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FUORIPAGINA
12/12/2009
  •   |   Gianni Rinaldini (Segretario generale Fiom-Cgil)
    Ibrahim non fa notizia

    Il segretario Fiom Rinaldini scrive ai direttori dei giornali: «L’immigrato ucciso dal padrone, risorsa umana dismessa».
    Qualche giorno fa, in provincia di Biella, un ragazzo è andato dal suo datore di lavoro per chiedere che gli venissero pagati tre mesi di stipendio arretrato: qualche migliaia di euro che si era guadagnato onestamente, lavorando tutti i giorni e facendo quindi ciò per cui era stato assunto. Forse ne è nata una discussione, forse il ragazzo e il datore di lavoro – un artigiano – hanno litigato, forse si sono insultati, non sappiamo. Ciò che importa è che il datore di lavoro lo ha ucciso con nove coltellate, ha forse chiesto aiuto a qualcuno di fidato, ha caricato il corpo del ragazzo nel bagagliaio di una macchina e lo ha scaricato sulla riva di un torrente, nella vicina provincia di Vercelli. Il datore di lavoro si è così disfatto di «qualcosa» che in quel momento risultava essere inefficiente
    e antieconomico per la sua impresa edile: un peso morto.
    Il corpo del ragazzo è stato poi trovato senza vita dalla polizia ed è stato
    quindi identificato dai suoi familiari. Il ragazzo si chiamava Ibrahim M’Bodj,
    aveva 35 anni, era originario del Senegal e lavorava in edilizia. Il datore di lavoro ha ammesso di averlo ucciso. Sì, il ragazzo era un immigrato, uno di
    quei tanti uomini e donne che decidono di lasciare il proprio paese alla ricerca
    di condizioni di lavoro e di vita migliori. Uno di quei tanti che sperano di trovare un lavoro che gli permetta di avere una prospettiva di vita dignitosa, che possa garantire un futuro migliore a se stesso e ai suoi familiari; un lavoro che possa garantire una prospettiva di vita, appunto. Ibrahim ha trovato condizioni di lavoro che gli hanno dato la morte. Ibrahim non ha trovato un datore di lavoro, ma un padrone con potere di vita e di morte su di lui.
    Ibrahim era un ragazzo normale come tanti altri. Ibrahim non era un eroe, e quando è andato a chiedere che gli venissero pagati i tre mesi di stipendio
    arretrati pensava di andare a chiedere solo ciò che gli spettava legittimamente.
    Di certo non pensava che quelle sarebbero state le ultime ore della sua vita. Di certo non pensava di fare niente di eccezionale. Per tre mesi si era arrangiato e aveva aspettato, ma a quel punto – dopo novanta giorni senza stipendio – doveva continuare a vivere, doveva fare qualcosa, e ha deciso di chiedere all’artigiano per cui lavorava ciò che gli spettava, niente di più.
    La ferocia della reazione del datore di lavoro è purtroppo significativa del
    clima sociale e culturale del nostro tempo. Ma ciò che quasi ancor più ci
    colpisce di questo episodio è il fatto che i giornali, le televisioni, e in generale
    i mass media, se ne siano completamente disinteressati. Nei giorni successivi
    al ritrovamento del corpo di Ibrahim, quasi nessuno ha scritto o detto qualcosa su ciò che era successo, con pochissime eccezioni come nel caso del manifesto che ha scelto di dare rilievo a questa storia orribile. E allora viene in mente l’idea che, a parti rovesciate, si sarebbe forse mobilitato l’intero circo mediatico e che per settimane questo episodio sarebbe stato, giustamente, al centro delle riflessioni e delle analisi di politici, giornalisti, intellettuali e opinionisti vari, animando una fitta serie di dibattiti e discussioni.
    Ibrahim, evidentemente, aveva una doppia sfortuna: era un lavoratore ed
    era un immigrato. Ibrahim era doppiamente invisibile, nonostante avesse
    un contratto di lavoro regolare e soggiornasse regolarmente in Italia da
    molti anni. Ibrahim non era uno qualsiasi: non era nessuno.
    Per il suo datore di lavoro, probabilmente, Ibrahim non era un uomo in
    carne e ossa, dotato di una vita propria. Sì, certo, era umano, ma era una
    risorsa, una risorsa umana, alla pari o forse poco più importante delle risorse
    tecnologiche, di quelle energetiche o naturali, di quelle organizzative. E se
    una risorsa, anche se umana, non serve più, la si dismette, se ne fa a meno,
    la si scarica. Certo, per dismettere le risorse, ci sono modi civili e modi incivili,
    ma il concetto è sempre lo stesso.
    A pensarci bene, questa è anche, e sempre di più, la logica costitutiva di quello che, non a caso, viene definito come il «sistema di management dell’immigrazione» degli Stati liberali (non solo dell’Italia). Primo: prendere
    le risorse umane che ci servono (qualche tempo fa si diceva di prendere gli
    immigrati che sono disponibili a fare quello che gli italiani non vogliono più
    fare, ma l’attuale crisi economica ha complicato un po’ le cose). Secondo:
    essere ancor più ricettivi nei confronti delle risorse umane che possono contribuire a fare acquisire al paese un vantaggio competitivo nei settori produttivi strategici (gli immigrati con alte competenze professionali). Terzo: evitare l’arrivo delle risorse che non risultano utili o, nel caso in cui queste siano
    già presenti, reindirizzarle verso i paesi da cui provengono. Anche in questo caso, esistono modi civili e modi incivili di disfarsi di queste particolari risorse umane: le si può rimpatriare, se mai attraverso incentivi economici, ma si può anche buttarli a mare come le scorie radioattive.
    Per quel datore di lavoro, Ibrahim era una risorsa da dismettere. Se si fosse
    trovato senza lavoro e senza la possibilità di rinnovare il permesso di  soggiorno, Ibrahim sarebbe potuto diventare una risorsa da dismettere anche
    per l’intero paese Italia. Ma, evidentemente, è proprio così che è stato considerato da molti di coloro che fanno parte dei salotti televisivi, delle redazioni dei giornali e dei telegiornali. Un uomo che muore può fare notizia, una risorsa dismessa no. Se poi questa risorsa è straniera, anzi extra-comunitaria, è come se non fosse mai esistita.
    Ci sono dei singoli avvenimenti che hanno la capacità di raccontare un dato
    assetto della realtà sociale quanto un’analisi statistica o un’inchiesta sociologica, se non addirittura di più. Rappresentano quello che sta accadendo
    in determinati tempi e luoghi, di sintetizzare il senso dei processi sociali e culturali che attraversano questi luoghi e tempi, e di svelare le logiche che
    sottostanno ai sistemi mediatici.
    Sono passati più di vent’anni dall’assassinio di Jerry Maslow, un omicidio
    che tanto clamore e tanta indignazione suscitò nella società civile. Ciò avvenne
    anche grazie all’attenzione che i mass media del nostro Paese dedicarono
    allora a quell’episodio. L’impressione è che oggi, a venti anni di distanza,
    si sia tornati indietro di secoli.


I COMMENTI:
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  • ogni mattina mi alzo e se penso a questo paese non riesco a trattenere lacrime e vomito.
    Si potrebbe scappare, cercare un altro paese, ma dove andare? dove nascondersi dalla corruzione morale cui il capitalismo ha condotto il genere umano? 13-12-2009 10:09 - michele
  • Sig. Gio, mi scusi ma è la sua lettera un'offesa all'intelligenza. Vedo che lei ha già inquadrato i fatti e deciso la soluzione, mettendo bene in luce alcuni particolari (sfavorevoli alla vittima - e qui preciso che intendo parlare di quello che è stato ucciso, perché ho inteso che per lei la vittima è l'altro) e omettendone diversi altri. ad esempio:
    1) che l'uccisore è esperto di arti marziali, che ha sferrato diverse coltellate dopo aver bloccato la vittima e che ha pensato bene di sbarazzarsi del cadavere. Direi una legittima difesa abbastanza attiva.
    2) che "il clandestino" era alle dipendenze del suo assassino (il quale quindi conosceva bene la condizione del suo sottoposto, non esitando tuttavia ad utilizzarlo, con la convinzione di poter avere su di lui ogni potere) e che da tempo reclamava il magro compenso pattuito per mesi di lavoro, mai retribuito. E' questo tipo di "identità e di appartenenza" che a lei piace, sig. Gio?

    Da alcuni resoconti giornalistici, pare che Ibrahim volesse i suoi soldi (posso dire così sig. Gio o neppure quelli gli erano dovuti?) perché voleva tornarsene in Senegal, visto che qui non avrebbe più potuto avere una vita accettabilmente vivibile. Che ironia della sorte: era fuggito dall'inferno per trovare l'eden, ma è morto nell'eden come un animale mentre cercava di ritornare a vivere all'inferno.

    Anche la vittima aveva le sue colpe che avevano reso difficile la sua vita? Ammettiamole, ma questo cosa cambia della gravità inammissibile di quanto è successo?
    Si potrebbe parlare anche di cosa sarebbe accaduto se fosse avvenuto il contrario (se cioè i ruoli di vittima e assassino si fossero invertiti) e di cosa avrebbe detto lei sig. Gio, ma questo lo lascio alla personale fantasia.
    Quello che importa è che la dignità umana o è una sola o non è. E' dal fatto che lei non inorridisca davanti all'assassinio di una persona in quanto tale e anche davanti a questo fatto delittuoso, proprio per le circostanze in cui è avvenuto, che lei non senta un attimo interiore di smarrimento, ma al contrario si preoccupi di accoltellare ulteriormente la vittima, di proteggere preventivamente l’uccisore e di prendersela come al solito con i cosiddetti “buonisti” e col sindacato –che ha colpa per principio evidentemente- , è da questi fatti dicevo che si capisce, invece, che per lei la dignità umana ha diverse gradazioni. Quella di Ibrahim e di tanti suoi simili -ancora in vita- deve essere a un livello piuttosto basso; ma non credo sia molto più alta per lei la dignità di coloro che la pensano in maniera opposta alla sua, anche se sono del suo territorio di appartenenza.

    Un’ultima considerazione sull’utilitarismo Un conto è constatare che il sistema utilizza ampiamente al ribasso una risorsa umana precaria e sempre sostituibile come quella dell’immigrazione, cercando così di dare anche una visione giustificativa del processo migratorio, altro conto è portare avanti l’idea di utilitarismo, come sostiene lei sig. Gio. L’idea pratica di utilitarismo la porta avanti chi assume le persone e sa di poter sfruttare a proprio vantaggio la loro precarietà, con l’aiuto (non saprei quanto involontario) di leggi che non fermeranno l’immigrazione né legale né clandestina, ma la renderanno solo più difficoltosa e disperante, facilitando la possibilità di episodi simili a quello di cui tratta la lettera di Rinaldini.
    Avrei altro da dire, ma non c’è tempo e spazio sufficiente, per cui basta così. 13-12-2009 00:36 - renato
  • In realtà quello che è successo ha una valenza che voi non potrete mai capire 12-12-2009 23:52 - pippo

    la redazione: Questo commento è stato tagliato perché conteneva termini offensivi
  • Scusa Gio ma se si trattava di legittima difesa come mai c'è stato il tentativo di occultare il cadavere di Ibrahim?
    Come fai a dichiarare poi che si tratta "probabilmente di legittima difesa", c'eri per caso? O ragioni con una tua logica precisa? Puoi spiegarmela?
    E secondo te il fatto di avere precedenti ed essere clandestino(l'artigiano però lo faceva lavorare e con il suo lavoro guadagnava) non gli dava comunque il diritto di ricevere il suo legittimo compenso da chi per 90 giorni non aveva mantenuto l'impegno economico?
    E con tutto ciò tu giustifichi le 9 coltellate inferte dal datore di lavoro?
    Puoi spiegare cosa intendi per offesa all'intelligenza? Quale, la tua? Beh allora ben vengano queste lettere. 12-12-2009 21:17 - Simone
  • Il fatto che fosse clandestino e con precedenti giustifica che non gli fosse pagato lo stipendio? Se il suo "datore di lavoro" non era soddisfatto di lui, avrebbe potuto tranquillamente licenziarlo invece di continuare a sfruttarlo. Vorrei vedere chi sarebbe capace di tenere un comportamento civile dopo tre mesi di lavoro non pagato. Del resto, non è la prima storia del genere che capita. Ci sono stati altri casi di lavoratori immigrati uccisi per aver richiesto che gli venisse pagato lo stipendio arretrato. Erano tutti delinquenti? 12-12-2009 20:04 - Irene
  • Un padrone ha ammazzato e cercato di disfarsi del cadavere di un immigrato che lavorava per lui.
    Dopo avergli rubato il suo salario,lo uccide.
    Ma la cosa che mi fa incazzare come un assassino di assassini è leggere che qualcuno lo difende.
    AAAAAAH!
    Mi viene la voglia di uscire da questa casa e fare una scorribanda per i Parioli.
    AAAhh
    Che rabbia!
    Ma cosa fanno i politici?
    Cosa fanno i giudici?
    cosa fanno i preti?
    Aaaahhha,ma cosa volete che ci facciamo giustizia da soli.Cosa volete che diventi la nostra Italia un altra Beiut.AAAhh,ma guarda come ci stanno provocando.AAAhh 12-12-2009 19:45 - maurizio mariani
  • La lettera di rinaldini è da sottoscrivere parola per parola. a rendere ancora più terribile questo assassinio è il fatto che probabilmente chi lo ha commesso, come giustamente osserva rinaldini, ha agito obbedendo a un automatismo di difesa senza riserve del puro utilitarismo eocnomico e poi deve avere legittimato il proprio gesto disfandosi della "risorsa" ridiventata uomo. ma la lettera di Gio che mi precede mi spaventa forse ancor di più. un omicidio, pur socialmente determinato, ha sempre ANCHE qualcosa di patologico ma una lettera che lo giustifica e contrappone a Rinaldini "utilitario" cioè portatore del valore democratico del conflitto ,l'appartenenza e l'identità,anche di fronte a uno spietato assassinio ci rivela la devastazione dello spirito pubblico. che cosa possiamo fare, in ogni posto di lavoro, in ogni scuola, in ogni momento della vita quotidiana per far tornare alla realtà coloro che come Giò sono avvelenati dall'ideologia? lo dobbiamo a Ibrahim e a noi stessi. 12-12-2009 19:19 - irisblu
  • Che bella lettera, invece, e che bella l'idea del manifesto di dedicare la prima pagina alla tigre buona pakistana, morta da indigente su una panchina di Roma. Lunga vita a il manifesto e a Sher Kahn! 12-12-2009 17:52 - lorenzo
  • Qesta lettera è un'offesa all'intelligenza: il "ragazzo normale Ibrahim", era in realtà un immigrato con precedenti penali, buttato fuori di casa dal fratello pochi giorni prima della morte, a causa dello spaccio di droga e del comportamento violento.
    Era clandestino, perché il permesso gli era stato revocato a causa dei reati compiuti, e probabilmente l'omicidio è avvenuto per legittima difesa, ma questo lo appureranno gli inquirenti.
    Rinaldini su lamenta del fatto che gli immigrati vengano considerati solo finché utili, dimenticando che proprio il sindacato e certi ambienti "caritatevoli" , portano avanti l'idea dell'utilitarismo, contro quella dell'appartenenza e dell'identità. 12-12-2009 16:50 - Gio
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