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Stefano Liberti, inviato a Jimani
Haiti, in fuga dalle macerie
«Questi sono arrivati poche ore fa» dice Sergio Ramirez indicando un gruppo di tre persone. Una ha la gamba tumefatta, un'altra una lacerazione alla spalla, un'altra ancora un lungo taglio all'altezza della coscia. Sono gli ultimi ammessi nell'ospedale di Jimani, un piccolo edificio alla frontiera della Repubblica dominicana che serve da centro di smistamento per i feriti che arrivano in autobus da Port-au-Prince. Da qui, a seconda del tipo di lesioni, sono portati in centri sanitari in giro per il paese, per lo più nella capitale Santo Domingo.
Il dispensario è stracolmo. Stesi sul pavimento, gli ammalati occupano ogni spazio libero. Alcuni hanno delle flebo attaccate al braccio, altri gli arti ingessati. Ogni tanto qualcuno piange, qualcun altro grida. Su un barella, giace incosciente una donna a cui hanno da poco amputato la gamba destra. Il personale provvede a vaccinare tutti contro il tetano, mentre giovanissimi dottori si affannano tra i degenti, centinaia e in continuo aumento.
«Abbiamo sentito il bisogno di venire qui in prima linea», confessa Ramirez, giovane studente di medicina che da quattro giorni è arrivato a Jimani e da allora vive praticamente dentro l'edificio. Sono diversi gli studenti che hanno voluto dare una mano e affiancare il personale medico nel difficile lavoro che si compie all'interno di questo piccolo e sovraffollato ambulatorio, ultimo avamposto dominicano prima di entrare nel territorio devastato di Haiti, o primo lume di speranza per quanti sono autorizzati a passare la frontiera verso est.
La solidarietà del paese vicino è scattata a poche ore dal terremoto. Camion pieni di aiuti sono partiti alla volta di Port-au-Prince. Squadre di soccorritori domenicani si sono affrettati ad andare nel paese confinante per scavare tra le macerie. I centri sanitari hanno aperto le porte ai feriti. Ma non è una solidarietà illimitata. «Tutti questi feriti provenienti da Haiti sottraggono spazio ai malati dominicani negli ospedali - sottolinea Francisco Javier, un altro giovane medico -. La gente comincia a mugugnare».
Il fatto è che i due paesi che si dividono l'isola di Hispaniola sembrano due mondi a parte: la Repubblica Dominicana, grazie al turismo di massa, negli ultimi anni ha conosciuto un boom economico; Haiti invece continua a essere il paese più povero dell'emisfero occidentale. I segni del terremoto che ha sconvolto il paese vicino nella Repubblica dominicana non si notano quasi. In parte per una ragione morfologica: l'epicentro, a ovest di Port-au-Prince, è relativamente lontano. Ma c'è anche un motivo più strutturale: «Bisogna considerare il fatto che da noi le costruzioni non le fanno di cartapesta come ad Haiti. Qui ci stiamo attenti» sottolinea con una punta d'orgoglio Sergio Ramirez.
La Repubblica dominicana fa entrare nel proprio territorio solo un certo numero di haitiani, e sempre con il contagocce, proprio per evitare il rafforzarsi dei sentimenti anti-immigrati che già serpeggiano tra la popolazione. «Non è in corso nessun esodo da Haiti verso il nostro paese» ha voluto sottolineare in un'intervista al quotidiano spagnolo El Pais qualche giorno fa il presidente dominicano Leonel Fernandez Reyna, quasi a voler disinnescare sul nascere una bomba a orologeria. La paura dell'invasione degli haitiani sembra diffondersi anche altrove, se il Dipartimento di stato americano sta facendo trasmettere via radio un messaggio audio-registrato dell'ambasciatore di Port-au-Prince a Washington che esorta i suoi concittadini a non tentare la via dell'emigrazione via mare verso la Florida perché, ha avvertito il diplomatico, «sarete comunque deportati». Ma gli haitiani ormai stremati ieri si sono accalcati a migliaia su diversi moli dell'Isola e centinaia di persone - nonostante la minaccia Usa del rimpatrio immediato - sono saliti su vecchie imbarcazioni, barche a vela e piroghe, nel tentativo di cercare salvezza via mare.
Ma per il momento non c'è alcuna emigrazione di massa verso l'estero. Alla frontiera di Jimani sembra più consistente il flusso in senso inverso: convogli umanitari creano file immense al posto di confine, segnato da un cancello che un poliziotto annoiato apre e richiude al passaggio di ogni veicolo. Tutta la strada da Jimani a Port-au-Prince è un enorme ingorgo, mentre nell'altra direzione si circola senza problemi, almeno nei pressi della frontiera dominicana. Nessuno o quasi pensa a fuggire lontano. Gli haitiani colpiti dal terremoto si spostano per lo più all'interno dei confini nazionali. Ciò che si vede lungo le arterie che si allontano dalla capitale è una fuga dalla città alle campagne. Un vero e proprio esodo urbano. Migliaia di veicoli partono stracolmi verso le località fuori Port-au-Prince: in assenza di aiuti, gli sfollati vanno dove hanno familiari o amici fuori città.
Vanno dove possono ottenere cibo coltivando, o a costi meno proibitivi che nella capitale, dove tutto sta aumentando. Secondo Radio metropole i prezzi dei «tap tap», gli autobus locali, sono raddoppiati negli ultimi giorni, sia per la maggior richiesta sia perché il costo del gallone di benzina è schizzato alle stelle. Ciò nonostante i pullman sono pieni. Sui loro sedili scalcagnati, siedono famiglie che si mettono in viaggio con le loro poche cose. Che partono per chissà quanto tempo. Che abbandonano una città prostrata e del tutto priva di servizi. Ma a Jimani, a Santo Domingo o persino a Miami possono stare tranquilli: gli haitiani si terranno la loro disgrazia in casa. Non la esporteranno sotto l'immagine sgradevole di profughi alla frontiera o di boat people che volteggiano in mezzo al mare.
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Dai numeri che girano si parla di tre milioni di sfollati, che presumo non abbiano più nulla. In queste condizioni, emigrare è impossibile, anche perchè obbligatoriamente dovresti andare a piedi, tirarti dietro l'intera famiglia ed un minimo di riserve perchè tutti possano campare per qualche giorno. E poi, chi le porta oltremare e come, tutte queste persone? Io però non escluderei che nel medio periodo l'esodo biblico ci sia. Se non si riesce a garantire almeno la sussistenza, mi pare inevitabile. 22-01-2010 20:56 - andrea61
Tu caro Macho,non ti devi preoccupare.
Gente come te è preziosa a un sistema come questo.
Se sei capace a giustificare quello che i soldati a stelle e strisce,in tutti questi anni hanno fatto al mondo,sei anche in grado di accettare la vendita di bambini e dei loro organi ad Haiti.
Gli americani,con i loro fucili,non stanno portando l'ordine ad Haiti,ma stanno imonendo a un popolo le regole capitaliste, in una situazione di emergenza come questa.
Ma non credi che è un pò troppo Tutto ciò.
Io sarò un proletario che grida come un asino al cielo.
Ma sappi che è cento volte meglio,essere un asino e ragliare con il cuore, che essere un maiale e grugnire con la pancia. 22-01-2010 20:21 - maurizio mariani
Dici di ascoltare tutte le notizie, di fare l'antenna umana e recepire ogni informazione che arriva, e poi ti basta un pseudoservizio squallido di un sottotg per decidere quale sia la verità (la tua, ovviamente). E magari concludi che se gli aiuti li avesse mandati Chavez o Castro, allora sì che le cose avrebbero carburato nel modo giusto!
Dai una mano se ci riesci, ma prova a renderti conto che di merda quei poveracci ne hanno già tanta, e non serve che ci getti la tua contro quelli che stanno provando a fare qualcosa. 22-01-2010 10:13 - macho
Agli Haitiani io suggerirei : approfittate dell'invito a ritornare nei paesi dei vostri antenati. Gli Stati Uniti non vi danno il passaporto U.S.A. nemmeno a pagamento, là in Africa ve lo offrono gratuitamente! 22-01-2010 09:15 - Gb
Tra tante stronzate,esce sempre una verità inconfutabile.
Spesso le notizie migliori ci vengono da quei giornalisti di regime che raccontano male le loro cronache.
Oggi per esempio c'era un soldato americano in divisa da guerra che parlava sul tg5.
Parlava di collaborazione stretta tra popolo e soldati,ma mentre parlava si sentivano in sottofondo urla e i suoi occhi andavano a destra e sinistra,come quando si è sotto tiro.
Un'altra chicca, viene dal tg di Giordano,che ha mandato una mezza matta a fare la notizia,varietà.
Stava nelle bidonville della capitale e diceva che qui la vita non era cambiata.
Tutto era come prima e ci faceva vedere un ristorante a cielo aperto dove la gente da sempre consuma i loro pasti.
Sembrava una di quelle trasmissioni dove si risaltano i cibi e le tradizioni locali.
Poi sono arrivati i soldati con al bandiera a stelle e strisce.
Tutti in fila,come in Iraq e in Afganistan.
Mitragliatori ad altezza d'uomo e la scusa era che la gente si impossessava delle cose altrui.
Ma tutti quei sforzi per salvare la gente,sono atti criminali.
Sono evasi dei criminali dalle carceri,ma questo non vuol dire repressione per un intero popolo.
Anzi,ad ascoltare la stampa borghese,il popolo più pericoloso è quello delle bidonville.
Il popolo più povero di Haiti,è pericoloso perche è stanco di vivere come animali.
Non vogliono i dottori e la gente da Cuba e da Venezuela perche hanno paura che gli si infettino di comunismo tutti quei poveracci che finamente capiscono di essere trattati peggio di animali.
Anche i ritardi nella consegna degli aiuti è voluta,così possono giustificare questo massacro.
Si signori,di fame si muore come quando si ricevono delle pallottole. 21-01-2010 17:59 - maurizio mariani