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FUORIPAGINA
20/12/2009
  •   |   Mario Pianta
    Dopo Copenhagen, quali politiche?

    Il tasso di disoccupazione al 10% negli Stati Uniti e in molti paesi europei mostra quanto sia ancora grave la crisi. Quale sarà il volto dell'economia reale, delle strutture produttive, dopo la fine della recessione? I protagonisti - le grandi imprese - hanno licenziato, chiuso impianti e trasferito produzioni all'estero, hanno tagliato investimenti e ricerca, aperto la caccia alle acquisizioni di imprese in difficoltà, concentrato le attività nei centri produttivi maggiori e nei settori del core business. Queste strategie, nell'industria come nei servizi, creano ostacoli alla ripresa e mettono in pericolo economie locali, reti di subfornitura, occupazione e redditi. 
    Sono problemi comuni ai paesi europei, ma particolarmente seri per gli anelli più deboli delle catene produttive, come l'Italia, dove da dieci anni la produttività del lavoro è ferma. Ad aggiornare quest'immagine ci sono i nuovi dati Istat sulle «Misure di produttività», che registrano, dopo variazioni del -0,3% in media tra il 2000 e il 2004, un +0,2% tra il 2004 e il 2008: i livelli di produttività del lavoro sono sostanzialmente fermi a quelli di dieci anni fa, e la crisi farà scivolare più in basso i dati del 2009. Tutto questo a fronte di tassi di crescita ben più sostenuti non solo nei nuovi paesi industriali, ma anche nei vecchi paesi del Nord Europa e in Germania.
    Il «decennio perduto» della produttività italiana è il risultato della scelta di lasciar fare alle imprese (o ai «miracoli» dei distretti), confidando che decisioni individuali di mercato potessero assicurare non solo maggior efficienza di breve periodo nell'allocazione delle risorse, ma anche sagge scelte di lungo termine nello sviluppo di nuove tecnologie, investimenti e produzioni. Le politiche industriali e dell'innovazione - che avevano avuto un ruolo centrale nello sviluppo dell'Europa del dopoguerra - sono state dimenticate, travolte dal pensiero unico liberista. Il risultato è stato soltanto il declino industriale. L'Italia, e buona parte dell'Europa, si ritrovano su traiettorie tecnologiche tradizionali, con vecchi prodotti, scarsa ricerca e innovazione, una bassa dinamica della domanda e un pesante impatto ambientale delle produzioni.
    Le decisioni sul futuro della struttura produttiva italiana ed europea devono essere riportate all'interno della sfera pubblica. Una nuova generazione di politiche può superare i «fallimenti» del passato e introdurre interventi creativi e selettivi. Gli obiettivi delle politiche industriali e dell'innovazione dovrebbero favorire lo sviluppo di conoscenze, tecnologie e attività economiche che migliorino le prestazioni economiche, le condizioni sociali e la sostenibilità ambientale. Favorendo attività e settori caratterizzati da processi di apprendimento, rapido cambiamento tecnologico e forte crescita di domanda e produttività. Un elenco preliminare delle attività da privilegiare può comprendere la conoscenza, l'informazione e comunicazione, l'ambiente e le energie rinnovabili, la salute e il welfare. 
    Sul sito www.sbilanciamoci.info proponiamo forme e contenuti che le politiche industriali e per l'innovazione potrebbero assumere. Per fermare la scomparsa di attività produttive, per accelerare l'uscita dalla recessione, per spostarsi - dopo Copenhagen - su una traiettoria di sviluppo sostenibile.


I COMMENTI:
  • L'Italia,si salva perche è la più infame tra tutte le nazioni del mondo capitalista.I stranieri in Itaia sono gli unici,in Europa, che non ricevono il giusto salario.
    Tanto miserabile è l'economia nel nostro paese, che meglio sarebbe, che ci governassero i tedeschi o i francesi.
    Un esercito di farabbutti sono nella confindustria e vogliono che l'altra metà di farabbutti che stanno al governo avvallino le loro riforme.
    Calpestato lo Statuto dei lavoratori,si stanno accingendo a calpestare la Costituzione.
    La Resistenza dei nostri padri è stata cosa vana.Un nuovo fascismo si è istaurato nel nostro paese.Un partito unico,governa la parte economica del paese,lasciando il costume e le opinioni intellettualoidi di gente senza pudore e orrore di se stessi a dei partiti che fanno finta di combattersi.D'Alema è pronto a entrare nelle riforme costituzionali e svendere per una barca migliore,le ultime garanzie di un popolo antifascista.
    Meglio la destra francese e quella tedesca a questa manica di farabbutti e criminali che stanno portando il paese a una guerra civile.
    Non si illudano di prendere tutto il popolo per i fondelli.Tutti conoscono questa gente,ma fino a oggi gli operai hanno portato qualche cosa in casa.Ora che non c'è più nulla da masticare e avanti ci sono solo sacrifici e fame,stiano bene attenti.Piersilvio aveva paura per il padre.Sbagliato,gli operai non vedono in Berlusconi padre il solo responsabile del disastro italiano.Ce ne sono mille e più di mille di obbiettivi per noi operai. 21-12-2009 13:10 - maurizio mariani
  • I commenti che leggo, alludono ad un miracolo italiano dove l'evasione fiscale, contributiva, e dei diritti elementari regge l'Italia. Tutto questo funziona benissimo solo per chi sta dalla parte giusta del coltello, quella di chi può ricattare senza rischiare mai nulla perchè un condono sempre arriverà.
    Ciononostante ci sono alcuni passaggi non condivisibili nell'articolo interessante di Pianta. In particolare l'affermazione sui distretti è superficiale. Quello che è vero è che anche in questo caso il pubblico ha rinunciato ad un suo ruolo di regolazione, di stimolo, di governo partecipato. 21-12-2009 12:13 - Enio Minervini
  • Come appare evidente la materia è ostica.Una ragazza, per restare al tema di Andrea, accetta di essere pagata , in un paese del sud italia, 400 euro al mese in nero per fare la commessa in un negozio tutto il giorno, tutti i giorni. Al nord magari questo non succede e cio' da spunto per alcune riflessioni. Cosa centra il clima in tutto cio'?. io penso che c'era da meravigliarsi se a Copenhagen si fosse arrivati a qualche risultato degno di nota. Il motivo sta nelle contraddizioni del nostro "modello" nelle quali il fenomeno appena descritto è solo un esempio. Infatti la difficolta' di creare un'alternativa a tale modello sta proprio nel fatto che bisognerebbe lavorare per rendere grigio il lavoro "nero" e magari ingrigire anche un po quello "bianco" non nel senso di abbassare la qualità della vita ai lavoratori "regolari" ma arrivare ad uno scambio economico datore di lavoro-lavoratore che non comprenda solo la remunerazione ma che divenga uno scambio a 360 gradi dove magari si rinuncia ad una percentuale di guadagno in cambio di una percentuale maggiore di "vita di qualita'" che comprende tutti i fattori che non vengono oggi presi in considerazione e che a volte, senza nemmeno essere consapevoli, ci rendono la vita "infelice". Ma ancora, cosa c'entra questo con il clima?. Prendiamo ad esempio l'agricoltura. Oggi abbiamo una agricoltura "disintegrata" chimico-dipendente, da sola, a quanto pare, responsabile del 50 % dei gas serra. poi all'opposto abbiamo l'agricoltura biologica, che differisce in quanto a normativa, da paese a paese,con il risultato da apparire ai più troppo costosa ed elitaria. Al sud ,e non solo, abbiamo un numero maggiore di sistemi agricoli "integrati" , una via di mezzo tra i due opposti descritti. E' un po come scegliere di curarsi con la medicina naturale e con le erbe passando per l'omeopatia, l'erborista non è un medico mentre l'omeopata lo è. Per farla breve è vero che se "il clima fosse una banca l'avremmo già salvato " ma eè vero pure che il punto sta proprio nel fatto che negli ultimi tempi è diventato "normale" pensare che le banche vanno salvate. già', le "povere" banche, che hanno fatto proprio il principio della medicina alternativa "prevenire è meglio che curare", riuscendo così a defilarsi dall 'impegno economico di finanziare la salvezza del clima che prima o poi gli sarebbe stato richiesto in quanto erano, ed ancora lo sono, i depositari della "ricchezza". Ora quindi , tornando al tema Copenhagen, non si vede possibile, in una situazione di voluta "confusione informativa" ,mi si passi il termine, aspettarsi che i pochi consapevoli delle necessita' di cambiare i sistemi petrolio dipendenti, di lasciare che le acque globali non divengano di privato dominio e di cambiare l'attuale modello di vita "disintegrato" della nostra "catena alimentare", con tutte le scelte consapevoli dei consumatori che cio' comporterebbe, divengano molti, divengano la maggioranza. Cio' richiede probabilmente un tempo lungo, forse troppo lungo.
    P.s. un aspetto positivo di queste crisi è che portano necessariamente con loro un “salutare rallentamento” del sistema economico.
    “L'equilibrista è o un matto o una persona che ha completamente fiducia in se stesso.....L'equilibrista sente il vuoto intorno a se e l'unico modo che ha per sopravvivere è andare avanti”. 21-12-2009 12:05 - antonio
  • approvo incondizionatamente quanto scritto da andrea61 nel commento precedente: l'autore dell'articolo scrive dalla sua turris eburnea popolata da personaggi che credono alla green economy come prima credevano alla new economy e fa finta di non vedere che il lavoro è il sacrificio di tutti i giorni, che vada all'altoforno a farsi un paio di mesi, poi si mette a scrivere di politica industriale eh.... 21-12-2009 09:20 - woland
  • Inviterei gli autori a scendere un po' più spesso negli scantinati. Quella che descrivono è l'economia italiana dal piano terra in su. Che da sola sarebbe crollata da un pezzo, e invece guarda un po' ha avuto la forza di assorbire 4 milioni di stranieri regolari ed un numero che nessuo controlla più di irregolari. Questi sono i numeri di una economia che funziona benissimo. Se si continua a guardare solo la parte che accetta di stare sotto i riflettori, e considerare il resto come un piccolo parassita a ricasco, non si riuscirà mai neanche aad abbozzare uno straccio di politica sociale. 20-12-2009 20:14 - andrea61
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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