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Ali Rashid
Addio Sher Khan
Chi non ha conosciuto Dino Frisullo non potrebbe inquadrare Sher Khan. Chi ha conosciuto entrambi non può che versare una lacrima per un pezzo di nostro - mio - mondo scomparso, perché poteva andare altrimenti.
Chi ha visto gli esseri umani cambiare negli ultimi trent’anni resta incredulo, e l’esilio è un luogo privilegiato per osservare l’andamento del mondo e la trasformazione della gente. Gli esiliati della mia generazione hanno vissuto il tramonto del sogno che avrebbe abbracciato il mondo intero a partire dalla lotta di classe e di liberazione, e il rintanarsi degli slanci genuini di umanità e di solidarietà. Nell’Italia generosa bastava un accenno per ottenere una nobile risposta, politica e umana. Cronisti e operatori di oggi chiamano Sher Khan «gran rompiscatole» perché doveva ripetersi mille volte per un nulla o per rimediare ad un’ingiustizia secondo lui palese. Non pronuncerebbero le stesse parole le persone di quella stagione, come don Gallo o Giovanni Russo Spena o un giornalista come Stefano Chiarini, pur avendo dedicato parte preziosa del loro tempo ad aiutare il prossimo lontano e vicino. Forse sì, era cambiato anche lui, ma per la mia generazione la differenza tra don Luigi Di Liegro e i nuovi cristiani è assai evidente, come lo è quella tra la sinistra di una volta e quella di oggi. So che mi darà ragione solo chi ha abbandonato, ammutolito, la militanza a sinistra e quei cattolici in cerca di un dio privato, intimo e misericordioso. È rivelatore il fatto che la Fondazione Di Liegro si è impegnata, con discrezione, a coprire le spese del funerale, a testimonianza del tempo che fu.
A Dino e a Sher Khan dicevo di apprezzare la lotta per i diritti degli immigrati, a condizione di mettere al primo punto il diritto per un dignitoso ritorno. La questione resta aperta e più drammatica che mai.
Addio Sher Khan: hai innalzato nell’acqua tua dimora, poi caduta dal remare. Nell’esilio il tempo passa lento, e i canarini della notte cantano la nostalgia. Cambia il mondo intorno a te. Cambia anche la realtà che hai lasciato alle spalle. Il tuo paese è sempre più infestato da corruzione endemica, da americani e di conseguenza da talebani. Non rispondevi più ai canoni della tua comunità e anch’essa nel frattempo è diventata portatrice di tracce indelebili del sistema patito, e perché hai creduto nel miraggio occidentale che si è rivelato solo una tua fantasia. Ma il tuo sogno, quello che ti ha spinto a partire, è rimasto immutato, ti ha rinchiuso, e ti ha fatto sentire due volte straniero. Sei rimasto solo. Forse è per questo che solo in bara torni a casa, forse per questo che non hai chiesto aiuto quando hai visto la morte dolcemente avvicinarsi. Hai appeso la tua storia su una panchina prima di partire. Hai steso il tappeto dei ricordi per ripararti dal freddo della noncuranza. Sagome in scialli colorati bruciano incenso e, da lontano, ansima il profumo di Ambra e Sandalo.
Di te vorrei conservare l’immagine di un bambino con gli occhi sorridenti, che scrutano orizzonti lontani e i pantaloncini di color kaki, i calzini bianchi sotto i sandali rossi fanciulleschi che parlavano di futuro, un fiorellino bianco in mezzo ai capelli neri e lucidi come si usa dalle tue parti e la manina in quella di una bella signora con lo scialle verde elegante. Come il ritratto che conservo di me alla porta di Jaffa a Gerusalemme.
Qui non ci siamo frequentati, ma verrò a trovarti nella tua città, a Dera Ghaji Khan nella speranza di poter tornare anche io da vivo nella mia città. Qui ogni cosa ha assunto il senso opposto. Qui malgrado ciò che se ne dica, non ci sono più cause comuni, sogni condivisi. Qui in nome dei presunti ideali ognuno singolarmente va per conto proprio. Qui, guai ai vinti, stranieri, donne, vecchi pensionati e giovani disoccupati. Qui i visi sono diventati duri e sono scomparse le parole poetiche e gentili. Qui anche il Gesù della resurrezione - che a Gerusalemme festeggiavamo da bambini in segno di speranza e per tutti - qualcuno vorrebbe «resuscitare» per fargli indossare l’elmetto o la camicia verde ed arruolarlo, armato di bastone nelle ronde nere. O armato di sega per mutilare i minareti. Qui è finito il sogno, i fanciulli non portano sandali rossi. Qui, dovessero le cose continuare così, contro il desiderio della maggioranza per bene che ancora non trova, fuori dagli schemi, una sua onesta rappresentanza, sarebbe imprudente coltivare la speranza per un futuro.
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Non ti ho conosciuto, e chiederti scusa adesso non può bastare...
Addio fratello Alì Rashid. 19-12-2009 22:15 - Dario Cerchia
Addio, leone, e ricorda che adesso che sei in viaggio verso la tua terra, il Pakistan, non sei più un calandestino, come ha detto un tuo compagno salutandoti l'ultima volta. 17-12-2009 20:55 - PiEffe
anche per questo ho proposto il 10 sera agli amici di Sher Khan, riuniti per organizzare le sue esequie, di affiggere una targa sul luogo della sua solitaria morte. perchè le tigri muiono da sole ma non inutilmente, e, quando il comune ci rifiuterà il permesso, la campagna che susciteremo sarà il miglior saluto al fratello morto.
E CHE LA TERRA GLI SIA LIEVE, ALMENO LEI CHE E'MADRE DI TUTTI NOI
salute&prosperità
aldo rotolo 17-12-2009 15:14 - ALDO ROTOLO