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Eleonora Martini
"Ora Basta!". A Roma migliaia di donne in corteo, con gli uomini
Avevano firmato in più di centomila per difendere Rosy Bindi e il genere femminile dalle offese maschiliste di Silvio Berlusconi, ma sabato a Roma non erano più di qualche migliaio a sfilare nella manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne. «Basta!», hanno scritto sullo striscione d'apertura, sui cartelli e sulle magliette le promotrici (che dichiarano diecimila presenze) del corteo organizzato attraverso un tam tam su internet da molte associazioni femministe, femminili, lesbiche e transessuali, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza maschile.
Che l'Italia stia diventando un paese all'avanguardia in Europa per la
negazione dei diritti e delle libertà femminili è un dato di fatto. Che scali la classifica delle top-ten per omofobia, transfobia e razzismo, pure. Che nel Belpaese «una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, nella sua vita è stata vittima della violenza di un uomo», «8 donne su 10 malmenate, ustionate o minacciate con armi hanno subito le aggressioni in casa», e «un milione di donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro», come recita l'appello pubblicato sul sito www.torniamoinpiazza.it, è anche noto ai più. Eppure le centinaia di adesioni raccolte on-line non hanno prodotto la partecipazione sperata anche se il corteo partito da piazza della Repubblica ha preso respiro lungo il percorso, stabilito dalla questura, che ha portato i manifestanti a disperdersi nella troppo grande piazza San Giovanni dove sul palco si sono susseguiti gli interventi e le proiezioni di alcuni filmati. Un corteo sostanzialmente romano, con qualche delegazione venuta da Bologna, da Perugia o da Milano. Poche le lavoratrici contro lo «sfruttamento che è violenza», perfino la Cgil è riuscita a mobilitare solo a Roma e nel Lazio («Perché? Non sappiamo spiegarlo»). Da registrare invece un dato positivo: la presenza maschile, per la prima volta tutt'altro che
trascurabile. Non solo grazie alla partecipazione dell'associazione
«Maschileplurale» - movimento di uomini eterosessuali in marcia verso
l'autoconsapevolezza - ma soprattutto grazie al confluire, a metà percorso, dello spezzone dei centri sociali e dei Giovani comunisti, a ritmo di musica dietro il sound system con su scritto: «Rivolta femminista, pratica antifascista».
Slogan soprattutto «contro il femminicidio» e la riduzione di un problema culturale a «questione di ordine pubblico». «Alla vostra sicurezza rispondiamo: la notte è nostra e ce la riprendiamo»; «No alla violenza che uccide, al familismo che ci opprime»; «Chi ci difende dalle ronde? Nessuna azione razzista in nostro nome», «Unite per la libertà contro la violenza, razzismo e omofobia», sono gli slogan più gettonati, parole d'ordine ascoltate spesso negli ultimi due anni nei cortei di un movimento che ha avuto il suo massimo slancio all'indomani dell'omicidio di Giovanna Reggiani e della successiva ritorsione contro i rom
capitolini. Appena inventate, invece, le rime contro lo stop governativo alla pillola abortiva Ru486: «Ru-voluzione: sul nostro corpo decidiamo noi»; «Libere di scegliere, capaci di reagire. Ru486: libertà è autodeterminazione».Approva Luigi Nieri, assessore al bilancio della regione Lazio (SeL), uno dei due soli politici presenti assieme alla deputata Pd Paola Concia. «È la prima risposta al governo - commenta Nieri - e visto che si parla di alleanze elettorali con l'Udc per le regionali, iniziamo a discutere di diritti». Di diritti, soprattutto quello al rispetto dell'identità di genere, parlano le poche transessuali presenti: «Siamo donne per la legge 64/82 che andrebbe comunque riformata, siamo donne per la corte costituzionale che l'ha riconosciuta, non lo siamo per la società che ci stigmatizza e ci insulta», racconta l'avvocata transessuale Federica Pezzoli del Coordinamento Silvia Rivera. Mentre Leila Dayanis presidente onorario dell'associazione Libellula ricorda l'amica Blenda (ieri era il suo compleanno) e spiega: «Siamo qui come donne perché ci sentiamo donne».
Per le femministe della Casa internazionale delle donne che sfilano in apertura di corteo, nessun fallimento: la manifestazione è riuscita. Invece Paola Concia, unica parlamentare italiana dichiaratamente omosessuale, osa di più. «Dove sono finite tutte le donne che hanno firmato l'appello per difendere la dignità femminile offesa dal mondo berlusconiano? Perché la partecipazione è ormai solo virtuale e ridotta a un click? Vogliamo iniziare a chiederci cosa fare perché questo paese cambi?». Ma anche, forse, dov'è che si sbaglia.
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2) Vorrei anche dire, a Giovanna ed Eleonora, che forse queste manifestazioni falliscono anche perché le femministe continuano a dare al resto dell'universo (che credo voglia anche dire molte donne "non femministe militanti", oltre che quasi tutti gli uomini) l'idea di volerlo escludere, tagliare fuori, estromettere dalla propria pratica politica. Pratica che in tal modo non può che diventare sterile, e venire percepita come arcaicamente ancorata ai vecchi slogan dogmatici di cui si dice qui sotto.
Esempio: Giovanna dice che occorre "rilanciare un movimento femminile emancipazionista dato il disastro della situazione delle donne italiane in materia di lavoro, diritti, rappresentazione sociale". Tutto giustissimo: ma, e il disastro GENERALE in materia di lavoro, diritti, rappresentazione sociale? E' irrilevante solo perché non viene declinato al femminile? Il caos normativo in materia di diritto del lavoro, ad esempio, è rilevante solo nella misura in cui riguarda voi donne, specie se femministe militanti con tanto di coscienza di genere a prova di decenni, o lo è in quanto tema attinente IN GENERALE alla civiltà giuridico-economica di questo paese?
Insomma, a mio sommesso parere, il femminismo italiano continuerà a venir percepito come una trincea di reduci, il baluardo dietro il quale sono rimaste solo le ormai "stagionate" ex-militanti storiche che quarant'anni fa gridavano "tremate! tremate!", finché non si renderà conto che nell'attuale fase storica la prospettiva da recuperare - e anche con una certa urgenza, se posso permettermi - è piuttosto una prospettiva DI CLASSE (o di ceto, per usare termini meno "offensivi"), e non (o non solo) di genere. E le questioni di cui occuparsi, magari anche - se non soprattutto - da nuovi punti di vista, che per esempio sappiano innestare la prospettiva di genere nel tronco dell'analisi delle disuguaglianze in termini di disparità del potere e della libertà di scelta effettivamente disponibili agli individui, sono soprattutto questioni ECONOMICHE, in senso del tutto generale.
Ma è una trincea dietro la quale si rischia di rimanere sole e di condannarsi all'irrilevanza. 30-11-2009 15:43 - Alan Ross
Vorrei potere sentire parlare solo di disagi, proposte concrete e sogno di una società diversa, basta invece parlare di voti, elezioni o rivoluzioni. Il punto non deve essere come conquistare il potere. 30-11-2009 13:30 - Stefano De Bartolo
La linea politica di Bertinotti, tanto per fare un esempio, e la sua strategia tutta rivolta ad inseguire movimenti in realta' inesistenti ha portato alla disfatta della sinistra.
Spero che chi vuol fare opposizione alla linea politica di questo e magari anche del prossimo governo, l'abbia capito. 29-11-2009 21:54 - murmillus
insomma c'é tanto da fare...e su questo ci sarebbe la possibilità di una battaglia ampia io credo...
ricominciamo da aborto, contraccezione e maternità...qui domina il Vaticano e bisogna fare una mappatura di quello che non va...e denunciare anche all'Europa la situazione che l'obiezione provoca in materia d'aborto, per esempio...
e poi sul lavoro, i licenziamenti delle donne incinte...
e poi una denuncia sistematica del sessismo in televisione, col boicottaggio di certi programmi e la richiesta di una loro chiusura (il concorso veline é uno...per esempio...)
Insomma c'é tanto da fare, senza la pratica antifascista...che sinceramente in Italia é più clericale che fascista...per non parlare del casanova di Palazzo Grazioli che disgusta tanto i ragazzi che le ragazze...Giovanna Cagliari 29-11-2009 18:07 - Giovanna Cagliari
Le centinaia di migliaia di donne perdute tra il click sul sito di Repubblica e il corteo a piazza della Repubblica sottoscriverebbero slogan così totalizzanti?
Meno settarismo, meno separatismo, apertura alle donne di tutte le parti politiche, meno strumentalizzazione antigovernativa gioverebbero alla causa delle donne, così come gioverebbe lasciar fuori temi come l'antirazzismo, l'antifascismo, l'ecologismo e tutti i buoni sentimenti che nulla hanno a che vedere con il tema centrale del 25 novembre.
I diritti delle donne non sono un tre no su cui si può caricare ogni tipo di bagaglio ideologico. 29-11-2009 10:35 - Eleonora Selvi