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FUORIPAGINA
13/01/2010
  •   |   Stefania Ragusa*
    Le ragioni di un Blacks out

    Da quando è stata lanciata l'iniziativa Primo marzo 2010 sciopero degli stranieri, molte volte ci è stato chiesto chi siamo, qual è il nostro obiettivo, come pensiamo di raggiungerlo. Qui, proverò ad articolare le risposte. Primo Marzo 2010 è un movimento spontaneo, nato per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell'antirazzismo; quattro amiche accomunate dalle frequentazioni multietniche e di estrazioni diverse: due bianche e due nere, due italiane e due straniere.
    Io sono una di loro. Le altre si chiamano Nelly Diop, Daimarely Quintero, Cristina Sebastiani. L'idea ci è venuta leggendo che Nadia Lamarkbi, giornalista di origine marocchina, partendo da Facebook, aveva dato vita in Francia alla Journe sans immigré, una mobilitazione volta a evidenziare l'importanza dell'immigrazione per l'economia e gli equilibri sociali francesi. Ci siamo dette: possiamo e dobbiamo provarci anche noi, e la nostra azione sarà mille volte più efficace e incisiva se avrà un respiro europeo. Abbiamo contattato Nadia (molto felice della nostra idea e della convergenza di vedute) e ci siamo messe in moto raccogliendo tantissime adesioni da italiani, immigrati, esponenti delle seconde generazioni, raccolte su internet e nel mondo reale. L'obiettivo generale che ci siamo date è stato quello di lanciare all'opinione pubblica e a chi ci governa un segnale forte e chiaro: la saldatura tra razzismo popolare e razzismo istituzionale, che per varie deplorevoli ragioni si è prodotta in questi anni, è infame e destinata a saltare. Non solo perché anche in Italia gli immigrati sono fondamentali per l'economia e per tamponare le patologiche carenze del nostro welfare, ma anche perché si sta cominciando a capire che circolari e provvedimenti legislativi che colpiscono i migranti in quanto categoria e frantumano i loro diritti rappresentano una minaccia non per i soli immigrati ma per la tenuta della democrazia, quindi per tutti.
    C'è un altro aspetto, nuovo, che vogliamo sottolineare attraverso questo movimento, che nasce meticcio ed è orgoglioso di esserlo: in questa battaglia per la difesa dei diritti, italiani e stranieri, vecchi e nuovi cittadini siamo uniti e mescolati per la ragione, semplice e incontrovertibile, che nella vita di tutti i giorni siamo insieme e mescolati, uniti da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza. Questo certamente è più visibile nelle grandi città, può esserlo meno in provincia, ma è un dato di fatto e un trend rispetto al quale chiudere gli occhi può pagare (elettoralmente parlando) solo nel breve, brevissimo periodo.
    Per raggiungere l'obiettivo, per lanciare cioè il nostro segnale, utilizzeremo gli strumenti che ci appariranno più efficaci, senza lasciarci imbrigliare dagli schemi e dalle definizioni rigide. Lo sciopero inteso come astensione dal lavoro è sicuramente uno strumento molto potente, ma sappiamo perfettamente che non è alla portata di tutti: a chi non ha i documenti, è precario o è impegnato nei servizi alla persona non si può chiedere di non andare a lavorare. Per indire uno sciopero, inoltre, è necessario l'intervento del sindacato. E noi non sappiamo ancora se questo ci sarà o meno. Nel caso non ci fosse, però, non ci strapperemo le vesti: da quello degli acquisti e dei consumi a quello della fame, ci sono molti altri "scioperi" disponibili e praticabili. Ci sono altre modalità creative e non violente per manifestare il dissenso e partecipare. I comitati che sono spontaneamente nati in tutta la penisola le stanno elaborando e mettendo a disposizione di tutti.
    I nostri punti fermi non riguardano la scelta degli strumenti ma altro: l'azione congiunta con la Francia e il fatto che questo movimento deve restare espressione della società civile ed essere animato in modo paritario da italiani e migranti. La questione della difesa dei diritti infatti riguarda tutti, indipendentemente dal passaporto. Su questi punti saremo intransigenti. Noi ci sentiamo forti e ottimisti rispetto alla possibilità di centrare l'obiettivo. Ci auguriamo che chi ci sta osservando, magari non con una punta di scetticismo ma con varie, riesca a capirlo per tempo. Il Primo marzo 2010 non sarà il punto di arrivo ma l'inizio di un nuovo percorso.
    * Presidente Primo marzo 2010


I COMMENTI:
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  • La vostra iniziativa è valida ma nasconde anche una debolezza che da Seattle Il Manifesto porta avanti con il risultato del PRC di Bertinotti che non era più un partito capace di determinare delle cose, soprattutto al suo interno.La maturità politica è accettare la vita interna dei partiti ed essere in minoranza.La politica nata dalla rete per intero ancora dobbiamo viverla ma sappiamo già che porta ad adesioni epidermiche, apprezzate da Il Manifesto che più che giornale comunista vorrebbe per sopravvivere essere giornale della sinistra, letto dal PD e dai radicali ma unico a dirsi e potersi dire comunista.Io vorrei che le notizie viaggiassero sulla rete e non esistessero cose vecchie, come i ceti intellettuali, la rivoluzione culturale cinese voleva trasferire la coscienza critica alle masse.Adesso abbiamo una base di discussione dei gangli ed il punto fondamentale che resta la centralità del lavoro.Dal lavoro si uniscono persone e mi dispiace per il femminismo della differenza..unità (non il giornale)spero non nasca un sindacato diverso solo per migranti..sull'immaturità e la gioia individualista della rete, intanto la vituperata CGIL sulla questione ha fatto studi trentennali.I migranti hanno eliminato la piaga del lavoro minorile in quanto nuova forza lavoro inlegale e decalassata per sottopagare.Voglio dire che un giornale del ceto intellettuale disoccupato come IL Manifesto è capace e valido nelle analisi a volte ma segue soluzioni ad effetto epidermiche che non impegnano veramente, agite simbolicamente.Dietro servono partiti comunisti organizzati e sindacati di classe, che abbraccino tutti i lavoratori.La separazione inizia dalla cultura dal sesso dalla condiozione non riconosciuta di cittadinanza, non frantumiamoci ancora di più.Il fine della lotta di classe non è vendere un libro e nemmeno un giornale quando poi scelse:Il Manifesto di Pintor, di non essere Emme Elle.L'attacco alla classe che state portando è continuamente nel disorganizzarla sul terreno di nuove, supposte nuove pratiche politiche c'è dell'individualismo c'è l'eccessivo democraticismo, volete soppiantare non dando voce ai partiti comunisti.Vi leggo per vivo interesse e stima ma con l'intelligenza che avete fate avventure, lo sciopero si decide per capacità e vissuto interno alla classe che ogni momento deve discutere ed organizzarsi tecnicamente politicamente.La rete che io "bazzico"e mi autocritico serve ma è una politica fatta da chi non ha una vita piena ed è marginale e non riempie la vita d'incontri e soprattutto confronti, ci vuole una politica del vedersi della militanza accanto alla rete.Uomini anonimi scendete per strada è bello a dirsi ma pericoloso, un conto è della gente ad una fermata di autobus, un conto è una squadra che lavora, un conto è un gruppo d'infervorati.Ci vuole la forza ma bisogna anche aquistare terreno fate bene questi passi fate bene credo alla vostra buona iniziativa, ma il padrone ci divide, il proletariato non ha nazione internazionalismo rivoluzione 13-01-2010 15:14 - Paolo
  • In estrema sintesi. E se anche i precari convergessero per quella data in uno sciopero "generalizzato"? Se la radice principale del fallimento dell'Italia prefascista era stata la mancata saldatura fra operai del Nord e contadini poveri del Sud, perché con ostinazione degna di miglior causa anche noi - precari e/o migranti - dovremmo fare il bis?
    Pertanto: uno sciopero "generalizzato" di migranti e di precari. Quanta parte dell'Italia si fermerebbe?
    Fatemi sapere che cosa ne pensate. 13-01-2010 15:03 - Gaetano Colantuono
  • la cosa più inquietante è che in italia non si sà se c'è un sindacato che proclami lo sciopero poi ci vogliamo meravigliare dei fatti di Rosarno
    già con un sindacato forte i lavoratori restano la parte debole senza siamo in balia dei padroni
    lo sciopero d'accordo va generalizzato con lo sciopero dei consumi e degli acquisti ecc.. e direi anche con manifestazioni e presidi ma almeno proviamo a far scioperare chi ancora può per esempio gli immigrati che lavorano nelle aziende del nord
    mi auguro perciò che un sindacato indica lo sciopero generale dei migranti e degli autoctoni solidali 13-01-2010 14:48 - jangaderop
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