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Federico Mastrogiovanni
"Uno show per i media che rallenta i soccorsi"
«L’alto livello di tensione tra l’esercito statunitense, che ha preso il controllo dell’aeroporto di Haiti, e le forze delle Nazioni Unite è una delle cause principali della lentezza nella somministrazione degli aiuti» afferma un funzionario del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). «L’armata Usa di 10mila uomini rappresenta - continua il funzionario che ha chiesto di rimanere anonimo - uno show mediatico per affermare il controllo nordamericano sulla regione, in contrapposizione al Brasile, ma complica notevolmente le operazioni di soccorso e distribuzione degli alimenti».
In queste ore però l’unica vice del rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu, Hédi Annabi, deceduto durante il terremoto, sta negoziando con i vertici militari nordamericani per coordinarsi nelle operazioni di soccorso.
Anche i pochi episodi di violenza registrati a Port au Prince sono da attribuirsi alla gestione autonoma dell’esercito Usa della distribuzione di viveri.
«Non si registrano sommosse da parte di bande armate - afferma un ufficiale della gendarmerie francese -. Io lavoro per strada tutti i giorni. Gli unici casi di violenza si sono verificati quando i soldati americani hanno distribuito viveri senza coordinarsi con il World food program (Wfp), che si occupa appunto di questo attraverso procedure standard, volte proprio a mantenere la sicurezza. Che mi risulti non c’è nessuna sommossa, a parte il nervosismo e le normali reazioni di una popolazione rimasta senza nulla».
Intanto i pompieri brasiliani e le squadre di soccorso colombiane lavorano senza sosta, cercando di tirare fuori anche l’ultimo sopravvissuto del crollo dell’hotel «Montana», uno dei pochi edifici su cui si concentra la maggiore attenzione internazionale. Questo perché qui erano alloggiati molti stranieri. Ma le squadre di questi paesi vengono viste come le più generose, le più umane. «I brasiliani, i colombiani e gli ecuadoriani sono quelli che lavorano sempre. Non si stancano mai, fanno i turni per dormire - spiega Mirella Rocha, della polizia identificativa cilena -. Non sono uguali gli altri. La maggior parte, come ad esempio hanno fatto i cinesi e molti altri, cercano i loro morti, se li portano via e se ne vanno».
I gruppi di ricerca sono concentrati prevalentemente nei luoghi in cui si sa che c’erano occidentali. «Siamo costretti a rimanere qui, anche senza fare nulla - sostiene l’ingegnere colombiano Oscar Guevara, che ha il compito di aiutare le squadre di soccorso -. Non possiamo uscire ad aiutare la gente a tirare fuori i loro familiari dalle case. Dicono che è pericoloso, che è troppo rischioso, quindi semplicemente in molti casi la maggior parte degli haitiani viene lasciata al proprio destino». Riguardo poi al modo in cui sono crollati gli edifici puntualizza: «Non si può pensare che palazzi così rimangano in piedi. Le colonne sono spezzate, schiacciate, letteralmente esplose, ma soprattutto si sono staccate di netto alla base del pavimento o sul soffitto. Questo non dovrebbe mai accadere durante il terremoto, se l’edificio è costruito bene. Se la colonna si stacca di netto dalla base perde parte della sua funzione. È stata costruita male. E qui siamo di fronte a una città costruita in modo assurdo».
Mirella si occupa dell’identificazione dei morti dell’hotel, uno dei più importanti di Port-au-Prince, ora ridotto a una specie di enorme sandwich. Il Cile sta cercando una persona qui, e con ogni probabilità dopo averla trovata, viva o morta, il contingente tornerà in patria.
In uno dei sotterranei dell’hotel, rimasto pericolante, è stato improvvisato un obitorio, in cui si trovano sei cadaveri in avanzato stato di decomposizione, identificati ma ancora non reclamati, di sei lavoratori dell’albergo. Ed è grazie alle tecniche autoptiche che si può prevedere quello che succederà qui nei prossimi giorni, e si capisce quanto sarà devastante la situazione ad Haiti, tanto da essere definita una delle più grandi tragedie degli ultimi secoli.
«In un paio di giorni si passerà dal secondo al terzo stadio di decomposizione. Nasceranno le larve e i vermi nei cadaveri - spiega calma Mirella - e a quel punto di diffonderanno le malattie. La cosa più probabile è che si propaghino malaria, colera e tubercolosi, tra la popolazione mal nutrita, debole e ferita. Con le decine, forse centinaia di migliaia di morti che rimangono ancora intrappolati in ogni edificio crollato, la città intera si trasformerà in un enorme bacino di malattie. Sarà una vera catastrofe. E la popolazione è completamente indifesa. È solo questione di tempo. Inoltre con questo caldo il processo sarà più rapido. E dobbiamo anche sperare che non piova perché l’acqua aiuta lo sviluppo delle larve».
Dopo il terremoto, l’orrore, il terrore dei primi giorni, la popolazione indifesa sta aspettando, senza saperlo, la parte peggiore della tragedia, e non sembra che le organizzazioni internazionali e gli aiuti umanitari, nonostante il duro lavoro di molti gruppi, siano pronti ad affrontare questo nuovo, drammatico scenario, se è vero che i centri di assistenza medica sono già stracolmi e con mezzi scarsi, la distribuzione dei viveri lavora ma con lentezza e la gente è obbligata a bersi l’acqua che trova in strada, mescolata con rifiuti organici e solidi.
Nei pochi casi di distribuzione gratuita d’acqua per strada, effettuata ad esempio dai dipendenti della compagnia dell’acqua della vicina Repubblica Dominicana, si formano code di persone che cercano di raccogliere, con quello che hanno, bottiglie, secchi, damigiane, sacchetti, un po’ di acqua pulita per evitare le malattie.
Queste distribuzioni evidentemente però non risolvono il grave problema di Port au Prince.
Se il terremoto di martedì scorso si considera già una catastrofe, le prossime settimane si prospettano altrettanto drammatiche e il numero di vittime è destinato a salire.
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la redazione: Il post a cui fa riferimento la lettrice è stato regolarmente pubblicato, sotto l'articolo relativo ("Nausea ai Caraibi", nella sezione Commenti)
Scusa tanto, ma se un reporter intervista persone che dicono che gli italiani sono i più bbravi, allora è tutto ok no? Chi si lamenterebbe? Se un reporter riporta opinioni sull'efficienza dei soccorsi brasiliani e sul menefreghismo dei cinesi dove sarebbe il problema?
E se un reporter riporta che un ufficiale francese (della Gendarmeria, non della Legione, ignorante!) dice che non ci sono sommosse ma solo le solite scene di chi non ha più niente, dove sarebbe il problema?
Spacciare per 'razzismo' l'affermazione che i soccorsi brasiliani siano più efficienti di quelli 'interessati' dei cinesi, è pura idiozia Andrea. Ti viene in mente che è semplicemente una considerazione fatta da gente che queste persone, a differenza tua che tromboneggi qui, le ha viste davvero in azione? Ti risulta che non tutti i Paesi del mondo siano interessati ad Haiti quanto le nazioni del Sud america e certe in particolare? No? E allora il prosciutto dagli occhi toglitelo tu.
Ma tranquilli, adesso arriva Bertolaso, che li 'sistema tutti'. Già le vedo, le New Town e le C.A (zza).S.E. Si esporta la bellezza di come si distrugge la PC in Italia privatizzandola e usandola come strumento per distruggere lo Stato di diritto: allegria! 20-01-2010 22:43 - s.m.
e non vedo perché ti lamenti che si parli di amerikani, visto che con la storia e l'economia di haiti (soprattutto ora che questo paese dovrà ricominciare pressoché da zero!) hanno avuto ed avranno molto a che vedere!
Certa ggente gli facesse proprio bene conoscere a Vittorio ;-) 19-01-2010 14:40 - ugo
Si passano tranquillamente come oro colato testimonianze razziste del genere "i brasiliani e i colombiani lavorano senza tregua, i cinesi pensano solo ai fatti loro", poi frasi surreali sul genere di quella dell'ufficiale francese "nessuna sommossa, a parte il nervosismo e le normali reazioni di una popolazione rimasta senza nulla» che tradotta dal francese all'italiano significa "si stanno scannando, ma in modo spontaneo e disorganizzato, come è normale tra morti di fame". Così come è normale che soccorritori di paesi ed organizzazioni diverse non si scambino complimenti. E se poi il testimone viene dalla legione straniera, te lo raccomando... Il tutto a condire il TERZO articolo in una settimana della serie "gli amerikani ad Haiti". Davanti a settantacinquemila cadaveri visibili e chissà quanti altri introvabili, davanti a milioni di persone accampate su un oceano di macerie, davanti ad un paese la cui storia ed economia meriterebbero comunque approfondimenti, invece continuano a piovere articoli che sembrano i report di una agenzia di controspionaggio negli anni 60. non so più davvero che dire, non mi restano più neanche le lacrime per piangere, non sulle macerie di Haiti, ma su quelle dell'elite intellettuale italiana. 19-01-2010 10:21 - andrea61