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Stefania Ragusa*
Le ragioni di un Blacks out
Da quando è stata lanciata l'iniziativa Primo marzo 2010 sciopero degli stranieri, molte volte ci è stato chiesto chi siamo, qual è il nostro obiettivo, come pensiamo di raggiungerlo. Qui, proverò ad articolare le risposte. Primo Marzo 2010 è un movimento spontaneo, nato per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell'antirazzismo; quattro amiche accomunate dalle frequentazioni multietniche e di estrazioni diverse: due bianche e due nere, due italiane e due straniere.
Io sono una di loro. Le altre si chiamano Nelly Diop, Daimarely Quintero, Cristina Sebastiani. L'idea ci è venuta leggendo che Nadia Lamarkbi, giornalista di origine marocchina, partendo da Facebook, aveva dato vita in Francia alla Journe sans immigré, una mobilitazione volta a evidenziare l'importanza dell'immigrazione per l'economia e gli equilibri sociali francesi. Ci siamo dette: possiamo e dobbiamo provarci anche noi, e la nostra azione sarà mille volte più efficace e incisiva se avrà un respiro europeo. Abbiamo contattato Nadia (molto felice della nostra idea e della convergenza di vedute) e ci siamo messe in moto raccogliendo tantissime adesioni da italiani, immigrati, esponenti delle seconde generazioni, raccolte su internet e nel mondo reale. L'obiettivo generale che ci siamo date è stato quello di lanciare all'opinione pubblica e a chi ci governa un segnale forte e chiaro: la saldatura tra razzismo popolare e razzismo istituzionale, che per varie deplorevoli ragioni si è prodotta in questi anni, è infame e destinata a saltare. Non solo perché anche in Italia gli immigrati sono fondamentali per l'economia e per tamponare le patologiche carenze del nostro welfare, ma anche perché si sta cominciando a capire che circolari e provvedimenti legislativi che colpiscono i migranti in quanto categoria e frantumano i loro diritti rappresentano una minaccia non per i soli immigrati ma per la tenuta della democrazia, quindi per tutti.
C'è un altro aspetto, nuovo, che vogliamo sottolineare attraverso questo movimento, che nasce meticcio ed è orgoglioso di esserlo: in questa battaglia per la difesa dei diritti, italiani e stranieri, vecchi e nuovi cittadini siamo uniti e mescolati per la ragione, semplice e incontrovertibile, che nella vita di tutti i giorni siamo insieme e mescolati, uniti da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza. Questo certamente è più visibile nelle grandi città, può esserlo meno in provincia, ma è un dato di fatto e un trend rispetto al quale chiudere gli occhi può pagare (elettoralmente parlando) solo nel breve, brevissimo periodo.
Per raggiungere l'obiettivo, per lanciare cioè il nostro segnale, utilizzeremo gli strumenti che ci appariranno più efficaci, senza lasciarci imbrigliare dagli schemi e dalle definizioni rigide. Lo sciopero inteso come astensione dal lavoro è sicuramente uno strumento molto potente, ma sappiamo perfettamente che non è alla portata di tutti: a chi non ha i documenti, è precario o è impegnato nei servizi alla persona non si può chiedere di non andare a lavorare. Per indire uno sciopero, inoltre, è necessario l'intervento del sindacato. E noi non sappiamo ancora se questo ci sarà o meno. Nel caso non ci fosse, però, non ci strapperemo le vesti: da quello degli acquisti e dei consumi a quello della fame, ci sono molti altri "scioperi" disponibili e praticabili. Ci sono altre modalità creative e non violente per manifestare il dissenso e partecipare. I comitati che sono spontaneamente nati in tutta la penisola le stanno elaborando e mettendo a disposizione di tutti.
I nostri punti fermi non riguardano la scelta degli strumenti ma altro: l'azione congiunta con la Francia e il fatto che questo movimento deve restare espressione della società civile ed essere animato in modo paritario da italiani e migranti. La questione della difesa dei diritti infatti riguarda tutti, indipendentemente dal passaporto. Su questi punti saremo intransigenti. Noi ci sentiamo forti e ottimisti rispetto alla possibilità di centrare l'obiettivo. Ci auguriamo che chi ci sta osservando, magari non con una punta di scetticismo ma con varie, riesca a capirlo per tempo. Il Primo marzo 2010 non sarà il punto di arrivo ma l'inizio di un nuovo percorso.
* Presidente Primo marzo 2010
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Cosa può fare la sinistra per uscire da questa crisi? A mio avviso sono necessarie almeno 2 cose rivoluzionarie:
1. Buttar via l'ideale di "uguaglianza" e sostituirlo con lideale di "dignità umana + meritocrazia + accidentalità".
2. Combattere il consumismo. Pasolini è rimasto inascoltato. Il consumismo è un virus che s'insinua al nostro interno infettando bisogni e desideri e che rende qualunque ideale basato sul lavoro marcio. 14-01-2010 15:57 - nino
Ricordate la puntata di Report sui divani? I cinesi si erano impadroniti del settore lavorando e facendo lavorare in condizioni di schiavitù, denunciati dagli artigiani italiani le autorità competenti NON SI SONO MOSSE!! Il motivo è lo stessissimo che per i raccoglitori di frutta: alle catene commerciali non si deve privare la "miniera d'oro" dei salotti comprati a 4 soldi e rivenduti a prezzi vantagiosi!!
Ho iniziato a lavorare in piccole imprese edili dal 1978, vi assicuro un mondo dove i diritti per i lavoratori non esistevano proprio, poi 10 anni fa si comincia a non trovare più chi disponibile a quel mondo lavorativo ed ecco allora che chi disponibile comincia ad ottenere i suoi diritti e buste paga più consistenti, MA ECCO FATTI ARRIVARE MURATORI IMMIGRATI disposti a lavorare in nero, senza sicurezza, anche di sabato, 9-10 ore, e per soli 40 euro!! RISULTATO: Muratori italiani a casa disoccupati o a lavorare alle stesse condizioni di schiavo!!
E lo stesso è per i raccoglitori di Rosarno e i lavoratori del settore del divano: o ti adegui o resti a casa!!
Chiedo a tutti questi giornalisti a cui stanno tanto a cuore le sorti degli immigrati e non si preoccupano minimamente delle sorti degli italiani ridotti in miseria o schiavitù da questo strano fenomeno dell'immigrazione: Se da domani comincereste a trovare seduti sulle vostre scrivanie immigrati che svolgono il vostro lavoro in nero e per 35 euro/10 ore, continuereste ancora a voler loro così tanto bene? E poi cosa fareste? Vi rivolgereste a sindacati, ispettori del lavoro ed altre istituzioni!! E QUANDO AVRESTE VISTO CHE NESSUNO DI QUESTI VI OFFRE IL MINIMO AIUTO DI VOSTRO DIRITTO? ME LO DITE COSA VI RESTEREBBE DA FARE? 14-01-2010 14:48 - Ciabattoni Luigino
Solo una permanente e crescente mobilitazione di molte persone, di cittadini del mondo, di quelli che votano e pagano le tasse, potrà imporre un cambiamento reale e duraturo. Siamo noi quindi, che abbiamo questa responsabilità e questo potere. Il "Patto tra i Cittadini del Mondo, per la pace, i diritti umani ed uno sviluppo equo e sostenibile" è un impegno personale che si fa gesto pubblico e collettivo per obbligare i governi di tutto il mondo a riconoscere priorità concrete alla pace, ai diritti umani, alla giustizia, ad uno sviluppo equo e all'ambiente. Un gesto di per se minimo e facile, com'è sottoscrivere una dichiarazione e spedirla una volta all'anno ad uno o più indirizzi, che può caricarsi però di una grande forza se sostenuto da convinzioni personali profonde e se condiviso da un grande numero di cittadini.
Non è stata costituita nessuna nuova associazione o comitato, perché ...""
http://www.deicittadinidelmondo.it/pagine/ITALIANO/Perche.htm#perchepatto 14-01-2010 10:16 - Gianni Zampieri
Mancano sia malcom x che luther king, non esiste ancora uno strato sociale coeso che li possa generare, e soprattutto non esistono idee sensate di cui questi dovrebbero farsi portatori. Fareste meglio a cominciare un lavoro capillare di sensibilizzazione. Anche se non so bene su che cosa.
La realtà è che quello dell'immigrazione è un problema ENORME, per loro e per noi, e nessuno ha la minima voglia di discuterne seriamente, di elaborare un sistema di idee che consenta di orientarsi, di decidere che cavolo fare. Stiamo diventando l'america, ma non quella dei grattacieli, ma quella del pianoterra, ossia un paese dove il salariato di livello base è niente, una roba da usare con diritti zero, in una lotta senza fine per emergere che ne fa un individuo solo in guerra col mondo intero. Questo lo percepiamo tutti, e non lo risolvete con una marcia sotto il parlamento. 13-01-2010 23:04 - andrea61
Usciamo dalla terra dell'esilio: facciamolo tutti insieme. 13-01-2010 21:30 - gala