mercoledì 23 maggio 2012
FUORIPAGINA
31/01/2010
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Roberta Carlini
Università e ricerca, saggio sui mali italiani
Nel palazzone del Cnr, in piazzale Aldo Moro a Roma, c'è una grande biblioteca nella quale sono consultabili le riviste scientifiche di tutto il mondo. Peccato che non ci siano i ricercatori, gradualmente decentrati per far posto al corpaccione amministrativo (oltre 2mila persone, due amministrativi o tecnici ogni 3 ricercatori). Poco male, si dirà, tanto c'è l'abbonamento internet. Peccato però che anche in rete le riviste siano accessibili solo dalla sede centrale, salvo pagarsele.
Il caso della biblioteca del Cnr è solo un piccolo esempio di vita vissuta all'interno di un quadro generale dei mali (e del bene) della ricerca e dell'università in Italia, fatto da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi in un libro appena uscito, «I ricercatori non crescono sugli alberi» (Laterza, 2009, 12 euro). Libro scritto dai due autori «per fatto personale»: sono entrambi ricercatori di fisica, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all'estero, scontenti, anzi indignati, del sistema italiano, ma determinati a scongiurare un rischio: diventare degli ex-giovani brontoloni. Qualche tempo fa hanno pubblicato un articolo sull'invecchiamento della nostra università che ha avuto molta risonanza e anche qualche effetto politico, adesso mettono in giro questo libro e lo mettono pubblicamente in discussione in un blog: http://ricercatorialberi.blogspot.com/.
Punto di partenza - e di arrivo - del saggio è il sistema pubblico dell'università e della ricerca. Il sistema dei baroni che si tengono stretti gli allievi, degli allievi che non devono superare il maestro, dei ricercatori che quando entrano in ruolo hanno già i capelli bianchi, degli ultrasettantenni che non vogliono lasciare la cattedra (il che sarebbe anche bello) e soprattutto non mollano il potere (il che è meno bello), dei tagli del governo che stanno portando gran parte degli atenei sull'orlo del fallimento. Al contrario di quanto succede nella gran parte della pamplhettistica sull'università italiana, qui l'elenco delle malefatte non è connesso a una ricetta privatizzatrice. Si contestano dunque alcuni luoghi comuni, con dati e analisi - spesso assai tecniche, ma il cui esito è comprensibile ai non addetti ai lavori. E si evita di alimentare ancora l'aneddotica sul malcostume accademico, concentrandosi su alcuni nodi che possono spiegare come un sistema così si sia potuto formare e abbia potuto crescere. Tra i tanti punti analizzati, quello cruciale, che a catena produce altri problemi, è l'assenza della valutazione indipendente, dei ricercatori e dei loro risultati.
Gli autori non ci nascondono i problemi che ci sono nei meccanismi della valutazione «tra pari», il gran dibattito che c'è sugli indici legati alle pubblicazioni e alle citazioni, la necessità di essere sempre vigili contro qualsiasi illusione di una valutazione «automatica»: pure, dicono, c'è la possibilità di valutare la qualità della ricerca che si fa, e distribuire poi i soldi in base a questa valutazione; e sarebbe bene stare ai fatti, a quel che esce dalle nostre università e dai nostri enti di ricerca, invece di impastoiarsi nelle regole sulla selezione all'ingresso, inventarsi improbabili sorteggi o affidarsi alle virtù salvifiche di un sistema privato che, in crisi adesso anche negli Usa, in Italia non ha mai scucito un euro per la ricerca. La scelta di fare proposte, e dunque esporsi anche a un dibattito su queste, fa uscire il lavoro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi dall'elenco dei libri-lamentela.
La versione completa dell'articolo su http://www.sbilanciamoci.info
INDICE
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