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Matteo Bartocci
Una morte in carcere. Più che evitabile
Si è impiccata con le lenzuola nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Diana Blefari, 40 anni, neobrigatista condannata all'ergastolo per concorso nell'omicidio del giuslavorista Marco Biagi. Si è uccisa il giorno dopo la notifica della condanna definitiva da parte della Cassazione. Svanita la spavalderia dei primi tempi dopo l'arresto, soffriva da tempo di disturbi psichici. Mutismo, isolamento, sciopero della fame, qualche aggressione violentissima verso gli agenti di polizia penitenziaria. Problemi di cui i medici del carcere romano erano ben consapevoli visto che nei mesi scorsi hanno chiesto un trattamento sanitario obbligatorio «in altra struttura più idonea» visto che era concreto, scrissero sul referto, il pericolo di vita per la detenuta. Dopo vari trasferimenti l'approdo a Rebibbia, in una cella sempre «aperta» e vicinissima al gabbiotto delle guardie.
Il capo del Dap Franco Ionta, dopo un sopralluogo in carcere, è sicuro che la sistemazione della neobrigatista «era corretta», e che «le recenti visite psichiatriche deponevano per una sua relativa tranquillità».
Tutto il contrario, invece, per le associazioni e gli organismi indipendenti sul carcere. «Era un suicidio prevedibile – afferma il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Mentre Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, ricorda che quello di Diana Blefari non è un caso isolato. «E' il sessantesimo caso di suicidio in carcere dall'inizio dell'anno, si tratta dunque di un'emergenza a cui va data urgentemente una risposta». Per Luigi Manconi, presidente di Antigone a buon diritto ed ex sottosegretario alla giustizia, la diagnosi sulla Blefari era «inequivocabile»: «Gravi disturbi mentali. Valutazioni che stanno lì a testimoniare di una condizione che avrebbe dovuto imporre un suo ricovero in una struttura psichiatrica protetta».
Per i legali Blefari non è stata curata per un pregiudizio, che l'ha fatta valutare «come brigatista e non come una persona malata bisognosa di cure. Nessuno si è voluto prendere la responsabilità di dire che una pericolosa terrorista non era in grado di stare in carcere e a processo».
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