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Maurizio Galvani
La sanità pubblica in Etiopia
«La privatizzazione dell’acqua è già una tradegia per l’Italia, figurarsi se parliamo di Africa o di Etiopia dove manca l’acqua potabile». Il professor Aldo Morrone, direttore dell’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e la lotta alla povertà) appare sconcertato da questa decisione e, parlando dell’esperienza quasi decennale dell’Ospedale territoriale di Mekellè (Etiopia) ricorda «come molte persone – soprattutto bambini/e - muoiono di diarrea da piccolissimi». Morrone è pronto a partire per l’Etiopia insieme ad un gruppo di specialisti per tenere lì una “Conferenza internazionale sulle malattie dermatologiche” che deve essere ricordato come un Congresso sulle patologie di comunità per popoli dimenticati. Infatti emerge come – in Etiopia – ci si contagi e si possa morire per malattie poco sconosciute e poco trattate (malaria, tubercolosi, leshamaniosi, filariasi). Malattie che colpiscono in particolare contadini poveri che non si possono curare, in questo paese dove opera solamente un sistema sanitario privato. L’Ospedale è diventato - nel corso del tempo - un luogo dove ricevono assistenza persone che vengono da lontano, anche dall’Eritrea, un paese che è in guerra con l’Etiopia per responsabilità dovute ad ingerenze esterne. Ma, presso il centro di Mekellè, si cura senza fare distinzioni e senza chiedere nemmeno una lira. Sono per ora affluite in Ospedale, tra il 2005 e il 2009, più di 40 mila persone in ambulatorio, mentre 2.000 persone sono state ricoverate. «A nessuno è stata chiesta la cartà di identità come viene fatto alla popolazione irregolare in Italia».
Le cose da proporre e da fare sono moltissime: la sanità comunitaria serve per combattere la povertà in un paese cinque volte più grande dell’Italia. Servirebbe banalmente l’attivazione di un pozzo d’acqua per poter salvare persone e coltivazioni. Purtroppo l’elettricità, in questo paese, è ancora un lusso per gli etiopi e molte realtà sono senza banali servizi di assistenza.Al San Gallicano di Roma, dove si è tenuto un incontro con la stampa, l’Inmp lancia la proposta «di adottare un pozzo in Etiopia»; per aiutare non i singoli ma un villaggio o una comunità. Il professor Morrone e il pediatra Castello confermano l’apertura al confine con l’Eritrea «di un centro di neonatologia» e riaffermano che «i bambini e le donne sono la parte più debole di questo paese che occupa uno degli ultimi posti nella classifica dello sviluppo. Ai bambini si pensa quando si denuncia l’inutilità di alcuni vertici quali quello tenuto a Roma dalla Fao in questi giorni, in cui si è parlato e anche promesso molto: cose che difficilmente saranno mantenute. Il responsabile dell’Inmp denuncia l’assenza quasi totale di specialisti della medicina in questi vertici eppure - se c’è un problema di fame e di malnutrizione (povertà in generale) – i primi a soffrire sone le donne e i minori.
In Etiopia, presso l’Ospedale, sono state assistite donne – denutrite in stato di gravidanza – e i loro bambini sono nati malati e piccolissimi. Morrone fa il triste esempio «di donne sieropositive – che solo perchè malnutrite – trasmettevano l’Aids ai loro figli». Il programma della Fao continua a fallire come «tutti i programmi per lo sviluppo (quello del Millenium) che dovevano essere realizzati entro il 2010 e, a mala pena, si realizzeranno nel 2056».
L’Inmp, infine, lancia la proposta di una Giornata di lotta contro la Diarrea. Questa patologia fa ogni anno 2 milioni di bambini/e morti (500 al giorno); eppure per salvarli basterebbero solo un po' di sale, di zucchero e acqua potabile che l’Etiopia non ha.
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