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Micaela Bongi
La legge del più debole
Rimasta in gestazione nella notte a palazzo Grazioli dopo una giornata tesissima, la proposta di legge sul «processo breve», lo scudetto che dovrebbe permettere a Silvio Berlusconi di liberarsi almeno di due processi (quello Mills e quello Mediaset - diritti tv), debutta a palazzo Madama. Il testo depositato ieri si richiama addirittura in modo altisonante alla convenzione europea dei
diritti dell’uomo. Si tratta di «misure a tutela dei cittadini contro la durata indeterminata dei processi», mica di una legge ad personam... E porta le firme di Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, presidente e vicepresidente dei senatori del Pdl. Nonché del capogruppo leghista Federico Bricolo, che aggiunge
il suo nome quando il Carroccio riesce a inserire nella lista dei reati per i quali il processo non potrà essere estinto nemmeno se supererà la «ragionevole durata» (6 anni in tutto, due per ogni grado) l’immigrazione clandestina. Nonché le infrazioni stradali.
La capogruppo del Pd Anna Finocchiaro arriva in sala stampa per presentare le proposte del suo partito e, furibonda, sbatte il ddl Ghedini (pardon, Gasparri) contro il muro: «Per reati molto seri non si ultimeranno i processi, e invece si procede per il rom che ruba», tuona. L’Associazione nazionale magistrati
è sul piede di guerra, denuncia gli effetti «devastanti» che avrà il provvedimento una volta approvato. «Più che di un’amnistia, si tratta di una sostanziale depenalizzazione di fatti di rilevante e oggettiva gravità. Truffatori di professione, evasori fiscali, ricettatori, corrotti e pubblici amministratori infedeli che non abbiano già riportato una condanna, avranno la certezza dell'impunità», protestano il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini, contestando anche la norma transitoria che estende ai processi
in corso l’applicazione delle nuove disposizioni. Disposizioni che non si applicano nei confronti dei recidivi e per una serie di reati, e dunque i vertici dell’Anm esprimono «forti dubbi di costituzionalità», perché potrebbe essere violato il principio di uguaglianza (ne è convinto l’ex presidente della Corte
costituzionale Antonio Baldassarre). Si parla di oltre centomila processi a rischio estinzione, ma forse saranno molti, molti di più. Degli effetti del provvedimento si occuperà il Consiglio superiore della magistratura, che «nel più breve tempo possibile» esprimerà un parere sul testo.
E arrivata a palazzo Madama, sulla proposta frutto dell’accordo Fini-Berlusconi si appuntano subito le prime critiche dei finiani. La «delegata» del presidente della Camera per le questioni della giustizia, Giulia Bongiorno, si dice stupita per la scelta «di includere nell’elenco dei reati di grave allarme sociale, come quelli di mafia e terrorismo, l'immigrazione clandestina che è una semplice contravvenzione peraltro punita con una banale ammenda». Il finiano Fabio Granata si associa: «È ridicolo, più che grave, che l’immigrazione clandestina sia inserita tra i reati di grave allarme sociale». Malumori che parlano di una tensione ancora altissima nel Pdl (in privato del resto sono molti i pidiellini che dubitano della costituzionalità delle norme) e nascondono anche la preoccupazione dello stesso ex leader di An. La levata di scudi contro il testo al quale lui stesso ha dato il via libera («Fini è d’accordo», riferisce Italo Bocchino),
protesta alla quale si associa l’Udc ( che parla di «pietra tombale sulla certezza della pena») si abbatte sullo stesso presidente della Camera, sempre attento ai rapporti con l’opposizione, a mantenere la sintonia con il Quirinale e a distinguersi dalla «caserma» berlusconiana. E invece l’accordo politico con
Berlusconi lo schiaccia sul premier su un provvedimento che è pure ad altissimo rischio flop. Il Cavaliere dal canto suo resta ai ferri cortissimi con Fini e per giunta non si accontenta del testo presentato ieri, considerandolo una resa al «cofondatore» (puntava infatti sulla «prescrizione breve») e già pensa
a ulteriori scudi. E i suoi descrivono Berlusconi di umore nerissimo e al limite dell’esplosione (continua la minaccia di elezioni anticipate), complice forse anche l’arrivo in tribunale della causa di separazione «con addebito» presentata da sua moglie Veronica Lario.
Il presidente della Camera invece, di cattivo umore anche per la piega che sta prendendo l’affaire Cosentino, ieri si è brevemente intrattenuto nel suo studio con il capo dello stato Giorgio Napolitano. Dal Quirinale si ripete che quando il parlamento lavora il presidente tace, ma si fa sapere che l’iter del testo sul
«processo breve» sarà seguito con la massima attenzione, e al termine arriveranno le valutazioni del Colle.
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Ora: rendiamoci conto di cosa si sta parlando: questi parlano della 'convenzione europea dei diritti dell'uomo' nello stesso giorno in cui il 'caso' (manco fosse un fenomeno paranormale) STEFANO CUCCHI vede avvisi di garanzia con accuse per omicidio a sei tra guardie e infermieri. Che assieme al giudice che non 'sapeva' che Cucchi fosse residente (mica è 'Stefano Previti' eh) e quindi gli ha negato gli arresti domiciliari (ma come? non gli avevano perquisito casa appena arrestato??), i caramba e l'assenza di diritti civili, è stato AMMAZZATO dallo Stato. Che il processo di Kafka, a confronto, gli fa una pippa. Ecco qua di quali diritti 'umani' si parla: quelli dei maiali della Fattoria di Orwell! 13-11-2009 20:37 - SM