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FUORIPAGINA
02/11/2009
  •   |   Matteo Bartocci
    Una morte in carcere. Più che evitabile

    Si è impiccata con le lenzuola nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Diana Blefari, 40 anni, neobrigatista condannata all'ergastolo per concorso nell'omicidio del giuslavorista Marco Biagi. Si è uccisa il giorno dopo la notifica della condanna definitiva da parte della Cassazione. Svanita la spavalderia dei primi tempi dopo l'arresto, soffriva da tempo di disturbi psichici. Mutismo, isolamento, sciopero della fame, qualche aggressione violentissima verso gli agenti di polizia penitenziaria. Problemi di cui i medici del carcere romano erano ben consapevoli visto che nei mesi scorsi hanno chiesto un trattamento sanitario obbligatorio «in altra struttura più idonea» visto che era concreto, scrissero sul referto, il pericolo di vita per la detenuta. Dopo vari trasferimenti l'approdo a Rebibbia, in una cella sempre «aperta» e vicinissima al gabbiotto delle guardie.

    Il capo del Dap Franco Ionta, dopo un sopralluogo in carcere, è sicuro che la sistemazione della neobrigatista «era corretta», e che «le recenti visite psichiatriche deponevano per una sua relativa tranquillità». 

    Tutto il contrario, invece, per le associazioni e gli organismi indipendenti sul carcere. «Era un suicidio prevedibile – afferma il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Mentre Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, ricorda che quello di Diana Blefari non è un caso isolato. «E' il sessantesimo caso di suicidio in carcere dall'inizio dell'anno, si tratta dunque di un'emergenza a cui va data urgentemente una risposta». Per Luigi Manconi, presidente di Antigone a buon diritto ed ex sottosegretario alla giustizia, la diagnosi sulla Blefari era «inequivocabile»: «Gravi disturbi mentali. Valutazioni che stanno lì a testimoniare di una condizione che avrebbe dovuto imporre un suo ricovero in una struttura psichiatrica protetta».

    Per i legali Blefari non è stata curata per un pregiudizio, che l'ha fatta valutare «come brigatista e non come una persona malata bisognosa di cure. Nessuno si è voluto prendere la responsabilità di dire che una pericolosa terrorista non era in grado di stare in carcere e a processo».


I COMMENTI:
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  • leggo il primo dei commenti e salto per aria... un eroina a suo modo... E li giù a parlare di ergastolo e di strutture repressive. Parole vecchie, sciocche e inutili. Certamente ricordare che la Melazzi non condannava all'ergastolo imperialista nessuno, ma con un bel colpo di pistola alla spalle, rendeva al malcapitato, una solenne e veloce giustizia proletaria è cosa disdicevole e banale. Mi meraviglio che il Manifesto lasci passare questo genere di commenti. Detto questo spiace che le stutture penitenziari si rivelino disattente alle persone di cui hanno la custodia. In questo la Melazzi si, è una vittima. Ma solo per questo. 02-11-2009 17:33 - antonio
  • Questa ennesima tragedia a pochi giorni dalla vicenda di Stefano Cucchi alimenta ulteriori dubbi sullo stato di salute della nostra "democrazia".
    Non è ammissibile morire in carcere in uno stato che si definisce "democratico".
    La tanto sbandierata "sicurezza"
    a quanto pare, non trova accoglienza nelle nostre strutture carcerarie che dovrebbero avere un ruolo rieducativo, mai punitivo.
    Questa vicenda evidenzia la totale mancanza di pietà verso una persona gravemente malata che prima di essere una terrorista è un essere umano. 02-11-2009 17:12 - Gianpaolo
  • Attacco al cuore dello stato, disarticolazione delle strutture repressive.La morte di D'urso segna nella storia delle brigate rosse un passaggio, che parla di annullamento psichico del detenuto.Crediamo che scientemente si sia voluta uccidere la Melazzi.Ora c'è quella che le brigate rosse chiamano guerriglia psicologica in cui rientra l'infamia di dire che si sarebbe pentita.Se è stato sucidi con un atto la donna ha fatto pulizia della menzogna che la investiva.Al suo annullamento ha scelto la morte.Lo dico alla luce del sole agisco alla luce del sole,l'hanno ammazzata era nel conto perchè già la condanna posso dirlo per lei coerente avversaria della legge dell'imperialismo e delle sue strutture repressive, un ergastolo è troppo non aveva sparato.Vorremmo ora il silenzio perchè è troppo quello che non sappiamo le turbe mentali rientrano nella pena da cui non si esce vivi e si coinvolgono innocenti.Questa donna coerente ha pagato due volte un ergastolo e la vita toltasi per salvare altri.A suo modo un eroina. 02-11-2009 16:29 - tato
  • Una ragazza ammazzata dalla indifferenza e dalla voglia di vendetta di un potere troppo repressivo.
    Dicono che si stava pentendo,così gli buttano addosso anche l'infamia di pentita.
    Siamo alle vendette e al sangue di ritorno.
    Bene perche il paese non dimentica!
    Tutto quello che hanno fatto i vari Cozzini e De Mita sono azzerati.
    Siamo tornati al 1988.
    Come se venti anni di mani pulite, di seconda repubblica, di concertazione,svaniscono in un solo giorno.
    Prendiamone tutti atto| 02-11-2009 16:10 - mariani maurizio
  • In Italia esiste la giustizia della pecora bianca. Cosa voglio dire? Semplice, che esiste un trattamento giuridico diverso a seconda del tuo colore politico. I brigatisti sono la categoria di persone che pagano più di altri il tributo alla giusta. Perfino più di quei mafiosi che in passato hanno squagliato i bambini nell'acido. Nessuno prende l'ergastolo per un omicidio in Italia, eccetto i brigatisti. Sono stati assolti addirittura i terroristi neri che mettevano le bombe tra la folla inerme, ma i brigatisti no. Anzi, abbiamo addirittura esponenti parlamentari che sono indagati o hanno subito delle condanne. Per non parlare di quelli appartenenti a strutture eversive tipo l'opus dei e la p2, per i quali l'America Latina deve ancora avere giustizia. Nessuno può giustificare cosa hanno fatto i brigatisti, ma francamente l'accanimento nei loro confronti mi sembra eccessivo, no? 02-11-2009 14:48 - K
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