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Stefano Liberti, inviato a Port-au-Prince
Haiti, è l'ora del fai-da-te
Una jeep con una batteria, un generatore, un microfono e un tavolo rotondo in mezzo alla strada. «Amici ascoltatori, benvenuti su Radio Caraibes, 94,5 Fm. Sempre con voi: la vita continua anche nella catastrofe». Joseph Yvenert afferra il microfono e legge le ultime news, direttamente da uno schermo collegato a internet sistemato in mezzo alla scrivania. Barba rada, camicia ben stirata, francese impeccabile, questo giornalista dallo sguardo intelligente sembra convinto di quello che fa: trasmettere tra le macerie, lanciare un segnale che non tutto è perduto, continuare a dare informazioni.
Così la radio privata più ascoltata di Haiti, 61 anni di servizio alle spalle, ha reinventato se stessa, dopo il sisma che martedì ha distrutto buona parte del paese e reso pericolanti i suoi locali. «Ci abbiamo messo pochi minuti a decidere: bisognava continuare ad andare in onda. Era un dovere civico» racconta Yvenert. Qualche ora di intervallo per risolvere i problemi tecnici: trovare la macchina, il generatore, il tavolino con le sedie; caricare la batteria; rendere funzionante la connessione a internet, assicurata da un computer rimasto all'interno dell'edificio, che qualcuno deve andare ad accendere ogni volta rischiando la vita. Approntate queste soluzioni di fortuna, la «radio sinistrée» è ripartita. Rieccola nell'etere, anche se in una forma del tutto nuova: da martedì, il palinsesto è stravolto. Non più trasmissioni di musica e intrattenimento. Si parla solo del sisma, di problemi sanitari legati alla permanenza dei cadaveri nelle strade, degli aiuti che non arrivano. Ma soprattutto, ci si organizza. Perché Radio Caraibes è diventata il centro di una rete di auto-autogestione che cerca di ovviare alla mancanza, di fatto, del governo.
«Abbiamo lanciato un appello mercoledì: create dei comitati di quartiere. Riuniamoci. Diamo vita a una società civile. La reazione è stata incredibile. Da allora la macchina non si è più fermata: riceviamo continue adesioni». Sul tavolino accanto al microfono, una pila di fogli compilati a mano indica la contabilità ancora un po' artigianale dei vari gruppi che si sono nati. Soddisfatto di questa adesione massiccia, Yvenert manda in onda un valzer di Chopin.
In pochi giorni Radio Caraibes si è trasformata nel fulcro di una rete costituita da decine di comitati, forme embrionali di auto-governo. Ogni gruppo è formato da cinque persone, per soddisfare i bisogni primari della popolazione rappresentata: una si occupa della salute, una dell'alimentazione, una della sicurezza, una delle relazioni esterne e un'altra della pulizia (rimozione cadaveri, macerie, e rifiuti).
Ognuno segna il proprio numero su un foglio, che sarà poi messo in rete sul sito della radio (www.caraibesfm.com). «Abbiamo risposto all'appello di Radio Caraibes perché ci sembrava utile metterci in relazione con altri comitati. Mostrare che gli haitiani sono persone risolute, che non si arrendono» dice Jude Maignan, responsabile per la pulizia del comitato della Place Saint-Anne, una piazza in pieno centro che ha subito danni gravissimi e che tuttora aspetta l'intervento delle ruspe per rimuovere le macerie e i cadaveri.
Privi di reali poteri, incapaci di fornire i servizi di cui ci sarebbe bisogno per mancanza oggettiva di mezzi, i comitati sono soprattutto un modo per far rinascere una comunità e per mostrare alle autorità che gli haitiani non stanno con le mani in mano. «Il governo è assente, gli aiuti non arrivano, ma noi ci siamo» sottolinea fiero Gabriel Geed, responsabile delle relazioni pubbliche di un altro comitato. «L'idea è presentare una struttura già funzionante nel momento in cui gli aiuti partiranno davvero, far vedere al governo e alle istituzioni internazionali che gli haitiani non sono solo saccheggiatori e sciacalli, ma persone responsabili e solidali tra loro» rilancia Yvenert.
In effetti, l'immagine che viene fuori da questa esperienza di strada è molto diversa di quella veicolata da tutti quei media che si concentrano sugli episodi di violenza, marginali per il momento. Ancora scioccati dalla devastazione che si è abbattuta su di loro una settimana fa, gli haitiani cercano soprattutto di riorganizzarsi. Stanno cominciano a riaprire alcuni negozi che non erano stati danneggiati. Le poche farmacie funzionanti vengono letteralmente prese d'assalto. I benzinai sono contornati da file interminabili. Baracchini per strada vendono cibi fritti e ricariche per telefoni che funzionano ancora a singhiozzo.
L'atmosfera non è tesa, anche se alla lunga potrebbe degenerare. «Dove sono gli aiuti? Perché non si vede nessuno?» chiedono praticamente tutte le persone per strada. «Noi siamo in una via centrale, a pochi passi dalla cattedrale, e dal giorno della scossa nessuno è venuto a portarci del cibo o a spalare le macerie per portare via i cadaveri che sono sepolti sotto» tuona Maignan del comitato Place Saint-Anne. Intorno a lui, alcune centinaia di sfollati cercano di far passare il tempo come possono: chi gioca a carte, chi ascolta la radio, chi discute.
«Io temo che qualcuno abbia una strategia precisa - azzarda Yvenert -: creare ad Haiti dei moti per la fame. Mobilitare le folle per poi imporre un regime di sicurezza. Altrimenti, perché non distribuiscono gli aiuti, che pure arrivano da tutto il mondo? Perché stanno facendo in modo che la gente non abbia più acqua?». L'accusa è pesante. Ma il rimedio è sempre lo stesso: organizzare la società civile attraverso i comitati. «Alla fine il governo, la comunità internazionale non avranno altra scelta: ci dovranno ascoltare». Benvenuti su Radio Caraibes, 94,5 Fm, la radio della ricostruzione.
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Non si portano aiuti con i carri armati.
Secondo me ha ragione Chiavez,quando accusa gli USA di aver invaso Haiti.
Tanto il popolo di Haiti si sta rialzando da solo.
Hanno messo su anche una radio e con esso cercano di coordinare le loro forze.
I soldati americani,se ne vedono sempre di più.
Con i loro fucili lucenti,stanno a intimorire i bambini e mettono in fila i negri come al tempo dello schiavismo.
Sembra che li vogliano carricare su di una nave e mandarli nelle piantagioni di cotone negli usa.
Questa volta però solo per il tempo della raccolta.
Dopo li rimandano a calci in culo all'isola.
Haiti ha una bella bandiera piena di lance e scuri.
Quelle servite per liberarsi.
Ma oggi quella bandiera è una bestemia,e i soldati USA la calpestano come se fosse una maglietta di quelle colorate che si usano ai tropici.
Comme da masticare,macchine fotografiche e pose sui mucchi di cadaveri.
Chiamano gli indigeni Tom e si divertono a far piangere i bambini.
Quelle stesse divise che indossavano i carnefici di Guantanamo e dei carceri iraqueni,stanno calpestando una nazione distrutta.
Hanno aspettato che morissero tutti e ora pensano a quello che dovrà diventare questa isola.
Loro ci pensano.
Sono diventati loro i padroni di Haiti.
Ma quella radio che parla e riunisce il popolo è per loro una minaccia.
Questa volta hanno capito tutto! 20-01-2010 19:03 - maurizio mariani