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Stefano Liberti, inviato a Port-au-Prince
Port-au-Prince città morta
«Quando la tragedia bussa alla tua porta, devi reagire». Lilianh ha un volto paffuto, un fisico gigantesco e un sorriso tirato che nasconde appena una preoccupazione palpabile. Lilianh è una haitiana-americana e si è precipitata in questo inferno direttamente da New York. Quando ha saputo che il terremoto che aveva devastato e sconvolto la sua isola, quando ha pensato che anche la zia Susanne - quello che restava della sua famiglia – poteva essere finito sotto le macerie, ha avuto un groppo al cuore. Ha capito che la tragedia bussa alla tua porta quando meno te lo aspetti, come era successo in quel giorno di settembre del 2001 in cui lei, paramedica, si era trovata a scavare sotto le macerie di Ground Zero alla ricerca di superstiti. Ha quindi deciso che il destino andava affrontato di petto: bisognava andare a vedere che ne era di sua zia e cosa era rimasto della sua isola in mezzo ai Caraibi.
Non è partita subito, in modo impulsivo. Prima ha provato a procurarsi le informazioni per affrontare al meglio il viaggio, chiamando amici e conoscenti ad Haiti. Ma i telefoni rimanevano muti e, quando suonavano, lo facevano a vuoto. A quel punto ha pensato di comporre il numero di emergenza pubblicizzato in bella mostra dalla rete televisiva Cnn, ma una signora con voce gentile ma ferma le ha detto che loro si occupavano soltanto degli scomparsi di nazionalità americana.
«Una cosa assurda. Ho guardato in modo ossessivo tutti i servizi televisivi, cercando notizie. Ma dicevano tutti la stessa cosa: Terremoto a Port-au-Prince. Migliaia di morti. Crollata la casa bianca (il palazzo presidenziale, ndr). Nessuno che desse indicazioni più dettagliate su quali parti della città fossero state colpite».
Così ha preso Adam, il figlio diciottenne, e si è imbarcata su un aereo per Miami, poi su un altro volo con destinazione Santo Domingo. Arrivata nella capitale della Repubblica dominicana, per portare a termine la sua missione ha affittato una macchina. Quando incontriamo Lilianh e Adam all’aeroporto di Santo Domingo, sono ancora lontani centinaia di chilometri dalla loro meta finale: il quartiere popolare di Canapé vert, su un collina di Port-au-Prince, dove vive da una vita la zia Suzanne.
Il tragitto è stato lungo e penoso; attraverso una frontiera intasata di camion d’aiuti e affollata dei feriti che andavano a cercare conforto e cure nel più ricco paese vicino. Poi, man mano che ci si avvicinava a Port-au-Prince, sempre più vistosi sono comparsi i segni del cataclisma. Prima qualche muro crepato. Poi case crollate, pezzi d’asfalto saltato. Lilianh, che ha fatto la soldatessa nell’esercito americano, non è persona da lasciarsi andare a facili emozioni: mantenendo il sangue freddo continua a dirsi che «quando ti aspetti il peggio, se poi arriva il meglio è una notizia doppiamente bella».
Port-au-Prince la accoglie come una città ferita, mutilata. L’effetto sembra quello di un massiccio bombardamento: edifici accartocciati su se stessi, cadaveri rigonfi abbandonati per strada e che cominciano ad annerirsi per il sole battente. Uomini e donne feriti. Lei si guarda intorno e ripete una sola frase: «My god, che disastro». E poi un sospiro: «Che ne sarà della zia Suzanne?». La città distrutta sfila lenta dietro il nostro sguardo. Folle di persone senza più una casa si aggirano come stordite, apparentemente senza meta. Un gruppo di ragazzi s’è spalmato il dentifricio sotto gli occhi: così pensano di potersi proteggere da eventuali epidemie. Altri scavano a mani nude tra i detriti. Ogni tanto, sopra le macerie, spunta un casco di qualche squadra di soccorso, che continua a cercare nonostante le flebili speranze. Davanti a un palazzo, un cartello fornisce un’indicazione ai soldati americani che cominciano a vedersi per
la città (molti altri sono in arrivo): «Benvenuti soldati americani. Cadaveri all’interno».
Insieme a Lilianh ricostruiamo la topografia di una città che non c’è più e che non sarà mai più la stessa. «Lì c’era una scuola» dice indicando il cumulo di mattoni e resti di un palazzo raso al suolo. Attraversiamo la capitale. Vediamo la Casa bianca, il palazzo del presidente della Repubblica, collassata. Saliamo sulle colline verso Canapé vert. I nomi dei vari quartieri vengono declinati in modo quasi automatico da Lilianh, sempre più inquieta. Sembra quasi che ci stiamo avvicinando all’epicentro dell’ecatombe.
Entriamo a Canapé vert e siamo accolti da un tanfo insopportabile. Fermiamo la macchina e cominciano una lunga camminata tra palazzi crollati, macerie accatastate, cadaveri abbandonati. «Quella è la casa della zia Suzanne», indica in lontananza Lilianh. Nel punto che lei segnala si vedono solo resti di case crollate.
Ma la donna non sembra perdersi d’animo. Nonostante la fatica, scavalca tre o quattro edifici, trascina passi malfermi tra le rovine, altri minuti di angoscia. Quando arriviamo al punto in cui c’era l’appartamento della zia, Lilianh riconosce un uomo. Lo saluta. Gli fa una domanda in creolo. Lui risponde. Lei scoppia in un pianto dirotto. Un secondo dopo anche Adam, che il creolo non lo capisce, si scioglie in lacrime. Poi si lanciano tutti e due in una precisa direzione.
In mezzo a uno spiazzo, sdraiata su un materassino, giace incolume la zia Suzanne. L’abbraccio è immenso. Le lacrime sgorgano a fiumi. L’emozione è fortissima e coinvolge tutti. La zia racconta come è scampata al cataclisma. «Ero in camera da letto, quando ho sentito il botto. La casa è crollata, eccetto il soffitto sopra la stanza in cui stavo. Sono riuscita a uscire dalla finestrella e mi sono arrampicata tra i pezzi della casa del vicino». A vedere questa donna di ottantaquattro anni dal fisico esile, si fa difficoltà a immaginare tutte quelle acrobazie. Eppure è accaduto: la signora è viva, sorride e dice che vuole restare lì, vicino alle sue cose, e non vuole andare in hotel.
«Questa è la mia casa, questa è la mia città, per quello che rimane» dice alla nipote che la invita invece a seguirla negli Stati Uniti, a New York. Intorno i suoi vicini approvano. La salutano come una miracolata. Lilianh quasi non riesce a parlare dalla gioia che le esplode dentro: «L’avevo detto. Quando ti aspetti il peggio e arriva il meglio, la felicità è doppia». Poi si guarda intorno e soffoca il suo sorriso. Vede le case che conosceva bene. Vede quello che ne resta. Chiede notizie delle persone che vivevano lì dentro. Molti sono morti, alcuni si sono salvati. Tutti, senza eccezione, hanno perso la casa e sono ormai alla quinta notte all’addiaccio.
Tutta Port-au-Prince si prepara a un’altra notte di paura. Un'altra notte di abbandono, tra le macerie, i cadaveri e il tanfo pestilenziale che sembra avvolgere tutto e tutti.
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Cercare quel minimo di visibilità davanti ha tanta sofferenza e tristezza. Proprio vero che l' egoismo umano non ha mai fine vero Mariani. Solidarietà con il popolo haitiano e cubano, ambedue, sottoposti al insulto, dello sfruttamento. 17-01-2010 20:00 - alberto mareschi
la redazione: Tutti i commenti vengono pubblicati appena possibile. E' chiaro d'altra parte il manifesto non ha i mezzi per pagare turni di notte e festivi solo per i commenti dei lettori che non hanno la pazienza di aspettare la mattina successiva per veder pubblicata la propria opera
La gente sente la sofferenza di quel popolo,ma la gente non sa che cos'è la miseria umana.
Nessuno sa cosa si prova a stare in mezzo al mare,senza niente e con una fame immensa.
Allo stesso mare dove i miserabili di cuore,continuano a bagnarsi scansando i cadaveri e buttando deodoranti nell'ambiente.
200mila morti.
L'intera popolazione della 3° circoscizione di Roma.
Con un presidente,nascosto tra le rovine di un aeroporto e la gente che sta cominciando a capire.
Gli haitiani,hanno capito che non gli hanno mai dato nulla GRATIS.
Hanno capito che a Cuba la gente sta meglio perche ha uno stato che li tutela.
Hanno capito che la libertà non ci sarà mai,se non si può scegliere il proprio futuro.Ha capito che essere liberi senza garanzie e senza diritti è peggio che essere schiavi.
Quando erano schiavi,avevano un costo e il loro padrone aveva cura del suo capitale.
Oggi che sono liberi di vendersi solo quelle ore di lavoro e per il resto sono alla mercè di tutto,capiscono che non ci sono stati passi avanti.
Quei morti ammucchiati e pieni di mosche,che mettono paura per le loro possibili epidemie,stanno a testimoniare che non sono più importanti di polli e porci.
tutti che piangono.
Piangono e cercano soldi dai poveri locali.
Li chiedono mentre entrano nei cinema a vedere le prime.
mentre sfoggiano i loro abiti firmati e mentre nelle loro tv parlano di salami e pecorini.
Haiti è morta.
Quella che sta uscendo da queste macerie e una nuova Haiti.
Arrabiata,che si infila il machete nei pantaloni e dice basta.
Una Haiti che ha visto morire i suoi figli.
I primi per il terremoto e i secondi, terzi e quarti, per la mancanza di assistenza.
Una Haiti che si vendicherà.
Si,sono sicuro che tutto è cambiato! 17-01-2010 16:52 - maurizio mariani
la redazione: Di norma pubblichiamo TUTTI i commenti che arrivano, anche i più ostili e i più stupidi, salvo quelli contenenti termini ingiuriosi e/o offensivi.