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FUORIPAGINA
17/01/2010
  •   |   Stefano Liberti, inviato a Port-au-Prince
    Port-au-Prince città morta

    «Quando la tragedia bussa alla tua porta, devi reagire». Lilianh ha un volto paffuto, un fisico gigantesco e un sorriso tirato che nasconde appena una preoccupazione palpabile. Lilianh è una haitiana-americana e si è precipitata in questo inferno direttamente da New York. Quando ha saputo che il terremoto che aveva devastato e sconvolto la sua isola, quando ha pensato che anche la zia Susanne - quello che restava della sua famiglia – poteva essere finito sotto le macerie, ha avuto un groppo al cuore. Ha capito che la tragedia bussa alla tua porta quando meno te lo aspetti, come era successo in quel giorno di settembre del 2001 in cui lei, paramedica, si era trovata a scavare sotto le macerie di Ground Zero alla ricerca di superstiti. Ha quindi deciso che il destino andava affrontato di petto: bisognava andare a vedere che ne era di sua zia e cosa era rimasto della sua isola in mezzo ai Caraibi.
    Non è partita subito, in modo impulsivo. Prima ha provato a procurarsi le informazioni per affrontare al meglio il viaggio, chiamando amici e conoscenti ad Haiti. Ma i telefoni rimanevano muti e, quando suonavano, lo facevano a vuoto. A quel punto ha pensato di comporre il numero di emergenza pubblicizzato in bella mostra dalla rete televisiva Cnn, ma una signora con voce gentile ma ferma le ha detto che loro si occupavano soltanto degli scomparsi di nazionalità americana.
    «Una cosa assurda. Ho guardato in modo ossessivo tutti i servizi televisivi, cercando notizie. Ma dicevano tutti la stessa cosa: Terremoto a  Port-au-Prince.  Migliaia di morti. Crollata la casa bianca (il palazzo presidenziale, ndr). Nessuno che desse indicazioni più dettagliate su quali parti della città fossero state colpite».
    Così ha preso Adam, il figlio diciottenne, e si è imbarcata su un aereo per Miami, poi su un altro volo con destinazione Santo Domingo. Arrivata nella capitale della Repubblica dominicana, per portare a termine la sua missione ha affittato una macchina. Quando incontriamo Lilianh e Adam all’aeroporto di Santo Domingo, sono ancora lontani centinaia di chilometri dalla loro meta finale: il quartiere popolare di Canapé vert, su un collina di Port-au-Prince, dove vive da una vita la zia Suzanne.
    Il tragitto è stato lungo e penoso; attraverso una frontiera intasata di camion d’aiuti e affollata dei feriti che andavano a cercare conforto e cure nel più ricco paese vicino. Poi, man mano che ci si avvicinava a Port-au-Prince, sempre più vistosi sono comparsi i segni del cataclisma. Prima qualche muro crepato. Poi case crollate, pezzi d’asfalto saltato. Lilianh, che ha fatto la soldatessa nell’esercito americano, non è persona da lasciarsi andare a facili emozioni: mantenendo il sangue freddo continua a dirsi che «quando ti aspetti il peggio, se poi arriva il meglio è una notizia doppiamente bella».
    Port-au-Prince la accoglie come una città ferita, mutilata. L’effetto sembra quello di un massiccio bombardamento: edifici accartocciati su se stessi, cadaveri rigonfi abbandonati per strada e che cominciano ad annerirsi per il sole battente. Uomini e donne feriti. Lei si guarda intorno e ripete una sola frase: «My god, che disastro». E poi un sospiro: «Che ne sarà della zia Suzanne?». La città distrutta sfila lenta dietro il nostro sguardo. Folle di persone senza più una casa si aggirano come stordite, apparentemente senza meta. Un gruppo di ragazzi s’è spalmato il dentifricio sotto gli occhi: così pensano di potersi proteggere da eventuali epidemie. Altri scavano a mani nude tra i detriti. Ogni tanto, sopra le macerie, spunta un casco di qualche squadra di soccorso, che continua a cercare nonostante le flebili speranze. Davanti a un palazzo, un cartello fornisce un’indicazione ai soldati americani che cominciano a vedersi per
    la città (molti altri sono in arrivo): «Benvenuti soldati americani. Cadaveri all’interno».
    Insieme a Lilianh ricostruiamo la topografia di una città che non c’è più e che non sarà mai più la stessa. «Lì c’era una scuola» dice indicando il cumulo di mattoni e resti di un palazzo raso al suolo. Attraversiamo la capitale. Vediamo la Casa bianca, il palazzo del presidente della Repubblica, collassata. Saliamo sulle colline verso Canapé vert. I nomi dei vari quartieri vengono declinati in modo quasi automatico da Lilianh, sempre più inquieta. Sembra quasi che ci stiamo avvicinando all’epicentro dell’ecatombe.
    Entriamo a Canapé vert e siamo accolti da un tanfo insopportabile. Fermiamo la macchina e cominciano una lunga camminata tra palazzi crollati, macerie accatastate, cadaveri abbandonati. «Quella è la casa della zia Suzanne», indica in lontananza Lilianh. Nel punto che lei segnala si vedono solo resti di case crollate.
    Ma la donna non sembra perdersi d’animo. Nonostante la fatica, scavalca tre o quattro edifici, trascina passi malfermi tra le rovine, altri minuti di angoscia. Quando arriviamo al punto in cui c’era l’appartamento della zia, Lilianh riconosce un uomo. Lo saluta. Gli fa una domanda in creolo. Lui risponde. Lei scoppia in un pianto dirotto. Un secondo dopo anche Adam, che il creolo non lo capisce, si scioglie in lacrime. Poi si lanciano tutti e due in una precisa direzione.
    In mezzo a uno spiazzo, sdraiata su un materassino, giace incolume la zia Suzanne. L’abbraccio è immenso. Le lacrime sgorgano a fiumi. L’emozione è fortissima e coinvolge tutti. La zia racconta come è scampata al cataclisma. «Ero in camera da letto, quando ho sentito il botto. La casa è crollata, eccetto il soffitto sopra la stanza in cui stavo. Sono riuscita a uscire dalla finestrella e mi sono arrampicata tra i pezzi della casa del vicino». A vedere questa donna di ottantaquattro anni dal fisico esile, si fa difficoltà a immaginare tutte quelle acrobazie. Eppure è accaduto: la signora è viva, sorride e dice che vuole restare lì, vicino alle sue cose, e non vuole andare in hotel.
    «Questa è la mia casa, questa è la mia città, per quello che rimane» dice alla nipote che la invita invece a seguirla negli Stati Uniti, a New York. Intorno i suoi vicini approvano. La salutano come una miracolata. Lilianh quasi non riesce a parlare dalla gioia che le esplode dentro: «L’avevo detto. Quando ti aspetti il peggio e arriva il meglio, la felicità è doppia». Poi si guarda intorno e soffoca il suo sorriso. Vede le case che conosceva bene. Vede quello che ne resta. Chiede notizie delle persone che vivevano lì dentro. Molti sono morti, alcuni si sono salvati. Tutti, senza eccezione, hanno perso la casa e sono ormai alla quinta notte all’addiaccio.
    Tutta Port-au-Prince si prepara a un’altra notte di paura. Un'altra notte di abbandono, tra le macerie, i cadaveri e il tanfo pestilenziale che sembra avvolgere tutto e tutti.

     


I COMMENTI:
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  • Condivido;trovo ragionevole ed equilibrato quanto detto. 21-01-2010 15:50 - enrico
  • Posso essere d'accordo se non metti sullo stesso piano i punti di partenza: del comunismo, animato da un'opzione fondamentalmente generosa, e cioè l'idea di un mondo di eguali (non indifferenziati, ma uguali); e quella del fascismo/nazismo, mossa da un bisogno (patologico) di un'ordine che prevede una diseguaglianza sociale naturale/strutturale.
    Per cui, mentre lo stalinismo è lontano anni luce dalle ipotesi di società ispirate dall'idea comunista, il nazismo-pratica politica ed il nazismo-idea sono perfettamente coincidenti.

    Non sono d'accordo se consideri uguali l'esperienza cubana e la fase peggiore della storia sovietica. 21-01-2010 14:29 - Antonella
  • Credo fermamente che sia lecito il disprezzo verso chi è(o è stato)inequivocabilmente malvagio e abbietto,ma è a questo punto che c'è il problema:quale metro o criterio si dovrà usare per stabilirlo?Io propongo quello dell'imparzialità e dell'obbiettività,per cui,se concordiamo che il kkk,Hitler e similari siano disprezzabili,lo trovo condivisibilissimo,però esigo anche che lo stesso metro sia applicato nei riguardi di chi,nel passato più o meno recente o ancora oggi,nel nome del popolo,del socialimo(leggi Stalin,kmher rossi,ecc.)o di dio(leggi fanatismo religioso-nel passato va annoverato anche quello cristiano)ha commesso e/o commette ancora infami crimini e atroci ingiustizie. 21-01-2010 10:04 - enrico
  • E ora il peggior flagello che Haiti abbia mai conosciuto: BERTOLASO e il suo Know-How!!!! 20-01-2010 22:19 - s.m.
  • Non solo trovo salutare il disprezzo per opinioni razziste e mistificanti, lo trovo necessario. O dovremmo considerare legittime anche le opinioni, tanto diffuse nel Ventennio, sulla razza?
    Dovremmo, quindi, considerare Martin Luther King ed i sostenitori del KuKluxKlan alla stessa stregua?
    Temo che proprio questa malinterpretata idea di uguaglianza costituisca il problema principale del dibattito politico pubblico. Dibattito che ha fatto delle istituzioni posti che somigliano ad un bar sport.

    Che questo sia frutto di "democratica organizzazione", non significa che sia uno spettacolo edificante. Ad Empoli, un commerciante democratico, ha esposto un cartello: Vietato l'ingresso ai cinesi.
    Democraticamente razzista. Come lo erano quelli che esponevano i cartelli "Vietato l'ingresso agli ebrei ed ai cani".

    Quanto al mettere, ancora una volta, Haiti (e realtà simili) e Cuba sullo stesso piano, anche questo è fortemente mistificante. Cuba non è uno scorpione sul groppone della sinistra. Caso mai è una realtà che dimostra come, al contrario di quello che Banca Mondiale e FMI vanno sostenendo, un governo può usare le sue risorse per creare (seppure con mille difficoltá...quando le leggi Torricelli ed Helms-Burton saranno un ricordo ne riparleremo) una rete di servizi pubblici che consentano alla popolazione di non morire. Di fame, di malattie curabili, di ignoranza. 20-01-2010 16:06 - Antonella
  • Va bene,se proprio si vuole politicizzare anche gli eventi naturali,lo si faccia,anche se ammetto-come e soprattutto nel caso del terremoto in Abruzzo-che al di là delle conseguenze inevitabili del sisma in sè,senz'altro esisteranno negligenze e responsabilità civili e penali diffuse,che dovranno essere accertate,anche se dubito che chi autorizza a costruire già malamente fin dal progetto e chi poi edifica ancora peggio possa essere catalogabile politicamente,è solo un volgare mascalzone;ma quello che veramente continuo a non capire è il perchè ci si ostini a gettare disprezzo su chi pensa(e magari vota)in modo diverso da quello che invece si vorrebbe;voglio ribadire che esiste-per quanto imperfetto-l'istituto delle elezioni,che consente a chi ha la maggioranza degli elettori(più o meno assoluta e/o relativa)di formare un governo(più meno stabile e/o efficiente)e di governare per un alquanto limitato periodo di tempo;poi,se la popolazione è stufa voterà per lo schieramento opposto(o sedicente tale),altrimenti si confermerà il governo uscente;è così che funziona-anche se certamente in modo imperfetto e decisamente migliorabile-la democrazia,che per quanto la si possa detestare e snobbare,è e resta l'unica e sola forma di governo accettabile,sotto qualsiasi punto di vista;l'alternativa è la dittatura,che poi questa sia di una giunta militare o del"proletariato",di una classe sociale su di un'altra,non cambia un accidente di niente nella sostanza,sempre dittatura rimane;è il caso di ricordare la favoletta di Esopo sul re delle rane. 20-01-2010 10:07 - enrico
  • La considerazione ovvia, e cioè che il terremoto ad Haiti è una catastrofe naturale ed umanitaria di dimensioni spaventose, non può essere l'unica considerazione.

    Se così fosse, dopo il terremoto in Abbruzzo avremmo dovuto tacere sulle responsabilità politiche che stavano dietro quella tragedia.
    Haiti condivide, con Cuba, la posizione geografica, per cui il paragone tra le due realtà non è affatto fuori tema.

    Quanto al supposto odio fra italiani, più che odio, per quello che mi riguarda, è profondo disprezzo per ogni posizione di natura reazionaria. E francamente non ho antipatie relative a nazionalità. Al di la della lingua con cui li si espirime, opinioni razziste, ostili al pensiero di sinistra, sono mistificanti. E queste mistificazioni sono insopportabili. 19-01-2010 22:47 - Antonella
  • Non riesco a comprendere perchè in presenza di una così spaventosa ecatombe ci si perda in polemiche inutili e oltretutto fuori tema,dato che il terremoto ha colpito Haiti,e non Cuba o altri paesi;ma purtroppo l'antico e purtroppo inestirpabile viziaccio degli italiani di odiarsi reciprocamente prevale su ogni altra considerazione,anche la più ovvia. 19-01-2010 09:39 - enrico
  • A dire il vero la bieca propaganda, usando una tragedia, la fate voi. Innanzitutto mettendo sulo stesso piano Haiti e Cuba. La prima tenuta per decenni in condizioni di sottosviluppo, dove un terzo della popolazione vive senza i beni necessari a soddisfare i BISOGNI ELEMENTARI. La seconda che, nonostante l'embargo vergognoso, tenta di mantenere un sistema di servizi essenziali da offrire alla popolazione. Ma proprio a tutta.
    La bieca propaganda la fa chi (come la filogovernativa, filomilitarista, filo-cosche calabresi Silvia) scrive commenti razzisti (quindi stupidi). Chi tenta di invertire il senso delle cose (come usano fare i cani da guardia delle roccaforti della destra mondiale) accusando di malafede la gente che non si ferma all'apparenza made in "partito dell'Ammore" 19-01-2010 02:07 - Antonella
  • Ottimo pezzo, un affresco decisamente efficace. Spero l'autore ci informi al più presto anche della quantità e dell'efficacia dei soccorsi italiani. 18-01-2010 19:26 - Luigi Contestabile
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