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Marina Forti
Copenhagen verso il fallimento
Uno dei pochi applausi della giornata l'ha strappato Hugo Chavez, il presidente della «repubblica bolivariana» del Venezuela: «Se il clima fosse una banca l'avrebbero già salvato», ha detto rivolgendosi all'assemblea di delegati e ministri di 190 paesi riunita nel Bella Centre, enorme centro congressi perso nella periferia innevata di Copenhagen. La frase circolava già da qualche tempo, come slogan, e ora sembra profetica. Il punto è che siamo agli ultimi giorni del vertice dell'Onu sul clima, sono entrati in scena i capi di stato e di governo, ma l'obiettivo si fa sempre più lontano: le questioni di fondo - impegni, finanziamenti - restano eluse e la parola «fallimento» circola sempre più insistente. Mentre si susseguivano, ieri sera, riunioni d'emergenza tra gruppi ristretti di ministri per tentare di salvare la situazione. Anche il cambio della guardia al vertice è un ulteriore segnale di difficoltà. La signora Connie Hedegaard, ministra danese per l'energia e il clima, ieri mattina ha ceduto la presidenza dei lavori al premier del suo paese, Lars Lokke Rasmussen. E' stato presentato come un avvicendamento di routine, ma nei giorni scorsi lo stile negoziale della signora Hedegaard era stato criticato dai paesi in via di sviluppo come poco trasparente; si parla anche di uno scontro ai ferri corti proprio tra lei e Rasmussen.
Tutto questo dopo un'estenuante notte di negoziati ministeriali, continuati fino alle 5 del mattino con i delegati degli Stati uniti che hanno fatto blocco, rimettendo in discussione gran parte di ciò che già era stato negoziato sotto la voce «azioni cooperative a lungo termine»: cioè tutto il capitolo dei meccanismi, anche finanziari, per aiutare i paesi in via di sviluppo a adattarsi alle conseguenze del cambiamento climatico ormai inevitabile, e alla transizione a tecnologie pulite, con relativi finanziamenti. Solo su un punto sembra che un compromesso sia trovato - ed è al ribasso. Riguarda proprio i finanziamenti: il presidente etiopico Meles Zenawi, che presiede il gruppo africano, ieri sera ha proposto un accordo in cui i paesi ricchi metteranno 50 miliardi di dollari l'anno fino al 2015 e poi 100 miliardi annui fino al 2020 per le misure di adattamento e transizione a tecnologie pulite: molto meno dei 200 miliardi annui chiesti in principio dai paesi in via di sviluppo, ma è quanto proponeva il premier britannico Gordon Brown in ottobre (Brown è arrivato qui ieri per dare una spinta ai negoziati). Presi per la gola, i paesi africani accettano.
Altri aspetti del negoziato restano nel caos. «Al cuore del problema c'è l'insistenza di Washington di abbandonare ogni idea di obiettivi legalmente vincolanti e basati sulla scienza, per accontentarsi di impegni volontari», critica Greenpeace Usa in un comunicato.
L'atteggiamento dei negoziatori americani, la valanga di emendamenti e parentesi, di sicuro ha confermato i peggiori sospetti dei paesi in via di sviluppo, che accusano i paesi ricchi - Usa, Ue, aiutati dalla presidenta danese - di cambiare le carte in tavole: da due anni si tratta su come estendere il Protocollo di Kyoto, con il suo sistema di tagli obbligatori delle emissioni per i paesi ricchi e misure di transizione tecnologica per i paesi in via di sviluppo, e ora loro cambiano i termini del discorso. «Di fondo, gli Usa vorrebbero essere trattati come la Cina», accusa ancora Greenpeace. La proposta americana è sostituire il Protocollo di Kyoto con la formula che chiamano «pledge and review», o «sistema delle proposte verificabili», dove ogni grande paese propone il suo obiettivo volontario (quanto tagliare le emissioni) e poi si vedrà se l'ha rispettato. Ma questo, obiettano osservatori come Oxfam o il Wwf, ha senso per la Cina, l'India, il Brasile, che non hanno la responsabilità storica di un secolo e mezzo di industrializzazione: e che in effetti ora si propongono di rallentare la propria curva di crescita delle emissioni, tagliando l'intensità di carbonio (la quantità emessa per unità di Pil), del 40% i cinesi, del 25% gli indiani.
La posizione degli Stati uniti nel negoziato è sotto i riflettori. Ieri il senatore democratico John Kerry, primo firmatario della bozza di legge sulla protezione del clima che il Congresso Usa sta discutendo, ha tenuto un bel discorsetto, in uno dei tanti «eventi collaterali» di questi giorni. Belle parole - la scienza del clima è inequivocabile, è urgente agire. E alcune conferme. Primo: che un nuovo trattato sul clima non uscirà da questo vertice («qui uscirà un documento politico che permetterà nel 2010 di arrivare a un trattato»), ma questo era già noto. Gli Usa, ha aggiunto Kerry, «onorano il principio delle responsabilità comuni e differenziate» scritte nella Convenzione Onu sul clima, il documento del 1992 alla base politica di ogni negoziato - ma certo bisogna considerare che «nel 2020 le emissioni della Cina saranno del 40% più alte di quelle americane». Inoltre, «dobbiamo convincere il senatore dell'Ohio che le acciaierie del suo stato con perderanno posti di lavoro perché noi dobbiamo tagliare emissioni mentre Cina e India non hanno obblighi». E' stato Kerry a sottolineare anche l'altra verità risaputa di questo vertice: che un accordo serve a «dare un segnale al mercato. Una volta che c'è un target, le forze del mercato lavoreranno in quella direzione» - in direzione di veicoli che rispettino gli standard di efficenza energetica, energie rinnovabili, tecnologie che domani siano d'avanguardia. Certo non è la prospettiva di cui parlava Chavez, che ha tracciato un'equazione semplice: il capitalismo è responsabile del cambiamento del clima, la soluzione è il socialismo. Né la prospettiva del presidente boliviano Evo Morales, che all'assemblea plenaria ha chiesto che i paesi ricchi onorino il loro «debito climatico» nei confronti del Sud, per le risorse usate e l'atmosfera inquinata: ha proposto anche una corte internazionale di giustizia del clima. Ma diffícilmente simili proposte troveranno posto in un accordo, quale che sia, a Copenhagen.
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Detto questo, vediamo in dettaglio alcuni degli appunti che mi muovi.
partiamo dalla soia. I dati che citi sono del 2005 (quindi p.E. , prima di evo). I produttori nazionali (piccoli, con la fetta maggiore, poi medi e grandi) che tu sai - se sei stato a Chanè, Hardemann, san Julian, ecc - principalmente (ex) coloni andini quechua aymara, sono quelli che più superficie coltivano. Questa superficie, soprattutto nella cosiddetta area di espansione al nord di santa cruz (in cui sono quasi assenti per esempio i brasiliani), è stata ottenuta negli ultimi 6 o 7 anni rimuovendo la foresta umida tropicale.. E' vero che, per superficie coltivata di soia, i produttori nazionali sono seguiti dai brasiliani. La situazione è però cambiata in questi anni, molti brasiliani hanno ceduto, e il presidente di anapo (cioè dei produttori di soia, girasole, sorgo, ecc - destinati principalmente all'esportazione) è ora un potosino, cioè un ex colono andino diventato grande proprietario.
dispiace, ma purtroppo non stupisce, l'appunto un po' xenofobico riguardo a mennoniti e giapponesi. I primi, emigranti in Bolivia da 30-40 anni, sono oramai per la maggior parte, boliviani di nascita. I secondi, arrivati addirittura dopo la seconda guerra mondiale, sono boliviani a tutti gli effetti da molto tempo. Parlare quindi di stranieri, anche se lo può fare con molta disinvoltura il governo di morales, mi sembra fuori luogo, a meno che non si sposino posizioni abbastanza diffuse in italia da certi personaggi (sai di chi parlo).
Assai diversa, ma da epoca più remota, è la situazione del riso. E' vero che non si tratta di un prodotto per l'esportazione, ma l'intero ciclo produttivo è detenuto da ex-coloni quechua aymara. Intero ciclo significa: produzione, trasformazione e commercializzazione, sia nell'area oramai da un paio di decenni tradizionale (yapacani, nel nord del dipartimento di santa cruz), così come in quelle di espansione (guarayo o nel dipartimento del Beni).
E' vero anche che molti contadini boliviani continuano a vivere nella miseria, soprattutto il meticciato originario dell'oriente boliviano, i camba (http://it.wikipedia.org/wiki/Camba), e gli indigeni delle regioni amazzoniche e del chaco. Sulle ragioni, o nella ricerca di colpevoli, potremmo parlare a lungo.
Infine un appunto: indipendentemente dalla ripartizione di colpe, mi premeva sottolineare che nonostante i tanti richiami alla pacha mama, alla veste di difensore della terra e dell'ambiente che Evo ha guadagnato quasi ovunque, la realtà nel paese è ben diversa. Guarda Mario: potresti anche avere ragione su tutti gli appunti che mi hai rivolto. Ma la situazione non cambia: il modello produttivo rimane quello della rimozione delle foreste per far posto alla “Funcion Economica e Social (FES)” della terra. Si toglie la foresta anche solo per dimostrare che la terra adempie alla FES. Si recinta la savana per la stessa ragione. E questo è solo un punto. Non ho citato, e non citerò in dettaglio per ovvi motivi, i casi del Chapare, fino ad un paio di decenni fa una delle aree con la maggiore biodiversità della Terra trasformata dalla coltivazione di coca in un bosco improduttivo e dove evo costruirà una “benefica” fabbrica di carta. Non c'è spazio per raccontare cosa sta succedendo alla riserva forestale del chore - per far posto ai “piccoli” coltivatori di soia -, alla valle di Tucavaca - per pagare gli appoggi elettorali-, cosa succederà con la costruzione della strada villa tunari-san ignacio, che porterà i coloni quechua aymara fin dentro i territori indigeni di mojeños e chimanes.
Purtroppo chi crede che qualche bella parola sia poi specchio fedele della realtà, dovrebbe almeno conoscere con maggiori dettagli la situazione. Credere, senza avere informazioni o riscontri nella realtà, che in Bolivia si applichi una politica di conservazione, o protezione, o gestione sostenibile della biodiversità e delle risorse naturali è, lo dico con rammarico, un'illusione. Si vive anche di queste naturalmente (ancor più vivendo nell'Italia di oggi). Ma qualche dato o notizia ulteriore, caro Mario, non può venir a danno. E su questo, se gli amici del manifesto vorranno, sono a disposizione per qualsiasi chiarimento. 19-12-2009 16:14 - pedro navaja
come ben sai, se conosci la situazione boliviana, come sembri far capire, che:
- per quanto riguarda la soia e il riso, più del 65% dei proprietari sono stranieri (brasiliani, menoniti, giapponesi, russi)
- che tra i proprietari boliviani, la maggior parte son grandi possidenti.
- che i contadini boliviani, continuano a vivere nella miseria.
(rapporto inra 2007, o anche: "los barones de oriente")
saluti 18-12-2009 16:28 - carlo
Vittorio
www.pianetaserra.wordpress.it 18-12-2009 09:56 - Vittorio
Stanno combattendo contro la scellerata scelta che fa un sistema capitalista su tutto il genere vivente.
Stanno distruggendo il nostro ambiente e non c'è nè un altro.
Pazzoidi assetati di potere e di danaro.
Gente che contestare non è più sufficiente.Ora tocca agire prima che il nostro pianeta muoia. Pazzi peggio di quello che ha tirato il sasso a Berlusconi.
Mille volte peggio,perche qui non si tratta solo di una faccia piena di bodulino e cicatrici da tiraggio di pelle,ma del nostro mondo. Se non sei un alieno venuto dallo spazio,cerca di capire i nostri problemi.
Sono maledettamente seri 18-12-2009 08:54 - maurizio mariani
questo pianeta è abitato da gente fondamentalmente poco riconoscente nei confronti della propria esistenza. quale sarà il prossimo passo evolutivo?
quanto ancora l'economia conterà più della vita stessa?
quando noi tutti ci prenderemo la responsabilità di ciò che sta accadendo?
quando smetteremo noi popoli a pensare ai nostri governanti come esseri superiori (che si odino o che si amino)anzichè come esseri umani limitati, malati di sete di potere e sopratutto nostro specchio? 17-12-2009 21:17 - Marco
E' normale che della cosiddetta demagogia fatta di slogan sia pieno il mondo. In Italia si dice: parla bene ma razzola male. Oggi, dopo Chavez, è la volta di Morales. Lasciamo da parte l'invettiva anticapitalista proveniente da due paesi capitalisti.
Passiamo alle questioni concrete. Qualche dato non prima di far notare che: le statistiche andrebbero aggiornate più frequentemente per i paesi emergenti, contabilizzando la maggiore informalità (per esempio in Bolivia almeno un 20% dei veicoli non hanno alcuna registrazione ufficiale) e contrabbando.
Un italiano consuma quasi 5 volte un boliviano ma pressoché la stessa quantità procapite di energia di un venezuelano. E' logico che ha livello di consumo domestico queste percentuali si modificano notevolmente per la differenza degli apparati industriali dei tre paesi: ne risulterebbe una maggiore vicinanza tra l'italiano e il boliviano e un uso maggiore, forse assai maggiore, del venezuelano rispetto all'italiano, anche considerando l'uso energetico nel riscaldamento casalingo che non è vigente in Venezuela e quasi assente in Bolivia.
IN questo dato, si noti bene, non viene contabilizzato in alcun modo l'emissione di co2 originata dalla bruciatura delle foreste. E' noto che da alcuni anni il bilancio tra emissioni e sequestro di co2 del bacino amazzonico è praticamente in pari a causa della distruzione e incendio periodico di parte della massa vegetale in cui è conservato questo co2. Cioè il “polmone” dell'Amazzonia non è più tale.
Qui entra in gioco Morales. Anche senza questo dato, Morales governa un paese dove la produzione di co2 è aumenta di quasi il 100% in 10 anni, il consumo di gas naturale del 350% e di petrolio del 60%.
Ma la cosa meno nota sono le politiche di espansione della frontiera agricola, soprattutto di soia e riso, di cui i principali beneficiari sono elettori di evo. Il ministro della presidenza, per vincere le elezioni locali, ha anche promesso nuove aree agroindustriali nel dipartimento amazzonico del Pando. In Bolivia si attuava prima, rinforzata poi con evo, una continua politica di espansione della colonizzazione, principalmente delle etnie andine maggioritarie quechua aymara, gli elettori di morales, verso le aree tropicali. E' facile immaginare l'effetto per le foreste. Si noti inoltre che, a differenza di altri paesi, si tratta nella maggior parte di gente che ha già terra e che quindi continua ad accumularne altra. Oltre alla distruzione delle risorse forestali, con conseguente contributo all'emissione di co2, meno nota è anche la progressiva emarginazione dei popoli indigeni amazzonici e del chaco per far posto ai coloni quechua aymara. Solo poche settimane fa indigeni yuracare e mojeño si sono scontrati con armi da fuoco e machete ai coloni coltivatori di coca quechua aymara che avevano invaso i loro territori, col bilancio di un morto e vari feriti (http://www.elnacionaltarija.com/Noticias/index.php?option=com_content&view=article&id=6846%3Aenfrentamiento-entre-indigenas-tipnis-y-cocaleros-deja-un-muerto-&Itemid=49).
La realtà è quindi assai diversa delle parole. Ma basta che non sia nota affinché le parole, o gli slogan, abbiano successo. 17-12-2009 18:47 - pedro navaja
le lobby e gli inquinatori globali pagheranno solo quando le lotte sociali li metteranno spalle al muro! 17-12-2009 13:47 - dav