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Cinzia Gubbini
Caso Cucchi, la polizia si autoassolve
«Gli accertamenti amministrativi hanno rilevato fin qui l' assenza di responsabilità da parte della polizia penitenziaria». Queste le dichiarazioni di ieri del capo del dipartimento per l'amministrazione penitenziaria Franco Ionta, che ha trasmesso alla Procura la relazione dell'indagine amministrativa sulle tre guardie penitenziarie accusate di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi. I tre sono inchiodati dalle testimonianze di alcuni detenuti che si trovavano nelle celle di tribunale (una delle quali, già raccolta in incidente probatorio, ieri è stata pubblicata da Repubblica.it). Le dichiarazioni di Ionta hanno scatenato una ridda di polemiche: già la settimana scorsa l'inchiesta amministrativa della Asl Rmb aveva scagionato i tre medici del Pertini accusati di omicidio colposo, reintegrandoli nel reparto carcerario in cui è morto Stefano. «E allora chi è stato a pestare Cucchi? Chi lo ha tenuto in sostanziale isolamento sanitario? Di solito non si usa tanta celerità nei procedimenti amministrativi. Si usa aspettare per motivi di opportunità il processo. Evidentemente ha prevalso lo spirito di corpo», ha commentato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. «Sicuramente non è morto di vecchiaia», è stato invece il commento di uno degli avvocati della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo. Soddisfazione, ovviamente, da parte dei sindacati della polizia penitenziaria, che mal avevano digerito l'atteggiamento del Dap che ha sempre mantenuto una posizione volta a far chiarezza: «Come avevamo previsto allora le responsabilità sono da individuarsi senz'altro altrove, probabilmente lì dove ancora la Procura non ha indagato», ha detto il segretario dell'Osapp Leo Beneduce.
Ma in realtà la relazione del Dipartimento sarebbe molto meno netta di quanto appare dalle dichiarazioni di Ionta. Si limiterebbe infatti a mettere insieme una serie di dati oggettivi - quelli emersi finora - e manterrebbe la conclusione aperta alle indagini che la magistratura deve ancora compiere, sottolineando tra l'altro che è indispensabile acquisire i dati della seconda autopsia. Esami ancora in corso.
Fatto sta che le indagini del dipartimento porteranno, sicuramente, ad alcuni cambiamenti. Intanto le guardie penitenziarie probabilmente non presteranno più servizio nelle celle di sicurezza del tribunale. Musica per le orecchie dei sindacati che da sempre sostengono che quello non è loro compito. In secondo luogo il dipartimento, in seguito alla morte di Stefano ha deciso di cambiare le regole per l'accesso alle informazioni dei familiari di chi è ricoverato nel reparto carcerario del Pertini. Lo ha reso noto ieri il senatore Ignazio Marino, capo della Commissione sul servizio sanitario che ha aperto un'inchiesta sulla morte del ragazzo. Ai genitori di Stefano fu impedito persino di parlare con i medici dell'ospedale. Inizialmente il primario Aldo Fierro (ora tra gli indagati) sostenne di non aver mai saputo che i genitori desideravano consultare i medici, altrimenti li avrebbe incontrati. Poi venne fuori un vecchio protocollo in cui si sostiene che i famigliari per parlare con i medici devono avere il permesso del pm, cosa che effettivamente era stata riferita ai genitori di Stefano dalle guardie penitenziarie che presidiano il reparto. «E' una bella notizia, spero che a nessuno capiti più ciò che è capitato a noi», ha commentato Ilaria Cucchi, al sorella di Stefano.
Intanto va avanti l'inchiesta della Procura. Ieri i pm Barba e Loi hanno ascoltato il detenuto tunisino che la scorsa settimana ha consegnato una lettera al senatore dell'Idv Stefano Pedica. Il ragazzo, un tunisino, ha diviso la cella con Cucchi la notte del 16 novembre: «Mi disse che i carabinieri lo avevano ammazzato di botte tutta la notte». Ma i magistrati sarebbero scettici circa la sua testimonianza, che conterrebbe delle lacune. In particolare ritengono che non sia stato lui a scrivere la lettera. Cosa probabile: in carcere si usa dettare una lettera a un compagno di cella, se non si sa scrivere. Proprio stamattina il senatore Pedica si recherà in Procura: avrebbe informazioni relative proprio a chi ha scritto la lettera. Che, però, direbbe la verità.
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quanto detto dal buon marianimaurizio.
La risposta delle borgate non si farà attendere 04-12-2009 02:32 - GUNSOFBRIXTON
diano un falso nome e cambino indirizzo.E'bene che i loro nomi non affiorino mai.Come quelli degli sbirri che hanno ammazzato Bianzino e tutti gli altri innocenti.La loro scuola e'Bolzaneto ,i loro protettori una classe politica mafiosa e corrotta.Stanno bene tutti insieme come il cancro ed i bubboni. Se esistesse un contropotere popolare per tutelare i cittadini dalla violenza e dall'impunita',se l'Italia non fosse una colonia,spazzare via questa schiuma di vigliacchi e di mafiosi sarebbe questione di poco tempo.La nostra forza la loro morte,la nostra debolezza la loro assicurazione sulla vita. 04-12-2009 01:28 - mauro ghignoni
Che la magistratura faccia la sua giustizia!
Siamo stanchi di una giustizia che non vede il dolore dei poveracci.
Se anche questa volta la giustizia non ci sarà,allora ci dovremo sostituire alla legge,per avere la legge.
Se la vostra violenza, si chiama giustizia,allora la nostra giustizia si chiamerà violenza.
E' un monito imperativo! 03-12-2009 19:34 - mariani maurizio