano. Con quel che ne consegue.
    Onestamente, bisogna ammettere che il nodo dei “cattolici” dentro il
    pd è del tutto trasversale alle passate biografie politiche dei suoi
    interpreti: anzi, è “il problema” di tutto il pd e in generale di
    tutta la politica di questo paese. Temo perciò che le obiezioni dei
    compagni siano obiezioni antropologiche, del tipo: “è un
    chierichetto”, “puzza di sagrestia”. E mi sta bene. Ma ripeto: se di
    questo parliamo ho sufficiente esperienza politica e rispetto per la
    storia del partito comunista da considerare Bersani e il suo
    principale sponsor D'Alema (taccio sugli endorsement ricevuti da Bossi
    e da Comunione e Liberazione) tutt'altro che degli eredi delle Guardie
    Rosse. Lo dico da lettore del manifesto. Quella sinistra, la sinistra
    degli eredi (mai “eretici” ahinoi se mi è consentito il pedestre gioco
    di parole) è sempre stata la nostra palla al piede, culturale e
    politica, e non si capisce perchè debba esserne protratta all'infinito
    la sua lunga agonia con il richiamo di Bersani, grigio come un
    funzionario del tempo che fu, proprio al simulacro del fu-partito.
    Penso semplicemente che Franceschini, più dilettante di Veltroni (la
    cui popolarità mediatica ha funzionato anche contro di lui), quasi
    dilettante assoluto, sia uno di quelli che meglio possano interpretare
    la politica-spettacolo degli anni futuri, la politica dei senza
    partito, la politica mediatica, dei sondaggi d'opinione e di internet,
    insomma la guerra di immaginario che ci contrapporrà ancora a
    Berlusconi. Voto Franceschini. Se voterò Pd alle prossime è ancora
    tutto da vedere. Dubito per lo stesso motivo che voterò per i partiti
    dell'altra sinistra, se non c'è nessuno che ha intenzione di liberare
    il campo della nostalgia, specie se malriposta. Poi se ne può
    discutere.
    Giacomo Seta 21-10-2009 19:36 - giacomo
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