lunedì 15 marzo 2010
FUORIPAGINA
01/12/2009
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Ida Dominijanni
Unione europea, cambio di partita
Data storica, oggi, per l'Unione europea: insieme con il Trattato di Lisbona entra in vigore anche la Carta europea dei diritti, siglata nove anni fa, dicembre 2000, dopo un percorso non poco accidentato, e accolta, nella sinistra italiana, con alterne valutazioni. Festeggiamo l'evento con Stefano Rodotà, che della Carta è stato fra gli estensori ed è convinto sostenitore.
Rispetto al 2000, quando la Carta fu licenziata, il contesto europeo in cui oggi entra in vigore è migliorato o peggiorato, dal punto di vista della politica dei diritti?
Fra allora e oggi c'è di mezzo l'11 settembre 2001, con le tensioni securitarie che ha scatenato in tutto il mondo, Europa compresa. D'altra parte, sulla politica dei diritti ha pesato in Europa positivamente la spinta di Zapatero. Complessivamente direi che c'è un lieve peggioramento, per questo e a maggior ragione la Carta diventa più importante. Oggi comincia una nuova partita, con una doppia sfida, politica e culturale.
In un'Europa che va visibilmente a destra, e che si è data un vertice evidentemente di basso profilo?
Dal punto di vista degli assetti politici e di governo, l'avvio della nuova stagione europea non è certo esaltante. Resta vero che l'Europa è un gigante economico e un nano politico, che l'Unione «non ha un numero di telefono» e non è una potenza militare. Ed è vero che la coppia Van Romuy - Lady Ashton è debole - la situazione non sarebbe stata migliore con Blair, che sulla Carta dei diritti ha sempre espresso pesanti riserve e come inviato in Medioriente ha dimostrato una capacità politica pari a zero, mentre sarebbe stata certamente migliore con D'Alema, che nel ruolo di Mr. Pesc sarebbe riuscito a dare un segno positivo alla politica estera dell'Unione. Nomine a parte, pensare che nella temperie internazionale di oggi l'Europa possa ambire a un ruolo politico e militare di peso rispetto alle vere superpotenze è del tutto irrealistico. Ma se ha una chance, questa sta proprio nella cultura e nella politica dei diritti. L'Europa è la regione del mondo dove la tutela dei diritti è più alta, e questa è una risorsa da giocare e far valere sulla scena internazionale, dove infatti la Carta è già diventata un punto di riferimento. Oggi che le grandi narrazioni novecentesche sono finite, l'unica narrazione che percorre il mondo globale è quella dei diritti fondamentali. Il dissidente birmano, il ragazzo cinese, la donna africana che rivendicano diritti vecchi e nuovi sono i protagonisti di un universalismo tendenziale che si afferma a partire dalla lotte sul campo. In questo processo, un'Europa che sappia mantenere e giocare la sua cultura del diritti oltre l'impronta eurocentrica che storicamente li connota può avere sì un ruolo importante.
Nella sinistra radicale italiana molti hanno obbiettato in questi anni, anche sul 'manifesto', che la Carta europea, soprattutto in materia di diritti sociali, istituisce tutele inferiori a quelle della nostra Costituzione.
Ora che la Carta entra in vigore, spero che queste polemiche ce le lasceremo alle spalle. Certo, possiamo decidere di continuare a rimarcare che sui diritti sociali la Carta è più debole della Costituzione, o viceversa, che è più forte e più avanzata nel campo dei diritti afferenti alla biopolitica (sovranità sul corpo, sui dati sensibili etc.). Ma ci conviene continuare con questa contabilità, o c'è un'altra strada da prendere? Io dico che c'è. Il fatto stesso che la Carta esista, che siamo riusciti a vararla contro le resistenze dei paesi più conservatori e più liberisti, ha profondamente intaccato il principio di legittimazione originario della Ue, che era incardinato solo sulla logica di mercato. Con la Carta si è stabilito che tutti gli atti normativi della Ue devono essere ad essa conformi.
Lo sono stati, in questi nove anni?
Sì e no. Ma intanto, le corti l'hanno presa a riferimento, e proprio sui diritti sociali: il primo caso su cui è stata invocata riguardava la retribuzione delle ferie di un lavoratore inglese. Comunque, se fino a oggi si poteva scrivere impunemente «conforme alla Carta dei diritti» su una direttiva Ue non conforme, da oggi in poi diventa possibile invocare il controllo della corte di giustizia. Lo so anch'io che il campo dei diritti sociali è quello meno risolto nella Carta, e sono il primo a soffrire, ad esempio, della mancanza di una affermazione della funzione sociale della proprietà. Ma sia su questo, sia sulla limitazione dell'iniziativa privata, sia sulla qualità dello sviluppo, la struttura assiologica della Carta, che comprende i principi della dignità, dell'uguaglianza, della libertà e della solidarietà, consente ottimi sviluppi. E certamente apre un campo di battaglia: purché la sinistra ci creda e sia pronta a giocare la partita, senza trincerarsi dietro l'assioma che il liberismo ha vinto. Io non gliela voglio dare vinta, voglio combattere, le condizioni ci sono. Finora i giuristi sono stati i più aperti al cambiamento, ora tocca anche agli altri.
Dicevi dei nuovi diritti «biopolitici». Avranno delle conseguenze sulla legislazione italiana?
Per cominciare, la tutela dei dati personali metterà dei paletti alle norme securitarie, in Italia e altrove. L'articolo che recita «il corpo e le sue parti non possono costituire oggetto di profitto» è carico di conseguenze. Altro esempio, l'articolo sul vincolo familiare, che elimina la superiorità del matrimonio rispetto alla convivenza, nonché il requisito dell'eterosessualità: l'Italia e gli altri stati nazionali potranno solo «disciplinare l'esercizio» di questa norma, non violarla. Non a caso contro questo articolo la pressione del Vaticano è stata durissima, come pure su quello che limita l'obiezione di coscienza.
L'Europa è attraversata da conflitti di ogni tipo sulla religione e il suo esercizio. Da una parte c'è la sentenza della corte di Strasburgo contro l'esposizione del crocifisso nelle scuole, dall'altra in Svizzera (che non fa parte della Ue, ma dà pur sempre un'indicazione di clima) votano contro i minareti e in Italia la Lega vuole la croce sulla bandiera ...
Per la sentenza sul crocefisso la corte non a caso ha fatto riferimento alla Carta. Che rubrica la libertà di religione e di manifestazione individuale e collettiva, pubblica e privata del culto assieme alla libertà di pensiero, senza conferire alla prima alcun piedistallo. Come pure il rispetto delle diversità religiose sta assieme a quello delle diversità culturali e linguistiche. C'è insomma un riconoscimento laico, secolarizzato, della religione. Alcuni vedono un cedimento sul terreno della laicità non nella Carta ma nel Trattato, che all'art.. 17 parla di dialogo fra le chiese e le istituzioni. Ma la Carta fornisce il quadro normativo necessario per contenerlo nei limiti di una Europa laica e secolarizzata. Purché, lo ripeto, alle norme segua la politica. Il diritto può disegnare un quadro di agibilità, ma poi sta alla cultura politica raccoglierne l'opportunità e la sfida.
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qui in italia una sinistra litigiosa e antistorica, sempre in lotta col presente e la realtà, dopo essersi ubbriacata di ideologia, lascia che la banda di criminali che è al governo attenti all'unica cosa davvero democratica, indubitabilmente di sinistra che sia restata in italia, la Costituzione nata dalla Resistenza, quella che sancisce l'obbligatorietà di diritti estesi a tutti che sono il frutto di secolari battaglie liberali e di sinistra, e che rischiano di diventare patrimonio di pochi, come l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, la laicità dello stato, il diritto alla cultura per tutti, il fatto che il territorio italiano appartenga a tutti, etc., ma cosa succede a sinistra? non ci si accorge che stiamo scivolando nel medio evo? 02-12-2009 12:44 - ekain