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FUORIPAGINA
20/01/2010
  •   |   Stefano Liberti, inviato a Port-au-Prince
    Haiti, è l'ora del fai-da-te

    Una jeep con una batteria, un generatore, un microfono e un tavolo rotondo in mezzo alla strada. «Amici ascoltatori, benvenuti su Radio Caraibes, 94,5 Fm. Sempre con voi: la vita continua anche nella catastrofe». Joseph Yvenert afferra il microfono e legge le ultime news, direttamente da uno schermo collegato a internet sistemato in mezzo alla scrivania. Barba rada, camicia ben stirata, francese impeccabile, questo giornalista dallo sguardo intelligente sembra convinto di quello che fa: trasmettere tra le macerie, lanciare un segnale che non tutto è perduto, continuare a dare informazioni.
    Così la radio privata più ascoltata di Haiti, 61 anni di servizio alle spalle, ha reinventato se stessa, dopo il sisma che martedì ha distrutto buona parte del paese e reso pericolanti i suoi locali. «Ci abbiamo messo pochi minuti a decidere: bisognava continuare ad andare in onda. Era un dovere civico» racconta Yvenert. Qualche ora di intervallo per risolvere i problemi tecnici: trovare la macchina, il generatore, il tavolino con le sedie; caricare la batteria; rendere funzionante la connessione a internet, assicurata da un computer rimasto all'interno dell'edificio, che qualcuno deve andare ad accendere ogni volta rischiando la vita. Approntate queste soluzioni di fortuna, la «radio sinistrée» è ripartita. Rieccola nell'etere, anche se in una forma del tutto nuova: da martedì, il palinsesto è stravolto. Non più trasmissioni di musica e intrattenimento. Si parla solo del sisma, di problemi sanitari legati alla permanenza dei cadaveri nelle strade, degli aiuti che non arrivano. Ma soprattutto, ci si organizza. Perché Radio Caraibes è diventata il centro di una rete di auto-autogestione che cerca di ovviare alla mancanza, di fatto, del governo.
    «Abbiamo lanciato un appello mercoledì: create dei comitati di quartiere. Riuniamoci. Diamo vita a una società civile. La reazione è stata incredibile. Da allora la macchina non si è più fermata: riceviamo continue adesioni». Sul tavolino accanto al microfono, una pila di fogli compilati a mano indica la contabilità ancora un po' artigianale dei vari gruppi che si sono nati. Soddisfatto di questa adesione massiccia, Yvenert manda in onda un valzer di Chopin.
    In pochi giorni Radio Caraibes si è trasformata nel fulcro di una rete costituita da decine di comitati, forme embrionali di auto-governo. Ogni gruppo è formato da cinque persone, per soddisfare i bisogni primari della popolazione rappresentata: una si occupa della salute, una dell'alimentazione, una della sicurezza, una delle relazioni esterne e un'altra della pulizia (rimozione cadaveri, macerie, e rifiuti).
    Ognuno segna il proprio numero su un foglio, che sarà poi messo in rete sul sito della radio (www.caraibesfm.com). «Abbiamo risposto all'appello di Radio Caraibes perché ci sembrava utile metterci in relazione con altri comitati. Mostrare che gli haitiani sono persone risolute, che non si arrendono» dice Jude Maignan, responsabile per la pulizia del comitato della Place Saint-Anne, una piazza in pieno centro che ha subito danni gravissimi e che tuttora aspetta l'intervento delle ruspe per rimuovere le macerie e i cadaveri.
    Privi di reali poteri, incapaci di fornire i servizi di cui ci sarebbe bisogno per mancanza oggettiva di mezzi, i comitati sono soprattutto un modo per far rinascere una comunità e per mostrare alle autorità che gli haitiani non stanno con le mani in mano. «Il governo è assente, gli aiuti non arrivano, ma noi ci siamo» sottolinea fiero Gabriel Geed, responsabile delle relazioni pubbliche di un altro comitato. «L'idea è presentare una struttura già funzionante nel momento in cui gli aiuti partiranno davvero, far vedere al governo e alle istituzioni internazionali che gli haitiani non sono solo saccheggiatori e sciacalli, ma persone responsabili e solidali tra loro» rilancia Yvenert.
    In effetti, l'immagine che viene fuori da questa esperienza di strada è molto diversa di quella veicolata da tutti quei media che si concentrano sugli episodi di violenza, marginali per il momento. Ancora scioccati dalla devastazione che si è abbattuta su di loro una settimana fa, gli haitiani cercano soprattutto di riorganizzarsi. Stanno cominciano a riaprire alcuni negozi che non erano stati danneggiati. Le poche farmacie funzionanti vengono letteralmente prese d'assalto. I benzinai sono contornati da file interminabili. Baracchini per strada vendono cibi fritti e ricariche per telefoni che funzionano ancora a singhiozzo.
    L'atmosfera non è tesa, anche se alla lunga potrebbe degenerare. «Dove sono gli aiuti? Perché non si vede nessuno?» chiedono praticamente tutte le persone per strada. «Noi siamo in una via centrale, a pochi passi dalla cattedrale, e dal giorno della scossa nessuno è venuto a portarci del cibo o a spalare le macerie per portare via i cadaveri che sono sepolti sotto» tuona Maignan del comitato Place Saint-Anne. Intorno a lui, alcune centinaia di sfollati cercano di far passare il tempo come possono: chi gioca a carte, chi ascolta la radio, chi discute.
    «Io temo che qualcuno abbia una strategia precisa - azzarda Yvenert -: creare ad Haiti dei moti per la fame. Mobilitare le folle per poi imporre un regime di sicurezza. Altrimenti, perché non distribuiscono gli aiuti, che pure arrivano da tutto il mondo? Perché stanno facendo in modo che la gente non abbia più acqua?». L'accusa è pesante. Ma il rimedio è sempre lo stesso: organizzare la società civile attraverso i comitati. «Alla fine il governo, la comunità internazionale non avranno altra scelta: ci dovranno ascoltare». Benvenuti su Radio Caraibes, 94,5 Fm, la radio della ricostruzione.


I COMMENTI:
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  • @altra(in)consapevolezza-anch'io sono un appassionato lettore di fantascienza,ma credere ciecamente in tutto quello che si può trovare in rete o altrove sull'argomento è peggio che ridicolo,è grottesco!Se qualcuno vuole posso pubblicare un mio racconto di fantascienza,più avvincente e soprattutto più probabile di questo! 21-01-2010 12:26 - enrico
  • Non ci sono mai stato,ma questo non vuol dire che non si riesce a capire la differenza tra aiuto e invasione.
    Tu sei ben accetto se vieni a casa mia e mi aiuti a sistemare il tetto.
    Non lo sei più se vieni,prendi le misure,cacci via mia moglie,perche ti disturba e dici ai bambini che non devono far chiasso.
    Mi dici come deve essere fatto il mio tetto e pòi gestisci tu il lavoro.
    Non sei bene accetto.
    Preferisco farmi un tetto brutto e malfatto, che tu diventi il padrone a casa mia.
    Se questo è essere matto.Viva la pazzia! 21-01-2010 11:55 - maurizio mariani
  • Bravo bravo gente di Haiti, siamo orgogliosi di voi. Ce la farete. L'Africa è con voi 21-01-2010 10:19 - bamba
  • Quando si dice che uno vuole(o può)vedere solo il dito!Ma ci si immagina cosa sarebbe-e diventerebbe-una operazione di soccorso come quella in atto senza scorta armata?Ma davvero si vuole credere-o far credere-che gli Usa siano così feroci e barbari da voler unicamente invadere,sottomettere,sfruttare e calpestare le altre nazioni e gli altri popoli?Si tira poi in ballo un fiero e sincero democratico come Chavez;ma mi faccino il piacere,direbbe il grande Totò!A questi alfieri dello stravolgimento storico e politico consiglio sane e distensive letture:Alice nel paese delle meraviglie. 21-01-2010 10:17 - enrico
  • Mariani, di solito mi fai sorridere, ma stavolta le minchiate cuperano il livello di guardia. Ma ci sei stato lì? Negli ultimi tre giorni intendo, oppure credi che basti avere un cugino acquisito nei caraibi per sputare sentenze? Se gli americani fossero stati a casa loro, subito a dire che siccome nell'isola non c'è petrolio o uranio se ne fottono altamente di tutto. Ora che tentano di dare una mano (sotto la guida di un'amministrazione progressista, ricordiamolo) non va bene perché i soldati sono armati... E i tuoi amici cinesi cosa stanno facendo? E il buon Hugo (vecchio golpista travestitosi da democratico) che sta combinando? Gli americani non saranno stinchi di santo, ma intanto si stanno sbattendo. Quanto alla radio, meglio un emittente americana che cerca di dare informazioni, che un allegro Chavez che in nome della nazionalizzazione ritira le licenze televisive venezuelane, tacciando di dissidenza tutto ciò che non è allineato al regime. 21-01-2010 09:17 - macho
  • sempre a proposito di terremoti, ho trovato un articolo interessante

    Altraconsapevolezza

    EMBRE: LE PROVE ADESSO CI SONO! »
    GUERRA SISMICA: I TERREMOTI POSSONO ESSERE PROVOCATI
    Erano i tempi della guerra fredda quando i militari sovietici studiavano sistemi di attacco geofisico e ormai si sa che forti esplosioni possono provocare scosse sismiche, tant’è che le compagnie petrolifere e minerarie che scandagliano i fondali marini, servendosi di esplosioni controllate, talvolta provocano mini scosse telluriche.
    Il tenente Generale Fabio Mini, il cui curriculum è di tutto rispetto, descrive chiaramente queste ricerche in un articolo pubblicato sulla rivista di geopolitica Limes. La guerra sismica non è fantascienza e in ambito militare viene presa seriamente in considerazione, perché permette di colpire il nemico senza che questo se ne renda conto. Ma gli effetti possono essere devastanti. Fa parte della guerra ambientale, che con il ricorso alle esplosioni nucleari e convenzionali, è in grado di provocare anche tsunami. Gli esperimenti sono stati fatti: il professor Thomas Leech, dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda, negli anni quaranta provocò onde anomale nel pacifico. Esistono anche studi sulle onde elettromagnetiche, capaci di modificare gli equilibri meteorologici e il clima.
    Le mini-testate a disposizione oggi dagli eserciti consentono di innescare esplosioni sotterranee o sottomarine e di generare terremoti e tsunami su bersagli predefiniti. (Tra parentesi, molte compagnie petrolifere e minerarie americane premono per impiegare ordigni nucleari al fine di penetrare certe zone e il generale Mini, nell’articolo, si chiede se ci siano già riuscite).
    Molti interrogativi e strane coincidenze costellano gli ultimi cinquant’anni: come quella del terremoto di Bam del 2003 e dello tsunami dell’Indonesia del 2004, entrambi verificatisi il 26 dicembre in due aree a maggioranza islamica. Ma anche il recente terremoto in Messico è sospetto, in un paese già devastato da una guerriglia interna e da una potenziale pandemia.
    La cruda realtà è che non dobbiamo più pensare alla guerra in termini di bombardamento o di invasione. Non si combatte più con le stesse armi. Ora non è più necessario conquistare un territorio, ma è sufficiente occupare l’economia di un paese. Oggi non è più necessario destituire un governo, basta piazzare là i propri uomini.
    La guerre non hanno più confini ed è alle ricerche scientifiche condotte in gran segreto dai governi che dobbiamo guardare.

    Fonti:
    Limes n° 6-2007, “Owning the weather: la guerra ambientale globale è già cominciata”
    http://www.luogocomune.net/site/modules/news/library/Owning_the_weather-Fabio_Mini.pdf
    http://archiviostorico.corriere.it/1993/gennaio/20/URSS_preparava_terremoti_artificiali_co_0_9301201926.shtml

    This entry was posted on Friday, May 1st, 2009 at 3:36 am and is filed under Scienza. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

    3 Responses to “GUERRA SISMICA: I TERREMOTI POSSONO ESSERE PROVOCATI”
    coscienza critica Says:
    May 1st, 2009 at 3:25 pm
    E infatti… abbiamo postato una denuncia circa la costruzione in laboratorio del virus suino. L’ex presidente degli USA, Donald Rumsfeld, ha le mani sporche di sangue.

    Maurizio Says:
    May 3rd, 2009 at 10:44 am
    Certo che se scambi Donald Rumsfeld (ex Segretario alla Difesa) con il precedente presidente USA (Bush) si può immaginare l’autorevolezza della denuncia.

    miki Says:
    June 27th, 2009 at 12:43 am
    “centro decentramento e dispersione energia geofisica”
    non importa da cosa ci dobbiamo difendere, l’importante è come..e quando..

    mi trovi in rete cercando: archeoingegneria geodetica….oppure: onfalos geodetici..difesa sismica globale,,,ecc,tutti quei temi tralasciatidalla scieza ufficiale…

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    Entries (RSS) and Comments (RSS). 21-01-2010 08:26 - thor
  • Eh! Ma guarda che articolo! Gli USA sono stati li stessi che hanno invaso il tuo paese e che ti sono resi liberi ogg!

    Ma va la'!!! 20-01-2010 23:23 - A. Netto
  • Sto cercando da giorni sui media e su internet un articolo di questo tipo: in seguito ad un intervento chirurgico sono in casa ed ho saputo quasi in tempo reale della tragedia di Haiti. La maggior parte dei reportages che si susseguivano alla TV non dava spazio alla speranza e a descrizioni che si allontanassero più di tanto dai soliti stereotipi sui popoli del cosiddetto Terzo mondo. Sembrava che il popolo haitiano non avesse nessuna capacità di reagire, di organizzarsi, se non sotto l'egida dell'uomo bianco, americano o europeo che fosse. Veniva fuori l'immagine di un popolo disperato, passivo, prostrato dalla violenza della storia e della natura, in preda ad episodi di sciacallaggio e di violenza oppure, quando andava bene, si aggiungeva alla descrizione degli haitiani e dei loro comportamenti, anche in questa circostanza drammatica, una sfumatura "etnologica" della serie: gli haitiani cantano anche quando crolla loro la casa sulla testa, come sono belli e esotici i loro bambini (finché non crescono, vedi Rosarno...)con conseguente corsa alle adozioni etc....In quest'articolo finalmente gli haitiani hanno una dignità, un cervello pensante e si organizzano autonomamente... Insomma in questo articolo si esce dai soliti stereotipi sui neri e si valorizzano dei tratti che sono tipici sia degli africani che degli afroamericani: la condivisione, la solidarietà, il senso della comunità. Chiunque abbia conosciuto un po'più da vicino gli africani, in questi tempi di immigrazione, sa che sono portatori di valori culturali purtroppo misconosciuti dal mondo occidentale, se non in determinati ambiti(musica, danza, sport...) Questo articolo per me è uno dei primi che testimonia del coraggio, della forza, della capacità e del desiderio di questo popolo di fare in prima persona. Ben vengano gli aiuti, che sono necessari e doverosi, ma essi non siano un modo per camuffare un migliore sfruttamento di questo popolo che, non dimentichiamolo, si è liberato da solo dalla schiavitù nel lontano 1791. Concordo con l'altro lettore su tante sue riflessioni, ma penso che, sia ad Haiti che in Italia o in altre parti del mondo, è necessario per lo meno cercare di non cedere allo strapotere del più forte, che si tratti dell'America o molto più banalmente del nostro "autarchico" Berlusconi... 20-01-2010 22:04 - roberta bellaccini
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