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Andrea Palladino
Jolly Rosso, spunta il teste «sigma»
Interferenza. Ovvero una delle classiche mosse degli scacchi. Bloccare il nemico, rompere le sue difese, intercettare i suoi possibili attacchi. In questo caso, non sono pedoni, cavalli o torri, ma navi, vascelli, cargo. E poi bidoni, container, veleni, scorie e resti da seppellire, da affondare. Lo sfondo è ancora la costa che da Amantea arriva a Cetraro, quei trenta chilometri che uniscono la storia della Jolly Rosso, la nave fantasma e deserta che si arenò il 14 dicembre del 1990, con un relitto mai trovato, anzi, trovato o forse no. Ricordate la Cunski? «Il caso è chiuso», disse il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso il 28 ottobre, con al suo fianco l’eternamente sorridente Stefania Prestigiacomo.
Chiuso, sepolto, sotterrato. Smettiamola di parlarne...
Prima di tutto la notizia, che è in realtà una notizia vera a metà, apparsa su Calabria Ora. C’è un nuovo teste che sta testimoniando, in segreto, sulle navi dei veleni, ha scritto il quotidiano calabrese. Non ha un nome, solo una sigla,
“sigma”. «Il nuovo pentito infatti avrebbe raccontato di aver preso parte allo
smaltimento dei fusti della Jolly Rosso», diceva ieri Calabria Ora.
«È una falsa notizia», ha ribattuto in serata l’avvocato Grazia Conidi, che segue
Sigma. In realtà si tratta di un antico collaboratore di giustizia, che raccontò alla Dda di Reggio Calabria come funzionava il traffico dei veleni. Ed era il 1992-1993, prima cioè dell’apertura dell’inchiesta di Francesco Neri sulla nave
Rigel. Si tratta di un teste che venne ritenuto attendibile all’epoca, ma che oggi
ha più di un timore a continuare a tracciare le rotte dei veleni. Aveva mostrato
una certa disponibilità a deporre davanti alla commissione rifiuti, ma ora - dopo
la notizia rivelatasi falsa - qualcuno forse ha voluto mandare un segnale. Occorre a questo punto capire anche il come e il quando. Siamo in Calabria,
dove le storie di navi e di veleni si mescolano con la sottigliezza della ‘ndrangheta, di quella mafia che è cresciuta grazie al silenzio, alle complicità e ad una rete collaudata di interferenze. Siamo poi in una regione, dove accanto
alle ‘ndrine c’è una presenza massonica coperta, che fa da cintura di collegamento con l’economia cosiddetta legale. E siamo in quella terra dove tantissime indagini sono state aperte e archiviate, senzamai trovare un colpevole o, almeno, un corpo del delitto.
Della nave Rosso - così si chiamava l’ex Jolly Rosso al momento del suo ultimo
viaggio - in questi giorni si stava iniziando ad occupare la commissione bicamerale sui rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella. Ed è la terza commissione di questo tipo che affronta l’argomento. Il 12 gennaio era stato ascoltato il pubblico ministero Francesco Greco, che prima di essere trasferito presso la Procura di Lagonegro aveva seguito a Paola l’ultima inchiesta sulla nave di Amantea, poi archiviata il 13 maggio scorso. Ha parlato a lungo il magistrato, per oltre due ore. «Non credo al pentito Fonti, non gli ho mai creduto», ha spiegato, schierandosi di fatto con il governo, la procura distrettuale di Catanzaro e il procuratore nazionale antimafia Grasso.
Per Greco il caso Cetraro è chiuso. Così come come chiuso era il caso “Jolly
Rosso”, quando ne chiese l’archiviazione. Il presidente Pecorella ha chiesto
spiegazioni sui molti dubbi che ancora esistono sulla vicenda, riportati tutti nel
decreto di archiviazione. «Forse erano indizi», commenta pacato il presidente
della commissione rifiuti. Forse. Un indizio era la testimonianza di un marinaio,
tale Borrelli, che raccontò di aver saputo che il viaggio della Rosso da La Spezia
ad Amantea sarebbe stato l’ultimo. «Mi sembra che questa persona fosse dedita all’alcol», replica Francesco Greco. Oppure un indizio erano le tracce di radioattività sul greto del fiume Oliva. «Ma venne un professore da Bologna e spiegò che era normale», ricorda il magistrato.
E poi silenzi. Come quando il presidente Pecorella legge dalle carte del processo la ricostruzione di quanto avvenne nelle ore finali dell’ultimo viaggio
della Rosso. «Venne accertato che le pompe buttavano l’acqua all’interno della nave e non il contrario. Ricorda se avete fatto accertamenti su questo fatto?», chiede Gaetano Pecorella. «La spiegazione che diedero è che buttavano l’acqua dentro la stiva per pulirla dal gasolio», è la risposta un po’ sorprendente. Ed è meglio non parlare di navi e di veleni per Francesco Greco, «sa, la stampa
vuole vendere giornali».
Passano quarantotto ore, ed appare il teste sigma. Nei mesi scorsi era apparso
Emilio Di Giovine, pezzo da novanta nella costellazione delle ‘ndrine calabresi. Un quarto d’ora dopo aver chiesto di essere ascoltato è stato investito, quasi
mortalmente. «Ma lo sentiremo presto», assicura oggi Gaetano Pecorella. Il caso Cetraro è tutt’altro che chiuso.
- Triste che non freghi a nessuno di un articolo come questo.. 20-01-2010 22:13 - s.m.
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