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Pablo Castro
In Cile ritorna la destra
Ha vinto la destra. Non ci riusciva per via democratico-elettorale dal 1958 e dall’11 settembre 1973 per via golpista. Con il super-miliardario Sebastián Piñera al palazzo presidenziale della Moneda, il Cile, uno dei paesi con l’economia più libera del mondo, cercherà nuovi spiragli per consnetire al il venerato «mercato» di toccare nuovi picchi del suo splendore. E in un paese che in questi anni ha usato il contagocce per aprire la strada alla giustizia sui crimini del regime di Pinochet, l’alleanza conservatrice dirà ora che bisogna «guardare verso il futuro» e non al passato.
Piñera ha vinto domenica il ballottaggio con il 51,6% dei voti su Eduardo Frei, che era il candidato della coalizione di centro-sinistra al governo dal ’90 e si è fermato al 48,4%. Per quanto la presidenta socialista Michelle Bachelet goda di una popolarità dell’81% e i cileni riconoscano progressi importanti nei 20 anni di governi della Concertación por la democracia, la coalizione imperniata su democristiani e socialisti, Frei non è riuscito a chiudere il gap del primo turno elettorale del 13 dicembre (29,6% contro il 44% di Piñera) e il ricordo della sua mediocrissina presidenza fra il ’94 e il 2000, e neppure a cancellare l’usura e il discredito della coalizione.
Proprietario del canale tv Chilevisión, della squadra di calcio più popolare - il Colo Colo (la preferita anche di Pinochet) - di compagnie finanziarie e dell’aerolinea Lan, fra molto altro business accumulato negli anni ’80 - quelli dello sfrenato libero mercato pinochettista - il presidente eletto ha cercato di togliersi di dosso l’ombra lunga di Pinochet rivendicata ancora con ostinato entusiasmo, tuttavia, da molti leader della destra cilena, per quanto rimasti in secondo piano durante la campagna elettorale. Almeno fino a domenica.
Ma la notte della vittoria, al di là delle strategie elettorali, nessuno ha potuto evitare che nella prima linea dei festeggiamenti di fronte all’hotel Crowne Plaza di Santiago, la sede del comando del candidato della destra, i fan di Piñera sbandierassero impunemente poster e perfino busti del criminale responsabile di almeno 3000 desaparecidos e 27 mila vittime, fra assassinati e torturati. Se qualcuno avesse dei dubbi, nessuno del clan del nuovo presidente ha avuto niente da ridire.
«La crescita del Cile si deve a Pinochet», ci ha detto Inés, un’ingegnera di 45 anni che domenica si apprestava ad andare a votare in un seggio di Las Condes, il barrio ricco per eccellenza di Santiago. A Las Condes domenica si respirava un’aria di festa ed euforia. Saluti, abbracci, distinzione, eleganza. Militari in divisa con al braccio signore raffinate. Terra di «momios», come si chiamavano ai tempi di Allende. Le mummie che ora sono tornate.
A partire dal ’73 la dittatura impose un radicale taglio di diritti umani, sociali, politici ed economici, mentre i militari s’incaricavano di fare sparire le persone che non erano con loro. Nell’81 i Chicago Boys seguaci del professor Milton Friedman per risolvere la feroce crisi seguita ai primi anni del pinochettismo, tagliarono salari, privatizzarono tutto (meno il rame: ma lo farà Piñera, secondo quanto ha annunciato) e cominciarono a spalancare l’economia cilena al mondo esterno, in un grado mai raggiunto da nessun altro paese. Nè gli Stati uniti di Reagan, né l’Europa del riflusso, né l’America latina delle altre dittarture militari fasciste-liberiste.
Verso la fine degli anni ’80, con una distribuzione della ricchezza pessima e consolidata (che si è mantenuta fino a oggi), il Cile conobbe una crescita accelerata. Con pochi margini di manovra e sotto la tutela armata di Pinochet, che era ancora capo delle forze armate anche dopo l’uscita dalla Moneda nel ’90, la Concertación non volle o non poté cambiare gli assi portanti del sistema economico imposto ed ereditato dalla dittatura. Nuove generazione lasciate allo sbando, noncuranza per i settori più carenti della popolazione, sanità e istruzione private e carissime, pensioni privatizzate (secondo la geniale idea di José Piñera, il fratello del neo-presidente: buon sangue...).
Bisogna ricordare, in questo momento buio, che non si tratta solo della rivincita dei «momios». La destra cilena è riuscita negli ultimi anni a dotarsi anche di una sua base popolare come dimostra la vittoria di Piñera, domenica, in barrios umili dell’hinterland di Santiago e Valparaíso. In parte si spiega con il discorso populista, centrato anche qui sulla sicurezza dei cittadini contro «la criminalità rampante», e in parte con la scorpacciata in camera lenta del «cambio perché nulla cambi», dell’eterno flirt con il mondo imprenditoriale che hanno caratterizzato i 20 anni della Concertación in campo economico.
«Sarò il presidente dell’unità nazionale e governerò in nome di tutti i cileni ma con un’attenzione speciale per i più umili e per la classe media che ne ha tanto bisogno», ha detto Piñera domenica notte davanti ai suoi euforici sostenitori riuniti nell’Alameda, il grande viale del centro di Santiago.
Piñera proviene da una famiglia democristiana. Suo padre fu fra i fondatori della Dc qui in Cile insieme a Eduardo Frei Montalva, il padre del suo rivale nel ballottaggio (assassinato con il veleno dalla polizia pinochettista nell’81). Questo retaggio viene usato spesso per dimostrare che non è organico a Pinochet e alla destra ultrà. Ma qualche devianza in famiglia era già apparsa perché il fratello José, il creatore delle pensioni private, fu ministro di Pinochet. E anche lui, Sebastián evidentemente non era molto convinto del suo anti-pinochettismo quando nell’89 si iscrisse a uno dei due partiti che al pinochettismo si rifanno: Renovación nacional.
Ora cercherà di cooptare qualche dirigente dc nel suo governo. Non sembra probabile che siano in molti ad accettare ma in ogni casi si approfondiranno le crepe nella Concertación. Ricardo Lagos, il presidente socialista dal 2000 al 2006, ha già detto che bisogna dare strada alle «nuove generazioni» (Marco Enríquez Ominami, il socialista new age «indipendente» che il 13 ottobre ebbe il 20% dei voti?).
Quel che spaventa con Piñera è il ritorno in forze al governo della Opus Dei, il potere forte più forte del Cile. I tecnocrati avranno sempre più potere. Lui al proposito è stato ambiguo ma non si può scartare la possibilità di un «punto final» nei processi contro i militari autori di crimini, processi che in realtà sono appena cominciati. Saranno messi da parte o rinviati i diritti civili, come i matrimoni gay e l’aborto. Lo Stato si ritirerà da tutto e resterà in vigore, se va bene, la sua funzione di ambulanza.
- I progressi che in Cile si sono visti in 10 anni (da quando vivo qua) in Cultura, Educazione, Protezione Sociale e Salute sono adesso alla mercé di una classe economica dominante. In Cile tutto é nelle mani della destra...solo mancava il potere politico. E da ieri ce l'hanno. Si salvi chi puó! 18-01-2010 20:35 - Alessandra
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