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FUORIPAGINA
10/12/2009
  •   |   Anna Maria Merlo
    In Francia i giornali puntano sul telefono

    La stampa francese si dibatte da anni per far fronte a una crisi che sembra ineluttabile. Nel 2008, Sarkozy aveva convocato gli Stati generali della stampa, per cercare, assieme agli editori e ai giornalisti, una strada per ridare fiato all'editoria quotidiana. Ma la montagna - una promessa di investimenti per 600 milini di euro, per salvare un settore che impiega 100mila persone - dopo un percorso costellato di polemiche, ha partorito un topolino. Quest'anno, a gennaio, è stato confermato il blocco delle tariffe postali, per venire incontro ai costi della distribuzione, che gode, inoltre, di qualche finanziamento pubblico. Il governo, poi, ha promesso di recente di raddoppiare il proprio bilancio di comunicazione, aumentando così l'acquisto di quotidiani. Per i nuovi siti di informazione su Internet, è stato istituito uno statuto giuridico. L'ultima iniziativa risale all'ottobre scorso: il governo offre l'abbonamento per un anno a un quotidiano a scelta, a 200mila giovani tra i 18 e i 24 anni.
    Esistono, poi, degli aiuti specifici per i «quotidiani di informazione politica e generale con basse entrate pubblicitarie». Lo scopo è di «garantire la libertà di stampa e il pluralismo». Per poter usufruire di questi aiuti, ci sono condizioni di ordine generale: essere una pubblicazione in lingua francese che dà informazioni di carattere generale e politico, pubblicare su carta da quotidiano e uscire almeno 5 giorni su 7. E ancora: il prezzo di vendita deve stare in una forbice compresa tra il 90% e il 130% del prezzo medio dei quotidiani di informazione generale, la diffusione media dev'essere inferiore a 250mila copie e quella a pagamento, inferiore a 150mila copie, mentre le entrate pubblicitarie devono essere inferiori al 25% delle entrate complessive del giornale. Secondo i dati del 2005, solo tre quotidiani hanno beneficiato di questi aiuti. Si tratta de L'Humanité, La Croix e France Soir. Nel 2005, L'Humanité ha ricevuto 2,6 milioni di euro, France Soir 2,2 e La Croix 2,1. Secondo il direttore de L'Humanité, Patrick Le Hyaric, «tutta la stampa soffre di un calo delle entrate pubblicitarie. Bisognerebbe aumentare gli aiuti ai giornali con deboli risorse pubblicitarie, oltre ai fondi per la modernizzzione. Perché non creare una fondazione per il pluralismo della stampa sotto l'egida dello stato? Un leggerissimo prelievo sulla pubblicità, che oggi va tutta ai mastodonti, e dei doni di privati potrebbero finanziare questa fondazione». L'Humanité per sopravvivere ha organizato negli ultimi anni ben tre grandi sottoscrizioni tra i lettori, nel 2002, nel 2004 e nel 2008 (quando ha raccolto 1,5 miloni di euro, tra doni e prestiti). I quotidiani lottano contro la crisi a colpi di tagli all'organico. Di recente, più di 100 posti soppressi a Le Monde, 140 a Libération, 80 a Le Figaro. Persino l'Afp ha pianificato una riduzione del'organico.
    Di fronte al crollo della pubblicità e al calo delle vendite (meno 20% in dieci anni), i giornali hanno cercato di diversificare l'offerta, a cominciare dalla formula panino, con dvd, cd o libri venduti con il giornale. L'ultimo esperimento è il giornale sugli smartphones, per raggiungere il pubblico dei più giovani. Da aprile, L'Equipe può essere ricevuta sull'iPhone, per un costo di 0,79 euro ad appplicazione (ma l'operatore prende la sua parte, Apple, per esempio, incassa il 30%). Per evitare questa trappola, Libération, che da fine novembre è sull'iPhone, ha optato per due tipi di pagamento: uno all'atto, 0,79 euro per leggere il giornale per 24 ore e 3,99 per una settimana, affiancato da un sistema di abbonamento da 6 a 12 euro al mese, che si può fare solo a partire dal sito web del giornale e i cui proventi vanno tutti alla testata.


I COMMENTI:
  • Quanto al NYT, era facilmente prevedibile che la pura e semplice creazione del mega-portale, dove chiunque si trovi a passare entra, si guarda in giro ed esce, non avrebbe di per sé risolto granché. Perché se gli accessi non li rendi in qualche modo direttamente remunerativi, e ti limiti tutt'al più a utilizzarne il "volume" come "moneta virtuale" da spendere nelle transazioni con gli inserzionisti pubblicitari reali, la cosa diventa del tutto aleatoria, ed è difficile costruirci sopra chissà quali rilanci economici.

    Il problema, purtroppo, è che il quotidiano, inteso qui generalmente come "bene", mi pare si trovi un po' nello stesso stato di transizione in cui si trova l'automobile: non più, non ancora. NON PIÙ quello che è stato per tutto il novecento, perché ormai è assodato che - come dice appunto Michael Zimbalist - l'informazione "grezza" ti segue e ti assilla ovunque: e su questo chiaramente il vecchio quotidiano tradizionale non può competere. Ma NON ANCORA in grado di decidere IN COSA trasformarsi per potersi proiettare dentro il ventunesimo secolo con fondate capacità di incidere ancora, come mezzo per la circolazione dell'informazione.

    C'è appunto una tale inflazione di informazione "grezza", e c'è una tale pletorica disponibilità di mezzi tecnologici con cui procurarsela a costi minimi, che probabilmente fra qualche anno ci si troverà a fronteggiare il paradosso di enormi platee di individui perfettamente informati su tutto, ma 1) incapaci di soffermarsi su un testo scritto che richieda più di un minuto di concentrazione per essere "decrittato", e 2) incapaci di trarre, da tutta quell'informazione, il benchè minimo "vantaggio" in termini di capacità di decidere. Rischio su cui, del resto, aveva già messo in guardia Umberto Eco, uno che se ne intende, una quindicina d'anni fa, agli albori dell'era del web così come lo conosciamo oggi: attenzione alla saturazione.

    In questo paradosso stanno probabilmente i migliori margini di manovra per i giornali e i periodici, diciamo così, di tipo "classico": nello scegliere di non seguire l'andazzo del "web only" - il che, come prova il caso del NYT, che pure vi si è adattato solo in parte, è pressoché SUICIDA (a meno di non fare come l'astuto Murdoch con i suoi giornali, di cui senza versare un "obolo" nelle casse del suddetto a momenti è impossibile persino dare un'occhiata alla pagina d'ingresso) - ridefinendo però i propri ruoli e contenuti. Giornali e riviste come strumenti di approfondimento e di critica, quindi da realizzarsi in funzione di ciò. O, per dirla altrimenti (visto che io sono un ciclofilo, amo la bicicletta e la uso come mezzo prevalente per spostarmi in città): giornali e riviste di carta come BICICLETTE dell informazione e della cultura.

    Avendo tuttavia ben chiaro che, allo stesso modo in cui quella per favorire la transizione verso una mobilità sostenibile è una battaglia dura, e comunque fa fatica ad affermarsi l'idea che il velocipede possa essere un mezzo davvero competitivo rispetto alle automobili, anche sui brevi tragitti (paradossalmente, l'automobilista "genetico" preferisce perdere due ore imbottigliato nel traffico nella sua luccicante 4X4, piuttosto che convertirsi all'idea di pedalare), analogamente si farà fatica a continuare a competere con la cornucopia informazionale di Internet. Ci saranno morti e feriti, ridimensionati e falliti. E, forse, i maggiori spazi di manovra e una rinnovata libertà d'azione arriveranno quando Internet comincerà ad approssimare il punto di saturazione. Avverrà inesorabilmente: TUTTE le reti, a meno di non continuare a crescere all'infinito, hanno un punto di saturazione e sovraccarico. La rete di Internet non fa differenza: solo ci vorrà più tempo, perché non è una "semplice" infrastruttura stradale o ferroviaria. Avverrà, quanto meno per il "sovraccarico mentale" di utenti sempre più "sazi" di informazione di cui poi in sostanza non sanno cosa fare (e, a che serve, poniamo, sapere tutto sulle abitudini "di alcova" di un presidente del consiglio, compresa la marca di preservativi usati, se poi questo non ti giova in qualche modo a prendere delle decisioni? Sull'inesorabilità di meccanismi di questo genere si sono vinti premi Nobel per l'economia...)

    Tutto ciò, però, c'entra relativamente poco con la questione del finanziamento pubblico. La situazione europea mi pare alquanto più variegata: ma soprattutto, oserei dire che IN QUASI NESSUN PAESE (se non forse la Francia) vige la situazione dei "rimborsi a prescindere", dei finanziamenti a pioggia (e più o meno "a forfait"), e del "dentro tutti belli e brutti" che vige qui. In alcuni paesi, a quanto vedo (cito da www.minervariviste.com/la-rivista/attualita/18-finanaziamenti-pubblici-alleditoria-il-caos-italia-e-il-caso-europa ma di sicuro si possono trovare dozzine di altre pagine analoghe), addirittura l'ammontare del "rimborso" è legato alla quantità carta consumata (Danimarca!) e al numero di pagine stampate, in altri paesi ti danno il finanziamento solo dietro presentazione di specifici progetti, ai naltri paesi ancora (Inghilterra e Irlanda) il finanziamento addirittura NON C'E' (e non mi si venga a dire che l'Inghilterra è un paese "di scarsa cultura giuridico-costituzionale"). In questo paese, guardiamoci in faccia: occorrerebbe una seria regolamentazione.

    Il problema è che non ne verrà mai alcuna, perché la situazione, così com'è oggi, caotica e "opaca", fa comodo un po' a tutti. Io però continuo ad avere difficoltà estreme a capire cosa c'entri la difesa ad oltranza di uno stato di cose caotico e tale da rendere i fruitori del finanziamento "potenzialmente ricattabili" con le garanzie costituzionali e l'autonomia dei cittadini...

    La questione della gestione economica dell'"impresa manifesto", poi, è un'altra faccenda ancora. Faccenda che, a mio sommesso parere, ha a sua volta poco o punto a che vedere con la questione del finanziamento pubblico: e ancor meno ne ha con il problema general-generico di quanto (poco o tanto che sia) siano effettivamente garantiti rispettati e applicati i diritti costituzionali in questo paese... 11-12-2009 12:48 - Alan Ross
  • Questo articolo mi pare una risposta perfetta al dibattito scatenato su questo sito da un appello di Parlato a sottoscrivere abbonamenti di sostegno del manifesto, appello che trovava le sue ragioni nella decisione adottata dal governo di non concedere fondi ai giornali cooperativi etc. Alcuni interventi hanno reso palese la mancanza di conoscenza della situazione della carta stampata sul piano mondiale.Dall'articolo emerge chiaramente che aiuti alla stampa sono elargiti dallo stato francese. Questo è un comportamento assai corrente negli stati dell'Unione Europea. Un giornale non è una lavatrice e nemmeno una macchina, quindi appare assolutamente normale sostenere un'impresa di tipo culturale. Allo stesso tempo leggo sul settimanale francese Télérama di questa settimana un reportage sulla crisi del New York Times,storica testata statunitense che conta più di un secolo di vita.La creazione di un sito web, seguito ogni anno da circa 20 milioni di persone nel mondo intero, non è riuscito ad arginare la crisi. Michael Zimbalist afferma : "dorinavanti l'informazione segue il CONSUMATORE nella metro, in macchina, nel salotto, nelle tasche. Essa si adatta a lui e non all'incontrario". Ecco, in questa teorizzazzione (o semplice presa d'atto) dell'aggressività dell'informazione (usa e getta peraltro), io vorrei che il manifesto rimanesse cartaceo, che è anche una metafora della lentezza della riflessione e del dibattito, del prendere il tempo dell'analisi. Ciò non evita la questione del sito web. Per il momento è come se fosse mutilo, attutito. Sarebbe difficile farsi un'idea della "ricchezza" del giornale dal sito. E questo è un peccato. Quindi maggior connettività coi poli dell'informazione alternativa e/o civile, come Carta, Radio Popolare, Slow Food, Legambiente, Amnesty, BellaCiao etc. Unire la sinistra secondo me passa anche da qui. Lanciare ponti è sempre un processo di crescita democratica. 10-12-2009 22:21 - Spartacus
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