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FUORIPAGINA
28/11/2009
  •   |   Eleonora Martini
    "Ora Basta!". A Roma migliaia di donne in corteo, con gli uomini

    Avevano firmato in più di centomila per difendere Rosy Bindi e il genere femminile dalle offese maschiliste di Silvio Berlusconi, ma sabato a Roma non erano più di qualche migliaio a sfilare nella manifestazione  nazionale contro la violenza sulle donne. «Basta!», hanno scritto sullo striscione d'apertura, sui cartelli e sulle magliette le promotrici (che dichiarano diecimila presenze) del corteo organizzato attraverso un tam tam su internet da molte associazioni femministe, femminili, lesbiche e transessuali, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza maschile.
    Che l'Italia stia diventando un paese all'avanguardia in Europa per la
    negazione dei diritti e delle libertà femminili è un dato di fatto. Che scali la classifica delle top-ten per omofobia, transfobia e razzismo, pure. Che nel Belpaese «una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, nella sua vita è stata vittima della violenza di un uomo», «8 donne su 10 malmenate, ustionate o minacciate con armi hanno subito le aggressioni in casa», e «un milione di donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro», come recita l'appello pubblicato sul sito www.torniamoinpiazza.it, è anche noto ai più. Eppure le centinaia di adesioni raccolte on-line non hanno prodotto la partecipazione sperata anche se il corteo partito da piazza della Repubblica ha preso respiro lungo il percorso, stabilito dalla questura, che ha portato i manifestanti a disperdersi nella troppo grande piazza San Giovanni dove sul palco si sono susseguiti gli interventi e le proiezioni di alcuni filmati. Un corteo sostanzialmente romano, con qualche delegazione venuta da Bologna, da Perugia o da Milano. Poche le lavoratrici contro lo «sfruttamento che è violenza», perfino la Cgil è riuscita a mobilitare solo a Roma e nel Lazio («Perché? Non sappiamo spiegarlo»). Da registrare invece un dato positivo: la presenza maschile, per la prima volta tutt'altro che
    trascurabile. Non solo grazie alla partecipazione dell'associazione
    «Maschileplurale» - movimento di uomini eterosessuali in marcia verso
    l'autoconsapevolezza - ma soprattutto grazie al confluire, a metà percorso, dello spezzone dei centri sociali e dei Giovani comunisti, a ritmo di musica dietro il sound system con su scritto: «Rivolta femminista, pratica antifascista».
    Slogan soprattutto «contro il femminicidio» e la riduzione di un problema culturale a «questione di ordine pubblico». «Alla vostra sicurezza rispondiamo: la notte è nostra e ce la riprendiamo»; «No alla violenza che uccide, al familismo che ci opprime»; «Chi ci difende dalle ronde? Nessuna azione razzista in nostro nome», «Unite per la libertà contro la violenza, razzismo e omofobia», sono gli slogan più gettonati, parole d'ordine ascoltate spesso negli ultimi due anni nei cortei di un movimento che ha avuto il suo massimo slancio all'indomani dell'omicidio di Giovanna Reggiani e della successiva ritorsione contro i rom
    capitolini. Appena inventate, invece, le rime contro lo stop governativo alla pillola abortiva Ru486: «Ru-voluzione: sul nostro corpo decidiamo noi»; «Libere di scegliere, capaci di reagire. Ru486: libertà è autodeterminazione».

    Approva Luigi Nieri, assessore al bilancio della regione Lazio (SeL), uno dei due soli politici presenti assieme alla  deputata Pd Paola Concia. «È la prima risposta al governo - commenta Nieri - e visto che si parla di alleanze elettorali con l'Udc per le regionali, iniziamo a discutere di diritti». Di diritti, soprattutto quello al rispetto dell'identità di genere, parlano le poche transessuali presenti: «Siamo donne per la legge 64/82 che andrebbe comunque riformata, siamo donne per la corte costituzionale che l'ha riconosciuta, non lo siamo per la società che ci stigmatizza e ci insulta», racconta l'avvocata transessuale Federica Pezzoli del Coordinamento Silvia Rivera. Mentre Leila Dayanis presidente onorario dell'associazione Libellula ricorda l'amica Blenda (ieri era il suo compleanno) e spiega: «Siamo qui come donne perché ci sentiamo donne».

    Per le femministe della Casa internazionale delle donne che sfilano in apertura di corteo, nessun fallimento: la manifestazione è riuscita. Invece Paola Concia, unica parlamentare italiana dichiaratamente omosessuale, osa di più. «Dove sono finite tutte le donne che hanno firmato l'appello per difendere la dignità femminile offesa dal mondo berlusconiano? Perché la partecipazione è ormai solo virtuale e ridotta a un click? Vogliamo iniziare a chiederci cosa fare perché questo paese cambi?». Ma anche, forse, dov'è che si sbaglia.


I COMMENTI:
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  • 1) Sono anch'io d'accordo con murmillus. Quando capiremo che occorre ripartire - come direbbero le femministe di casa manifesto - dalla "materialità dei corpi" in carne ed ossa, sarà sempre tardi.

    2) Vorrei anche dire, a Giovanna ed Eleonora, che forse queste manifestazioni falliscono anche perché le femministe continuano a dare al resto dell'universo (che credo voglia anche dire molte donne "non femministe militanti", oltre che quasi tutti gli uomini) l'idea di volerlo escludere, tagliare fuori, estromettere dalla propria pratica politica. Pratica che in tal modo non può che diventare sterile, e venire percepita come arcaicamente ancorata ai vecchi slogan dogmatici di cui si dice qui sotto.

    Esempio: Giovanna dice che occorre "rilanciare un movimento femminile emancipazionista dato il disastro della situazione delle donne italiane in materia di lavoro, diritti, rappresentazione sociale". Tutto giustissimo: ma, e il disastro GENERALE in materia di lavoro, diritti, rappresentazione sociale? E' irrilevante solo perché non viene declinato al femminile? Il caos normativo in materia di diritto del lavoro, ad esempio, è rilevante solo nella misura in cui riguarda voi donne, specie se femministe militanti con tanto di coscienza di genere a prova di decenni, o lo è in quanto tema attinente IN GENERALE alla civiltà giuridico-economica di questo paese?

    Insomma, a mio sommesso parere, il femminismo italiano continuerà a venir percepito come una trincea di reduci, il baluardo dietro il quale sono rimaste solo le ormai "stagionate" ex-militanti storiche che quarant'anni fa gridavano "tremate! tremate!", finché non si renderà conto che nell'attuale fase storica la prospettiva da recuperare - e anche con una certa urgenza, se posso permettermi - è piuttosto una prospettiva DI CLASSE (o di ceto, per usare termini meno "offensivi"), e non (o non solo) di genere. E le questioni di cui occuparsi, magari anche - se non soprattutto - da nuovi punti di vista, che per esempio sappiano innestare la prospettiva di genere nel tronco dell'analisi delle disuguaglianze in termini di disparità del potere e della libertà di scelta effettivamente disponibili agli individui, sono soprattutto questioni ECONOMICHE, in senso del tutto generale.

    Ma è una trincea dietro la quale si rischia di rimanere sole e di condannarsi all'irrilevanza. 30-11-2009 15:43 - Alan Ross
  • E i trans??? 30-11-2009 14:43 - Gianni Luca
  • Penso che la mancata riuscita numerica di questa sacrosanta manifestazione sia dovuta principalmente alla scadenza dell'altra grande manifestazione di piazza che è quella del prossimo 5 dicembre che prevedo sarà sicuramente più numerosa anche perchè il tema trattato include anche la mercificazione che si è fatto della donna da parte di questo governo tramite i mass media 30-11-2009 13:33 - marialuisa ferretti
  • Condivido quello che dice murmullus. Però non credo che si debba ricostruire un'ideologia vecchia maniera. Credo che della vecchia ideologia si debba riprendere il sogno di una società diversa, quello che nell'internazionale viene chiamata "futura umanità" e riprendere anche l'idea di partire dai disagi e dalla gente, collegarli alle contraddizioni del sistema e sviluppare l'egemonia di cui parlava Gramsci. Credo però che non sia più il caso di parlare di rivoluzioni o di cose del genere. Ora abbiamo bisogno solo di lavorare a questa egemonia non dobbiamo dividerci.
    Vorrei potere sentire parlare solo di disagi, proposte concrete e sogno di una società diversa, basta invece parlare di voti, elezioni o rivoluzioni. Il punto non deve essere come conquistare il potere. 30-11-2009 13:30 - Stefano De Bartolo
  • Secondo me non è che lartecipazione è solo virtuale, è che le organizzatrici non sono riuscite a sfruttare le potenzialità della rete e a matenere la comunicazione con tutte quelle e quelli che hanno firmato. Pochissimi sapevano o ricordavano la data. 29-11-2009 23:58 - Daniella Ambrosino
  • Concordo con il commento di Eleonora Selvi,manifestazioni sempre politicizzate,e con tutte queste firme,sempre gli stessi a firmare,non si è più credibili.Le persone,non sono così cretine,come qualcuno crede.Compagni,io ricordo,che le donne di sinistra,gridavano alle manifestazioni:IL CORPO E' MIO,E LO GESTISCO IO.Oggi,hanno perso il controllo delle figlie,e si lamentano. 29-11-2009 22:26 - vncenzo
  • Il populismo di internet non conta niente sia nel medio che nel lungo termine. Cosi' come tutti i movimenti piu' o meno spontanei e acefali che prosperano in una societa' senza ideologie e che vive alla giornata.
    La linea politica di Bertinotti, tanto per fare un esempio, e la sua strategia tutta rivolta ad inseguire movimenti in realta' inesistenti ha portato alla disfatta della sinistra.
    Spero che chi vuol fare opposizione alla linea politica di questo e magari anche del prossimo governo, l'abbia capito. 29-11-2009 21:54 - murmillus
  • Le ragioni della discrepanza tra la partecipazione fisica e qualla emotiva, non sono certamante da ricercare nel settarismo e la logica manichea degli slogan. Anche perchè il filo conduttore di tutti gli slogan espressi dai manifestanti era sempre lo stesso: la violenza. E non si può dire che la manifestazione doveva essere più soft così potevano partecipare anche le donne appartenenti ad altre parti politiche.Perchè la lotta alla violenza appartiene aduna sola ckasse politica? 29-11-2009 19:02 - Giancarlo
  • Sono molto d'accordo con Eleonora Selvi. Io credo che in Italia sia importante rilanciare un movimento femminile emancipazionista dato il disastro della situazione delle donne italiane in materia di lavoro, diritti, rappresentazione sociale: la questione della RU 486 é una vergogna, le ingerenze del Vaticano, il divorzio breve, il cognome ai figli, l'adozione alle donne single, le coppie di fatto, la parità salariale, le quote (in vari ambiti dove la sproporzione tra donne e uomini e vergognosa...come in politica, tra i Ministri), la contraccezione, gli stereotipi di genere, la chiusura di programmi televisivi che insultano le donne, e poi servizi adeguati, ecc...
    insomma c'é tanto da fare...e su questo ci sarebbe la possibilità di una battaglia ampia io credo...
    ricominciamo da aborto, contraccezione e maternità...qui domina il Vaticano e bisogna fare una mappatura di quello che non va...e denunciare anche all'Europa la situazione che l'obiezione provoca in materia d'aborto, per esempio...
    e poi sul lavoro, i licenziamenti delle donne incinte...
    e poi una denuncia sistematica del sessismo in televisione, col boicottaggio di certi programmi e la richiesta di una loro chiusura (il concorso veline é uno...per esempio...)
    Insomma c'é tanto da fare, senza la pratica antifascista...che sinceramente in Italia é più clericale che fascista...per non parlare del casanova di Palazzo Grazioli che disgusta tanto i ragazzi che le ragazze...Giovanna Cagliari 29-11-2009 18:07 - Giovanna Cagliari
  • Le ragioni del fallimento forse stanno negli stessi slogan puntualmente riportati dall'autrice dell'articolo: "pratica antifascista", "contro il familismo che ci opprime" etc. Un lessico certamente caro a tante anime della sinistra ma difficilmente sottoscrivibile dalla maggior parte delle donne che non inquadrano certo i loro problemi, neppure quelli relativi alla violenza domestica e non, nell'ambito della dialettica fascismo/antifascismo. Per non parlare della denuncia del "familismo", che malgrado il suo valore come categoria sociologica, sembra non essere la chiave più adatta per interpretare i problemi delle donne. La famiglia attuale non è solo l'orrenda gabbia che si dipinge (e che per moltissime è tale, come le statistiche ci ricordano) ma è anche il sistema di relazioni paritarie che la maggior parte delle donne costruiscono o cercano di costruire. Nella logica manichea di certi slogan, invece, la famiglia è orrore tout court, l'assassino ha sempre le chiavi di casa. Gli slogan di un tempo recitavano: "quest'uomo è uno stupratore: quest'uomo è un uomo".
    Le centinaia di migliaia di donne perdute tra il click sul sito di Repubblica e il corteo a piazza della Repubblica sottoscriverebbero slogan così totalizzanti?
    Meno settarismo, meno separatismo, apertura alle donne di tutte le parti politiche, meno strumentalizzazione antigovernativa gioverebbero alla causa delle donne, così come gioverebbe lasciar fuori temi come l'antirazzismo, l'antifascismo, l'ecologismo e tutti i buoni sentimenti che nulla hanno a che vedere con il tema centrale del 25 novembre.
    I diritti delle donne non sono un tre no su cui si può caricare ogni tipo di bagaglio ideologico. 29-11-2009 10:35 - Eleonora Selvi
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