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Francesco Paternò
Pubblicità a picco. Cercasi colpevole
Rupert Murdoch due o tre cose le sa, essendo l'editore più grande del mondo. Sostiene che il modello di business dei giornali è cambiato, per cui bisogna mettersi l'anima in pace: gli introiti pubblicitari non saranno più gli stessi, quelli per intenderci che fino a poco tempo fa arrivavano o superavano il 50% dell'intero fatturato dell'azienda-giornale. Il crollo della pubblicità è stato alla base nel 2008 della chiusura di circa un centinaio di testate negli Stati Uniti, tra cui molte vecchie glorie. Nel 2009 aspettiamo a minuti un bilancio, ma potrebbe non essere andata peggio solo per mancanza di obiettivi da colpire, dopo tanti morti e feriti. In Italia, dove i giornali non si fanno (o non si sono fatti) sulla base delle entrate e uscite ma sulle necessità della politica, la carta è ancora in piedi. Malferma, ma nessuna testata ha chiuso perché il bilancio è in profondo rosso a causa della pubblicità. Non ancora. In giorni di tombola però, la partita è aperta.
A leggere le analisi della Nielsen, la bibbia di settore, nei primi 10 mesi dell'anno gli investimenti pubblicitari sono scesi in Italia del 15,6% (6.887 milioni di euro). Le perdite non sono uguali per tutti: la televisione ha registrato un calo del 12,6% (non Mediaset), la stampa -23,2% con un calo di quota di mercato di circa 3 punti (adesso è al 27,9%). Dentro questa voce di carta, i quotidiani hanno perso il 18,6% (-31,1% di investimenti da parte dell'Automobile, segno che con gli incentivi governativi le macchine si sono vendute da sole), mentre i periodici confermano di essere in un buco nero, con -29,1%. «Ma non è stata la crisi economica a scardinare certi modelli di business – ci dice Paolo Duranti, direttore generale del Media Service Reasearch di Nielsen Sud Europa – per la stampa i segnali c'erano da almeno due anni. La carta ha oggi problemi di posizionamento da risolvere, i quotidiani hanno problemi di integrazione con Internet, i periodici hanno troppe testate». E allora, che numeri metteremo in bilancio alla voce pubblicità? «Guardi, è impossibile che la carta recuperi il perduto. In tempi di crisi, storicamente la televisione si è dimostrata sempre più forte e oggi può puntare a tenere. La carta farà molta più fatica».
Bene, anzi male. Quel che ci è stato sottratto dalla crisi economica mondiale, dagli altri media e dai nostri problemi strutturali (al manifesto, al Sole 24 ore come al New York Times ) non ci verrà più restituito e il futuro è assai incerto. Per Duranti, la previsione è presto detta. I segnali di ripresina dell'ultimo trimestre 2009 porteranno nel 2010 a un risultato di pareggio in termini di investimento pubblicitario, cioè a bocce ferme rispetto al crollo del 2009. Dopo, «ci vorranno altri quattro o cinque anni per capire se ci sarà un recupero». Il problema è: chi recupererà? La pubblicità su Internet, nei primi 10 mesi di quest'anno, è cresciuta del 4,7% (473,3 milioni di euro), ma Duranti frena: «Attenzione, questa voce va divisa per due. La maggior parte della crescita non è andata in pubblicità ma ai motori di ricerca. Insomma, non è stato boom e non è stata Internet a far saltare il modello di business dei giornali».
Bene, anzi malissimo. Perché non ci resta che attaccarci ai dati della televisione per sentirci peggio. In Italia, la tv si mangia più della metà degli investimenti pubblicitari (51%), la maggior fetta dei quali vola poi sulla tavola di Silvio Berlusconi. E' lui il nostro Cerbero, il famoso mostro a tre teste, altro che partito dell'amore: la prima testa sono le sue tre televisioni, la seconda sono i canali Rai che controlla politicamente e la L7 che tiene sotto botta, la terza è l'invito-minaccia agli imprenditori a non dare pubblicità ai media ritenuti a lui ostili. Cerbero stava all'ingresso degli inferi per impedire ai vivi di entrare e ai morti di tornare indietro. Berlusconi fa lo stesso lavoro, pubblicitariamente parlando. «E in questa crisi non c'è stato nemmeno spostamento di budget sulla tv – ci dice ancora Duranti – per non sbagliare gli investitori sono rimasti fermi lì, come nel passato. Ma hanno tagliato il resto, cioè la carta». In tempi così incerti, il prodotto da vendere non si «spiega» meglio sulla carta che in uno spot in tv? «Bella domanda. Sì, è vero, ma come nelle altre crisi oggi c'è di tutto. Tranne che una vera risposta».
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si vede che non ci arrivano, ecco perché tardoni! ;-) 03-01-2010 12:13 - iggy
Travaglio l'anno scorso (1 maggio 2008) disse chiaramente proprio quello che è qui detto: la pubblicità è succhiata dalle TV (Me(r)daset) e lo Stato manda ai giornali il contentino dei contributi all'editoria, che così può anche controllare meglio quel che fanno gli editori, che a loro volta non sono più puri.
Così i giornali sono sotto schiaffo: 1- manca la pubblicità 2- lo stato decide se dare o no ossigeno alle testate -3 gli editori hanno bisogno dei giornali lecchini che diano loro ragione, non di quelli che dicano le cose come stanno (vedi Angelucci, che si è fatto persino oscurare la pagina da wikipedia e ha fatto causa alla presidenta di wikimedia per 20 mln di euri!!).
Detto questo, come lettore del Manifesto vorrei sapere almeno in che condizioni siete, per capire, in fondo siete voi che proponete i numeri a 50 euro, e allora diteci almeno come state messi no?
Faccio mio l'appello di Iggy, ha ragione ed è semplice:
APPELLO AI LETTORI DEL SITO DEL
IL MANIFESTO:
OGNI VOLTA CHE APRITE QUESTA O ALTRE PAGINE DEL SITO STESSO, PER FAVORE, CLICCATE ALMENO UNA VOLTA (MEGLIO SE PIU' DI UNA) SU QUALCHE BANNER PUBBLICITARIO CHE APPARE SULLA PAGINA STESSA.. 02-01-2010 22:49 - Ricardo
OGNI VOLTA CHE APRITE QUESTA O ALTRE PAGINE DEL SITO STESSO, PER FAVORE, CLICCATE ALMENO UNA VOLTA (MEGLIO SE PIU' DI UNA) SU QUALCHE BANNER PUBBLICITARIO CHE APPARE SULLA PAGINA STESSA..
tasto destro -> apri nuova finestra e poi chiudere. farlo e rifarlo non vi impediranno di continuare le letture e permetteranno al sito di arrotondare con qualche soldino in piu'.. 01-01-2010 20:44 - iggy
Omologazione allo stato puro!
Tutto quì, altro che Berlusconi. Quello si fa gli affari suoi laddove gli altri, cioè noi, non siamo stati capaci di fare un bel cazzo di niente, soprattutto in editoria.
Di cosa ci dobbiamo lamentare? Se quello è Cerbero noi siamo sicuramente tra gli ignavi.E se un morto di fame come me, giornalista, vuole lavorare magari...per pagare la rata del mutuo? Si deve scendere braghe e mutande al cospetto dell'unico editore esistente nella sua regione sennò cambia mestiere!
Ecco il problema! 01-01-2010 15:31 - antonio lai