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FUORIPAGINA
16/01/2010
  •   |   Maurizio Matteuzzi
    Haiti è di nuovo "americana"

    La reazione di Obama alla tragedia che ha colpito Haiti è stata prontissima e forte. 100 milioni di dollari subito come «prima tranche» di aiuti, migliaia di marines e truppe scelte della (piuttosto inquietante) ottantaduesima brigata aerotrasportata per pattugliare le strade ed evitare violenze e saccheggi, portaerei e nave-ospedale, la «riconversione umanitaria» del lager anti-islamico nella base cubana di Guantanamo, le U.S. Air Force Special Operation Forces che «si è impadronita» (parole de la Repubblica) dell'aeroporto di Port-au-Prince e decide «chi può atterrare e chi no». Va bene, è «uno strappo alla sovranità nazionale di Haiti» ma anche prima «era comunque una finzione». Di fatto gli americani si ritrovano a governare Haiti come è già capitato un'infinità di volte.
    Tutto bene e a fin di bene. Come a dire che, questa volta, gli Stati uniti di Obama - il primo presidente nero - «non dimenticheranno e non abbandoneranno» Haiti - la prima repubblica nera del mondo.
    Ma gli Stati uniti non hanno mai dimenticato né abbandonato Haiti durante gli ultimi 100 anni (semmai l'hanno spolpata, ma questo è un'altro discorso). Altrimenti non sarebbe ridotta com'è ridotta: un Stato fallito del quarto mondo. E il terremoto non avrebbe avuto gli effetti apocalittici - almeno in termini di morti - che ha avuto.
    Sia chiaro. Questo non è un processo alle intenzioni (anche se il primo anno di presidenza Obama si è caratterizzato, a giudizio quasi unanime, più per le buone intenzioni che per i risultati).
    Ma Haiti è Haiti e la storia (dei suoi rapporti con gli Usa) è la storia. Per Haiti e la sua storia, i «buoni» Woodrow Wilson e Bill Clinton non sono stati molto (o niente) diversi dai «cattivi» Teddy Roosevelt e George W. Bush (Clinton e Bush, la strana coppia che Obama ha messo alla testa del team bipartisan di coordinamento degli aiuti).
    Tutti si augurano che Obama abbia la forza e la volontà di rompere questo linkage perverso (e chi ne dubita si vada a leggere Noam Chomsky, non Fidel Castro o Hugo Chvez, a meno che anche Chomsky sia diventato troppo «anti-americano»).
    Con le decine di migliaia di morti ancora sparsi fra le rovine di Port-au-Prince e la commozione del mondo di fronte all'apocalisse haitiana, forse è sgradevole parlarne adesso. 
    Invece bisogna parlarne. Adesso. E c'è chi ne parla. Ad esempio Naomi Klein, autrice di best-seller come No Logo e Shock Economy. Intervenendo a New York mercoledì scorso ha lanciato un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei distastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again». «Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l'economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».
    L'altra sera a New York la Klein ha detto che «deve essere assolutamente chiaro che questa tragedia - in parte naturale, in parte non naturale - non deve, in nessun caso, essere usata 1) per aumentare il debito di Haiti e 2) per portare avanti impopolari politiche favoriscono gli interessi delle nostre corporations. Questa non è una teroria del complotto. L'hanno già fatto più e più volte». E «sono pronti a rifarlo», ha aggiunto, citando a mo' di esempio un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre unpopular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto di Haiti offre l'opportunità di ridisegnare il governo e l'economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l'immagine pubblica degli Stati uniti nella regione».
    «Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme» e anche se poi quella frase è stata tolta dalla Heritage Foundation e sostituita con una «citazione più diplomatica», il loro «primo istinto è rivelatore».
    Obiettivi economici a breve e lunga scadenza, obiettivi politici di riconquista dell'egemonia in un' America latina che da un po' di tempo tende a sfuggire loro di mano.
    Un altro sito degli «shockteraputi», The Foundry, che si definisce «promotore di politiche e principi conservatori», sempre legato alla Heritage Foundation, scrive che, accorrendo per primi e in massa sul luogo della tragedia, «i soldati Usa hanno anche la possibilità di interrompere i voli notturni carichi di cocaina diretti a Haiti e la Repubblica dominicana dalle coste del Venezuela» (ma non venivano dalla Colombia filo-americana di Uribe?) «e di fronteggiare gli incessanti tentativi del presidente venezuelano Hugo Chávez di destabilizzare l'isola di Hispaniola». Non solo. «Questa presenza militare Usa, che dovrebbe anche includere una grossa presenza della Guardia costiera, ha anche la possibilità di prevenire un movimento su larga scala degli haitiani che si lanciano in mare su pericolose e rischiose imbarcazioni per tentare di entrare illegalmente negli Stati uniti». Così si riolverebbe anche il problema dei boat-people. Più in generale «gli Stati uniti dovrebbe portare avanti un forte e vigoroso sforzo diplomatico per fronteggiare la propaganda negativa che certamente verrà dal campo Castro-Chávez. Questo sforzo servirà anche a dimostrare che il coinvolgimento Usa nei Caraibi resta un forza poderosa per il bene delle Americhe e del mondo»
    Obiettivi del resto ben chiari, per chi guardi al ruolo degli Stati uniti senza farsi obnubilare dal fascino di Obama, anche al Brasile di Lula che sta cercando, come scriveva ieri Europa, «di contendere la leadership umanitaria di Obama a Haiti», con soldi e aiuti anche se su scala infinitamente minore (mentre una coltre si silenzio copre gli aiuti di paesi come Cuba e Venezuela). Lula, di fronte alle critiche della sinistra interna (anche il Pt, il suo partito) contro «la forza di occupazione» della missione di stabilizzazione inviata dall'Onu a Haiti nel 2004, ha giustificato la preponderanza del contingente brasiliano (1200 uomini) con la necessità di controbilanciare il peso degli Usa nel paese e nella regione caraibica. Ma, per ora, il ruolo di «buono» nella tragica storia haitiana ha un solo nome e un solo protagonista: Obama.
    Tutti auspicano un happy end per Haiti. Ma il richiamo con l'uragano Katrina, che nel 2005 spazzò via New Orleans, è forte e inevitabile. Allora il non compianto professor Milton Friedman, il guru della «economia dei disastri» e della «shockterapia», scrisse un'editoriale sul Wall Street Journal che Katrina era una tragedia ma anche «un'opportunità», e un deputato della Louisiana disse che «finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi».
    Ora «Dio» l'ha fatto con Haiti. Allora alla Casa bianca c'era Bush, oggi c'è Obama. Vedremo cosa farà.


I COMMENTI:
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  • Nei giornali della maggioranza si critica sempre Cuba, mà di Haiti non se ne parla quasi mai , allora che è diventata cosi causa degli americani. Se Cuba non èra diventata quello che è adesso,anche lei soffriva molto,essendo una colonia mafiosa americana. 17-01-2010 11:52 - carpette
  • anche per me parlare di imperialismo americano in questo momento mi pare fuori luogo, in America non ci sono solo cowboy, ma tantissimi uomini liberi, cerchiamo di ricordarcelo!! 17-01-2010 11:10 - ignazio
  • Domanda: che cosa avrebbe scritto Il Manifesto se gli Stati Uniti fossero intervenuti ad Haiti quanto e come il Brasile o Cuba o anche Paesi parimenti capitalistici o, alla faccia di Friedmann non fossero intervenuti affatto? ER 17-01-2010 10:47 - Enzo
  • se non ora quando, parlare del ruolo USA nella "regione", e sopratutto scavare la verità sul loro ruolo nell'esilio di Aristide, presidente eletto dal popolo con qualche speranza è poi strozzato economicamente ed "esiliato".
    Certo vedere che ad Haiti si scava con i bastoni mentre la Multinazionale USA va su Marte ed spende 700 mld di dollari annui per le guerre " democratiche " fa pensaread una solidarietà pelosa.
    Non dimentichiamoci Grenada (1983).
    Cuba cmq nel disastro della Luisiana voleva inviare aiuti ma gli USA hanno rifiutato. Ha pensare male si fà peccato ma a volti ci si azzecca, e la storia è la storia! Meditate gente meditate. 17-01-2010 09:54 - luciano 17/01/2009
  • il pagliaccio delle multinazionali Obama fa annunzi come Berlusconi. Haiti è come New Orleans. Sta facendo morire la gente di fame e di sete pur avendo una base vicinissima a Guantanamo da dove far defluire gli aiuti.
    Gli interessa soltanto predare i bambini per gli Usa e l'Occidente e di mettere le mani su Haiti. 17-01-2010 09:39 - pietro ancona
  • Ve lo ricordate Aristide, l'ex presidente di Haiti defenestrato dagli USA?
    Sul sito alcune interessanti analisi.
    www.aristide-haiti.it 17-01-2010 08:09 - Franco
  • Ecco, il primo passo dei sciacalli inviati da Obama. La stessa tesi pubblicata anche qua http://www.elhacedor.com 16-01-2010 23:54 - Shock economy
  • Che schifo !!! Che dire di piu'!!!
    Cordoglio e rabbia (per Haiti e gli Haitiani) un popolo già in brutte acque di suo sto c....o di terremoto non ci voleva proprio e spero solo che la diplomazia e la politica ora pensino a coordinarsi e a ricostruire e aiutare non a spartire e fare interessi !!!
    L'America questo grande stato come al solito ha varie anime, una quella umanitaria fa si che con la sua potenza possa veramente risolvere i tanti problemi di Haiti, ma dietro ce sempre la politica e l'anima CAPITALISTICA e qui ci vuole che "l'uomo abbronzato" tiri fuori le palle e faccia la stessa cosa che ha fatto con le banche in casa sua !!Haiti ha bisogno di soldi ma anche di persone che lavorino per arrivare alla soluzione non di porci che si dividano l'ormai povera preda morta !!! 16-01-2010 23:29 - Fernando Boccia
  • Cinica, immorale e spietata. La sinista si conferma quella che è 16-01-2010 22:15 - mirko
  • Se sono neri, non c'è rispetto neppure per i morti! Lo dico ai giornalisti, a tutti i media, a tutti coloro che in questi giorni violano il rispetto che almeno si deve ai morti, inviando le immagini di poveri corpi dilaniati, di membra rattrappite ed imbiancate, e per i più "fortunati", di braccia e di piedi che spuntano da un lenzuolo. Distese di cadaveri esposti e fotografati senza che l'umana pietà abbia nemmeno avuto il tempo e la possibilità di stendere un velo su di loro. Non ho mai visto un simile scempio, un oltraggio senza pudore, una mancanza di rispetto per dei corpi senza vita! Quei fotografi e quei giornalisti, magari sono gli stessi che accusano di razzismo chiunque osi fare anche solo delle critiche verso le persone di colore. Avete visto qualcosa di simile per il terremoto dell'Abruzzo? I morti sono tutti uguali, ed uguale deve essere il rispetto e la pietà, altro che fotografie! O il rispetto per il cadavere di un bianco è superiore a quello che si deve avere di fronte al cadavere di un nero? 16-01-2010 21:28 - Silvia
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