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Carmine Fotia
Da Hammamet con furore
Soffiava un forte vento di scirocco su Hammamet, in quell'autunno del 1999, quando Bettino Craxi accettò l'intervista che dovevo realizzare per Telemontecarlo. Né io né lui sapevamo che sarebbe stata una delle ultime.
Eravamo sul finire di ottobre, oggi son dieci anni. «Mi cogli in un brutto momento, ho passato una pessima notte»: aveva l'aria febbricitante e una brutta tosse, ma non volle rinviare l'appuntamento, quasi avesse un'urgenza di dire. Rispetto al Craxi forte e decisionista, persino arrogante, che avevo conosciuto, m'apparve fragile e indifeso, sia pure pronto alla zampata polemica, per esempio quando gli domandai perché non tornasse in Italia per farsi processare. Si arrabbiò talmente che fece cadere il microfono e dovemmo interrompere l'intervista per rimetterglielo.
Avevo avuto la fortuna di essere il notista politico de il manifesto nel periodo in cui Craxi fu Presidente del Consiglio (1983-1987). Non gli risparmiammo critiche durissime, soprattutto nella vicenda della scala mobile. Tuttavia, eravamo lo stesso giornale che aveva accolto senza pregiudizi la sua ascesa alla guida del Psi, apprezzandone soprattutto l'intenzione iniziale di spezzare la cappa del compromesso storico e il tentativo di incrinare il fronte della fermezza durante il sequestro Moro. Fu forse per queste ragioni che mi accolse nella sua bella casa tunisina tra grandi portici e ombrosi giardini con cordialità. Continuava a sentirsi un uomo di sinistra: «Io sono figlio di una storia», mi disse con orgoglio. Alle vicende della sinistra, come si vedrà più avanti, continuava a interessarsi. Sapendo della mia amicizia con Massimo D'Alema, allora presidente del consiglio, chiedeva di riferirgli i suoi suggerimenti per il governo che incontrava crescenti difficoltà: «Ma cosa sta a fare così? Così si logora. Vada da Ciampi (allora presidente della repubblica), si dimetta e si faccia dare il reincarico e così può ripartire più forte». Rivedendo il filmato, mi sono scoperto a fare il nome di Pierluigi Bersani come possibile leader, rispondendo a una domanda di Craxi sulle nuove classi dirigenti del Pds.
Fu tranchant, invece, sul suo amico Silvio Berlusconi. Un po' celiando gli avevo detto: ma che fa per Lei? «Non se ne occupa, non se ne occupa proprio!», rispose severo e infastidito.
La nostra lunga conversazione toccò diversi argomenti, dagli scenari internazionali, in particolare la vicenda degli euromissili, ai rapporti con Berlinguer, alla vicenda giudiziaria.
Sugli euromissili era convinto di essere stato dalla parte giusta della storia: «L'Italia ebbe un ruolo di tutto rilievo nel convincere l'Urss a smantellarli», e ironizzava sul «pacifismo a senso unico» che manifestava grazie al «Fondo per la Pace» pagato dai sovietici.
Di Enrico Berlinguer mi parlò senza acrimonia: «Ci conoscevamo sin da ragazzi. Non sono mai stato un suo avversario, piuttosto lui ha pensato a me così. Non mi sono mai spiegato la ragione del suo profondo e radicato pregiudizio antisocialista. In quegli anni non c'erano le condizioni per l'unità, ma io pensavo al futuro. Può darsi che non abbia fatto tutto quel che potevo fare, ma non trovai la via. Ma ora, provocata la diaspora dei socialisti, cosa resta? La sinistra è una minoranza».
L'eloquio di Craxi s'alzò di tono quando affrontammo la sua vicenda giudiziaria. «I vincitori scrivono sempre la storia a modo loro. Lasciamo stare il caso Craxi. Io sono in grado di reggere l'urto delle condizioni in cui sono costretto a vivere, ma nei confronti dei socialisti c'è stata una vera e propria persecuzione politica. Io sono un perseguitato politico. Per me sono stati fatti processi speciali ed emesse condanne senza prove».
«Perché non torna a farsi processare»? gli domandai. «Non torno perché io sono un uomo libero e difendo la mia libertà. E a quali tribunali dovrei consegnarmi a quelli che mi hanno giudicato senza prove? Ho dedicato decenni della mia vita alla politica, mi sono battuto per cause, ideali, passioni. Ho aiutato il mio paese in una fase difficile, l'ho aiuto a uscire dalla crisi economica, dal terrorismo, da una logica di pura subalternità atlantica. Lasciamo stare, la storia giudicherà. Io il mio dovere l'ho fatto».
«Ma perché non accetta il giudizio dei tribunali?» insistetti. «Tu parli di cose che non conosci! Nei miei confronti si è esercitata una giustizia politica, sono stati usati due pesi e due misure». Concluse ricordando che l'Italia liberale perseguitò i democratici risorgimentali, ai quali evidentemente si paragonava.
Sulla parabola politica di Craxi ha scritto secondo me parole perfettamente condivisibili Paolo Flores D'Arcais, che fu uno degli intellettuali di punta del nuovo corso socialista, su Il Fatto di domenica. Un Craxi che comincia lanciando la sfida al monolite Pci per costruire una sinistra riformista che si proponga come alternativa all'egemonia democristiana e che finisce (certo anche per l'immobilismo conservatore del gruppo dirigente comunista di quegli anni) con il rinchiudersi nel recinto del pentapartito e nella pratica della corruzione elevata a sistema.
La corruzione accertata dai tribunali non fu dunque una semplice questione giudiziaria: essa fu l'esito di una sconfitta politica. Rivedendo l'intervista dopo diversi anni, l'impressione è quella di un uomo cosciente della sua sconfitta, di cui però attribuiva ad altri la responsabilità. Non so se già avvertisse la fine, certo era un Craxi crepuscolare, malinconico, sentimentale, nel parlare del suo paese e di quello che l'aveva ospitato dopo la fuga. Mescolava nostalgia e risentimento: «Certo che voglio tornare, ma da uomo libero. Non dimentico che la storia la scrivono sempre i vincitori e l'Italia ha adottato l'antico detto: Guai ai vinti».
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Craxi e il “craxismo”, dei quali sono stato fiero avversario, sono stati gli interpreti in quella fase storico-politica del processo di “modernizzazione capitalistica” che era già iniziato dall’inizio degli anni ’80 con la storica sconfitta operaia alla Fiat e l’inizio di una fase di ristrutturazione complessiva del mondo del lavoro, della composizione di classe e complessivamente dell’intero impianto della nostra società. Un gigantesco processo avviatosi allora, alla fine degli anni ’70, e tuttora in corso.
Craxi si inserì in questo processo interpretandolo a suo modo e cercando di cavalcarlo, cosa che gli riuscì per un periodo, prima del crollo del muro di Berlino e del collasso del sistema politico italiano che non aveva saputo prevedere.
Da socialdemocratico ultramoderato qual’era (per l’epoca, perché oggi sarebbe sicuramente più a sinistra di D’Alema, Bersani e compagnia cantando) lavorava (molto maldestramente) per costruire una grande forza socialdemocratica riformista moderata e interclassista sul modello di tante altre socialdemocrazie europee.
Per realizzare questo obiettivo ritenne necessario portare fino alle estreme conseguenze la polemica e la frattura con il PCI, che ancora, sia pure fra mille contraddizioni, rappresentava (a torto, a mio parere, perché quello era già un partito sostanzialmente socialdemocratico), sia pur poco più che simbolicamente, ciò che Craxi voleva superare, cioè una interpretazione di classe della realtà e del modo di intendere il socialismo. Un’operazione politica fallimentare, perché il PCI non era il partito comunista bulgaro ma un’ altra cosa e cioè una grande forza radicata nel paese e nel tessuto sociale che aveva poco o nulla a che spartire ormai con l’URSS e derivati e che non poteva certo essere spappolata e annessa al PSI in quel modo rozzo con cui quella stessa operazione fu proposta.
Incapace (e questo è stato uno dei suoi grandi limiti) di costruire una relazione diversa alla sua sinistra, scelse di arroccarsi nell’accordo di potere con la Democrazia Cristiana. Un patto che se all’inizio portò dei vantaggi al suo partito e gli consentì di cortocircuitare il rapporto fra DC e PCI, si rivelò alla lunga un’abbraccio mortale per il Partito Socialista, ormai deprivato della sua identità politica e ridotto a mera organizzazione di potere se non a comitato d’affari. Ma non era certo il solo. E solo degli ipocriti demagoghi potevano non saperlo e non vederlo. Il suo famoso discorso al Parlamento con il quale denunciava quella situazione è uno dei migliori che abbia mai fatto, insieme a quello (in cui fu duramente contestato dalla destra) con il quale rivendicò il diritto dei palestinesi alla lotta armata (vorrei proprio vedere se Fassino o Bersani sarebbero capaci oggi di pronunciare quelle parole).
Una serie di errori politici dunque (al di là della distanza, per quanto mi riguarda, dalla sua cultura e dal suo orizzonte politico) che lo hanno portato in un vicolo cieco. Eppure c’è stata una fase, dopo la scomparsa di Enrico Berlinguer, in cui sarebbe potuto addirittura diventare il leader di tutta la sinistra, come accadde in Francia con Mitterrand. Il PCI era in una condizione di stallo e privo di una direzione di marcia (segreteria Natta); sarebbe stato sufficiente ammorbidire i toni della polemica e soprattutto relazionarsi in modo meno arrogante con il popolo di sinistra. Cosa che lui non fece sostanzialmente perché in effetti era un arrogante oltre che un anticomunista (non solo antisovietico e antistalinista) viscerale e probabilmente, in quella certa fase, anche preda di deliri di onnipotenza, tipici di chi gestisce il potere.
Questa, in estrema sintesi, la sua concezione politica, la sua strategia e i suoi errori.
Tutto il resto è storia nota. Assimilarlo a un delinquente comune è operazione falsa e soprattutto impolitica. Non serve a nessuno e soprattutto non serve a comprendere le cose ma solo a dar fiato alle trombe dei sostenitori dell’antipolitica.
Fabrizio Marchi 20-01-2010 13:25 - Fabrizio Marchi
Ma cittadino, so che la democrazia costa, è un'arte difficile, se autentica si batte per il bene comune.
Poi ci sono gli affaristi i mercanti, gli industriali che cercano di ottenere favori, il singolo cittadino non può.
E' questo il problema, la differenza impropria di dialogo e di diritto tra il singolo e poteri organizzati.
In origine ci si organizza per contare di più, ma il potente può deviare dalla sua delega e generare "mostri"
Allora guardiamo alle politiche.
seconda puntata. 20-01-2010 13:22 - Miria
Anche sul Manifesto , la giustiicazione e la riabilitazione di un ladro ?
Il ladro corruttore che pur definendosi " SOCIALISTA " ( ? ) ha fatto pagare lo scotto ai lavoratori abolendo la scala mobile ?
...ANCORA UN PAIO D'ARTICOLI DI QUESTO STAMPO E NON ACQUISTERO' NEMMENO UNA COPIA !!! 20-01-2010 13:17 - Viridans
O no?
E ora ci tocca fronteggiare i craxiani del PD! 20-01-2010 11:39 - michele
Proprio la mattina di domenica 17 gennaio 2010, sull'emittente LA7 c'era una tramissione di approfondimento sul tema " I Grandi Uomini della Storia " con telefono diretto da Hammamet per seguire la cerimonia ufficiale del decennale della morte di Bettino Craxi. Ad un certo punto un cosiddetto " esperto " di cui non ricordo il nome ha paragonato la fine di Craxi a quella di altri due grandi statisti italiani che hanno segnato il secolo scorso : Benito Mussolini ed Aldo Moro, a suo dire dei veri martiri della politica. Nessuno ha protestato, nemmeno il comunista Giovanni Russo Spena che era seduto dall'altra parte del tavolo. Enrico Berlinguer ? Mai sentito nominare. Sapete com'è, meglio non turbare il dolore di Stefania Craxi, e poi tra poco ci sono le elezioni regionali ed è preferibile non svegliare il can che dorme. E con questo andazzo ci avviamo a trascorrere un sereno 2010. 20-01-2010 09:16 - gianni