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Francesco Paternò
Giornali e auto sono la stessa cosa?
Il ministro Giulio Tremonti sostiene adesso che infilerà gli aiuti all'editoria appena cancellati nel decreto «Sviluppo» in gennaio, lo stesso che dovrebbe contenere il rinnovo degli incentivi alla rottamazione delle automobili. Ma giornali e macchine sono uguali? Pessimo, ma accettiamo la provocazione.
I due settori hanno da tempo spine comuni. La prima è la sovraproduzione. Ormai ci sono troppi modelli in vendita rispetto ai potenziali compratori, come ci sono troppi quotidiani rispetto al numero di potenziali acquirenti. In entrambi i casi, l'Italia è il mercato più scandaloso del mondo: abbiamo la più alta densità automobilistica d'Europa e il più basso indice di lettura di quotidiani d'Europa. L'amministratore delegato del gruppo Fiat Sergio Marchionne ha buttato lì l'altro giorno che l'industria dei trasporti ha oggi una capacità produttiva di 92 milioni di pezzi all'anno, contro i 40 effettivamente prodotti. L'ultima spaventosa crisi economica ha spazzato via decine di fabbriche nello spazio di un mattino in America. In Europa non ancora, ma diverse sono a serio rischio, dalle scogliere di Dover a Capo Passero (Termini Imerese, su Google Map).
Sempre al di là dell'Atlantico, nel solo 2008 hanno smesso di andare in edicola un centinaio di testate, molte delle quali grandi e nobili quanto lo poteva essere la General Motors finita in bancarotta. In Italia, senza il finanziamento pubblico cancellato dal governo Berlusconi, un altro centinaio di testate tra cui il manifesto sono destinate a chiudere. In America, l'amministrazione Obama ha salvato la Gm con migliaia di posti di lavoro e si discute di salvare anche l'informazione. Da noi il governo ignora gli operai di Termini e vuole affossare l'editoria libera. E che non si dica che nei decenni passati la Fiat non sia stata variamente finanziata dallo stato.
Un'altra spina è quella dei costi della distribuzione, che affligge i bilanci di noi tutti. Se Marchionne e i suoi colleghi potessero cancellare o ridurre quest'onere, i risicati margini per auto venduta lieviterebbero. In questo senso, Internet non ha aiutato l'industria delle quattroruote più di tanto, mentre sta tagliando le gambe alla carta stampata, senza punti vendita e con un click. «Il futuro del giornalismo è più promettente che mai», dice Rupert Murdoch, uno che fa giornali e tv e internet sbattendosene e dell'auto e del pluralismo, ma per dargli per una volta ragione bisogna prima sopravvivere a Tremonti.
A provocazione chiusa, non si possono però dimenticare le parole di Gianni Agnelli, per il quale l'automobile era libertà. Qui non ci siamo proprio: la libertà è un'altra cosa e per esempio ha la forma di quella stampa che si vorrebbe appiedare o schiacciare, fate voi. E comunque, se questo governo vuole mandare le auto a 150, il manifesto può saggiamente andare a 50. Euro, il 17 dicembre. Voi lettori e sostenitori sarete i nostri Tutor.
Nella foto, la copertina del supplemento Autocritica, in edicola con il giornale venerdì 11 (a prezzo normale, eh). Auto elettrica per (quasi) tutti, avverrà nei prossimi dieci anni?
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State parlando del manifesto!
Ormai siete tutti drogati dalla retorica di un'informazione (quella finta, ufficiale, malata, pidduista, non quella del manifesto) inesistente...
gente svegliaaaaaaaaaaa 25-12-2009 09:46 - alessandro paesano
Anche senza un master in economia, uno stipendiato da 1000 euro al mese ci arriva a capire che (1) il grosso delle tasse lo pagano solo gli sfigati come lui, (2) il grosso dei contributi alla fiat spariscono in cinque minuti in qualche paradiso fiscale, (3) L'italia ci ha pompato soldi da mantenere cinque General Motors, e si ritrova davanti a poche decine di migliaia di addetti. Più un indotto incontrollabile che o sta chissà dove o lavora negli scantinati in condizioni da terzo mondo. E allora non del tutto a torto si domanda: ma chi e soprattutto cosa sto mantenendo? io capisco, ma vorrei anche ricordare a tutti che c'è spesa e spesa, e non sarà il Manifesto a spiantar l'italia. Tanto, i soldi lo stato italiano continuerà a regalarli a palate ai soliti noti, anche quando il Manifesto sarà morto da un pezzo. Con più facilità, mancando voci critiche. 10-12-2009 12:40 - andrea61
Ha da passà a nuttata!.
Non gli importa del paese e di come si sviluppa questa società.
Non gli importa di stabilire regole e primcipi.
Ha da passà a nuttata!
La crisi economica porta i vari stati a prendere iniziative e scelte.
Per Giulio,la migliore scelta è non fare assolutamente nulla!
Tanto questo paese diventa,la retroguardia dell'imperialismo.
Via ogni rinnovamento.
Via ogni sperimentazione.Per Giulio,
Le cose più sono ferme meno puzzano.Ma che siamo merda?
A pensare che questo signore era un pupillo dei socialisti italiani e aveva studiato i testi marxisti.
Nessuno è perfetto!
Oggi, quando guardo questo signore,mi torna in mente un film di Peter Sellers (oltre il giardino).
La storia di un imbecille che lo assumono a fare il ministro dell'economia.
Proprio come Peter Tremonti 10-12-2009 09:39 - maurizio mariani
E devo dire che uno dei punti di forza del nuovo quotidiano "IL FATTO" è proprio quello di vantarsi di non accedere a tali contributi, i lettori hanno apprezzato e molti si sono abbonati.
So che è dura, ma se vi attivate, specialmente con la rete, "IL MOSTRO" verrà salvato.
RESISTENZA 09-12-2009 23:10 - Lettore