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FUORIPAGINA
10/01/2010
  •   |   Alessandro Sterlacchini*
    Come creare posti verdi

    Il 2009 si è chiuso con 15 milioni di disoccupati negli Stati Uniti e circa 23 milioni nell'Unione Europea. In entrambe i casi, il tasso di disoccupazione è prossimo al 10%. Dall'inizio della crisi sono stati persi più di 7 milioni di posti di lavoro negli Usa e più di 5 in Europa. Di fronte a queste cifre, parlare di fuoriuscita da politiche di sostegno all'economia o, con un eufemismo, di «rimettere a posto i conti pubblici» è semplicemente irresponsabile. (...)
    In Italia, secondo l'Istat, il tasso di disoccupazione era dell'8.2% nell'ottobre 2009 (il dato peggiore dal 2004) e, quindi, le persone in cerca di occupazione avevano già superato la soglia dei 2 milioni. Considerando che negli ultimi due mesi dell'anno la situazione è peggiorata, che parecchi, tra giovani e donne, non cercano attivamente un lavoro e che una fetta di lavoratori in cassa integrazione non sarà riassunta è ragionevole assumere che, nei primi mesi del 2010, il numero di effettivi disoccupati sarà prossimo a 2 milioni e 200 mila unità. Ciò significa che, per tornare ad un tasso di disoccupazione «accettabile» del 6% (corrispondente a 1 milione e 500 mila individui) ci troveremo di fronte all'esigenza di (ri)collocare sul mercato del lavoro circa 700 mila persone. Tutto ciò va fatto nel più breve tempo possibile, cioè a dire entro i prossimi due anni, onde evitare che molte persone, soprattutto quelle meno giovani, restino intrappolate nella disoccupazione di lunga durata e, quindi, vedano diminuire la probabilità di assunzione.
    Poiché, anche assumendo che la ripresa si dispieghi in modo sostenuto, il mercato lasciato a sé stesso non garantisce affatto l'obiettivo di cui sopra, un governo che si rispetti non può disconoscere che quella occupazionale è una emergenza da affrontare urgentemente attraverso un piano (straordinario) di interventi pubblici. È opportuno e possibile che tali interventi colpiscano congiuntamente gli obiettivi dell'occupazione e della tutela dell'ambiente, essendo quella ambientale un'altra impellente emergenza, non solo a livello nazionale ma globale.
    Mi riferisco, quindi, allo sviluppo delle «eco-industrie», un aggregato ampio di attività a cui il concetto di green economy dovrebbe rinviare. Secondo la definizione proposta da Eurostat e Ocse, le eco-industrie comprendono tutte le attività finalizzate alla produzione di beni e servizi che misurano, prevengono, limitano, riducono e correggono i danni ambientali causati all'acqua, all'aria e alla terra, così come i problemi legati ai rifiuti, all'inquinamento acustico e, più in generale, all'eco-sistema; esse includono le innovazioni nelle tecnologie pulite, nei prodotti e servizi che riducono i rischi ambientali, l'inquinamento e l'uso di risorse materiali. 
    Nel rapporto «A Green New Deal for Europe» (predisposto dal Wuppertal Institute) viene stimato, per il 2004, il peso delle eco-industrie sul Pil dei paesi europei. Esso è pari al 31% per la Germania, seguita dalla Francia con il 21% mentre la media Ue si attesta sul 14%. L'Italia risulta al di sotto della media con un peso delle eco-industrie pari a circa il 9%. Ponendosi il traguardo minimale di raggiungere la media Ue nei prossimi due anni, i posti di lavoro che potrebbero essere creati in Italia nel settore della green economy sarebbero circa 140 mila, vale a dire il 20% dei 700 mila di cui il paese avrebbe bisogno per tornare, nel 2012, a condizioni occupazionali accettabili. (...)
    La versione completa dell'articolo su http//www.sbilanciamoci.info


I COMMENTI:
  • la crisi,secondo noi,che stiamo a spasso e non riusciamo neanche ad aver credito con le banche o un sussidio dallo stato,non è finita.
    Secondo gli industriali come Marchionne,che hanno preso soldi dallo stato e che in parte gli hanno permesso di vendere sottocosto le proprie merci,la crisi è guasi superata,non appena saranno affogati gli ultimi operai in eccedenza.
    Stiamo su dei punti di vista diversi.Come dice la canzone di quello spagnolo,Dipende da dove ti trovi.Tutto dipende.
    Noi che stiamo sottoterra al freddo e alla fame, siamo un pò incazzati.Secondo noi se spaccano la faccia a tutti i politici e a tutti gli industriali,non è che ce ne frega poi molto.Oggi come oggi se le BR rapissero Moro,con il cazzo che scendiamo di nuovo in piazza a difendere questa partitocrazia.
    Loro su di noi, non ci possono più contare.Nemmeno noi su di loro.
    Manca solo uno "spartiacque" come lo hanno fatto i palestinesi e stiamo a posto. 11-01-2010 14:15 - maurizio mariani
  • green?
    io non fumo
    ma legalizate la maria
    sono banale
    ma almeno
    posti di lavoro sicuri crea
    ed ü meglio delle antiuomo 11-01-2010 09:46 - giona bernardi
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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