mercoledì 18 settembre 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale martedì 17 settembre 2013
ACQUISTA IL PDF
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
FUORIPAGINA
23/01/2010
  •   |   Benedetto Vecchi
    I salotti perbene di un paese paranormale

     

    Con questo articolo di Benedetto Vecchi apriamo oggi una riflessione sull’industria culturale in Italia, così come si è evoluta (o involuta) negli ultimi anni, alla luce di un paio di recenti episodi, ampiamente dibattuti dai quotidiani nazionali negli ultimi giorni: la scelta di un autore di sinistra come Paolo Nori – collaboratore fra l’altro del «manifesto» – di scrivere per il quotidiano «Libero» e l’appello rivolto da un gruppo di intellettuali a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare i suoi libri per la casa editrice Mondadori, che fa capo al gruppo Fininvest, e quindi a Silvio Berlusconi. Si tratta di un tema cruciale per tutti coloro  che oggi hanno a che fare, dall’uno o dall’altro versante, con la produzione culturale. Per questo abbiamo aperto nel sito del «manifesto» uno spazio di intervento, intitolato «In corpore vili», rivolto a tutti coloro che vorranno intervenire nella discussione aperta dagli articoli che man mano proporremo nei prossimi giorni.

     

     

    L’Italia non sarà un paese normale, ma per quanto riguarda l’industria culturale è in linea con le tendenze presenti al di fuori dei suoi confini naturali. Da alcuni anni, infatti, abbiamo assistito a una concentrazione oligopolistica nella produzione editoriale che ha decretato l’eclissi dell’editore «puro», figura tanto mitica quanto rilevante nella storia culturale italiana dal secondo dopoguerra a una manciata di lustri fa. Una concentrazione oligopolistica tanto nella produzione editoriale che nella sua distribuzione e vendita. Questo non ha significato tuttavia un’omologazione sul lato dell’offerta. Anzi, l’editoria, tanto in Italia che al di fuori di essa, ha scoperto ben prima di tanti altri settori il just in time, cioè quella forma produttiva che consente alle case editrici di registrare e monitorare attentamente le variazioni dei consumi culturali, adeguando e differenziando la sua offerta.


    Intellettualità diffusa
    Accanto a questo mutamento «strutturale» ce n’è stato un altro: l’affermazione
    di un’egemonia culturale di destra che non ha coinciso con diffuse pratiche censorie, ma con una capacità di interpretare la differenziazione dei consumi
    culturali come una reazione al male oscuro delle democrazie occidentali, cioè a un ordine del discorso «politicamente corretto» che impedisce il libero sviluppo degli «spiriti animali» delle società tardomoderne o liquide che dir si voglia. Un’egemonia culturale di destra che parla cioè il linguaggio delle differenze
    e non della massificazione.

    Ma se non mancano analisi su questa «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale, poco e nulla è emerso su come essa è vissuta, interpretata da chi opera, meglio da chi ci lavora. E se le famose pagine dedicate da Adorno nella Dialettica dell’illuminismo all’industria culturale segnalavano enfaticamente che
    quella schiera di intellettuali curvi sulle macchine da scrivere per sfornare script
    e story board per Hollywood come se fossero curvi su una catena di montaggio
    coincideva con l’avvio di una colonizzazione mercantile della produzione culturale, nella realtà contemporanea la «ragion economica» è oramai diventata
    la norma dell’industria culturale, una realtà produttiva che vede al lavoro un numero sempre più crescente di uomini e donne. Di loro poco si sa, eccetto il fatto che possono disinvoltamente transitare dal ruolo di consulente a direttore di una collana, a collaboratore delle pagine culturali dei giornali o di una rivista
    culturale. Costituiscono cioè un’intellettualità diffusa dove le scelte di un singolo
    – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell’opinione
    pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti  produttivi, economici, ideologici.
    La relazione tra scelte individuali e contesto è però diventata materia incandescente dopo che uno scrittore come Paolo Nori, collaboratore anche del manifesto, ha accettato l’offerta di «Libero», giornale notoriamente di destra, a collaborare con le sue pagine culturali. Scelta che ha fatto molto discutere, prima nel sito di Nazione indiana, dove il critico letterario Andrea Cortellessa
    non ha lesinato aspre critiche alla scelta di Nori. E negli stessi giorni in cui è apparsa la firma di Nori sul giornale diretto da Maurizio Belpietro, Vittorio Ostuni, editor per la saggistica della casa editrice Ponte delle Grazie, ha inviato una lettera aperta a Roberto Saviano, invitandolo a non pubblicare più per Mondadori, casa editrice di proprietà di Fininvest, cioè di Silvio Berlusconi.
    Due vicende tra loro diverse che pongono al centro della scena il rapporto tra politica e cultura che la «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale aveva
    cacciato a forza dietro le quinte. Ma come spesso accade nelle discussioni pubbliche, molti quotidiani – «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «Il riformista» – hanno cominciato a discettare sul dito dello scandalo (uno scrittore di sinistra che scrive per un giornale di destra famoso per i toni feroci usati nei suoi articoli e titoli), dimenticandosi di vedere la luna che quel dito indicava: quali possano, cioè, essere le forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra?

    Esperienze di alterità
    Tema non peregrino, visto che, per quanto lo si possa auspicare, è impensabile
    che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream.
    Dunque come stare nell’industria culturale? Tra gli autori, un’esperienza di alterità viene dallo scrittore collettivo Wu Ming, che ha imposto licenze «creative
    common» sul diritto d’autore per i propri romanzi. Altri scrittori hanno invocato,
    in un incontro pubblico sulla vicenda che si è tenuto in una libreria romana alcuni giorni fa, una rinnovata aura di un autore che non si impegna direttamente nella sfera politica, ma che attraverso i suoi contenuti vuol sempre illuminare la caverna in cui sono condannati a vivere uomini e donne. Il tutto con il tono disincantato e spregiudicato di chi ritiene di essersi salvato dal fiume in piena sulla riproducibilità tecnica della cultura e sulla morte dell’autore che ha investito da oltre un cinquantennio la riflessione teorica sullo statuto della letteratura, della filosofia e chi ne ha più, più ne metta.
    La querelle attorno a Nori si è così dissolta in un brusio indistinto. Si è preferito
    inoltre cercare nel passato – la presenza della forma di Pier Paolo Pasolini sul
    «Corriere della Sera» o di Franco Fortini sul «Sole 24 ore» – una legittimazione a scelte che solipsisticamente evocano valori assoluti (libertà e responsabilità)
    cancellando però le condizioni che spesso impediscono l’esercizio di un responsabile e libero pensiero critico. E se «Libero» è il giornale che è, poco o nulla è stato detto sul fatto che l’egemonia culturale della destra è stata costruita, negli anni scorsi, anche nelle pagine culturali di giornali rispettabili e ammessi ai salotti buoni della società italiana.
    In passato, infatti, i reiterati interventi sul «Corriere della sera» a favore del libero mercato e dell’individualismo proprietario, in anni più recenti le pagine
    piene di liturgica empatia con le posizioni antilluministe presenti nella chiesa cattolica del «Foglio» sul pensiero hanno infatti avuto un peso maggiore delle
    pagine culturali di «Libero» o del «Giornale». Oppure basta scorrere gli ultimi anni dei catologhi di molte case editrici e trovare solo titoli su quell’unico mondo
    possibile che è il capitalismo contemporaneo. La «querelle Nori» può quindi  essere archiviata come una delle tante dispute che periodicamente smuovono le acque quiete dell'industria culturale, ma rimane comunque il problema di come si possa stare in forma critica dentro di essa in maniera tale che ognuno possa far leva su quelle forme e trarre forza e potere contrattuale da esse.


I COMMENTI:
  pagina:  1/3  | successiva  | ultima
  • Domande da vecchio socialista: quanto guadagna Nori al mese in più collaborando con "Libero"? Quanto incassa Saviano al mese pubblicando da Mondadori (id est Berlusconi)? Se ne venissimo informati potremmo forse discutere con maggior cognizione di causa. Scusate il materialismo forse volgare, ma perché chiamare escort solo la D'Addario? 27-03-2010 20:56 - Brunello Mantelli
  • Da anni anch'io come la maggioranza dei compagni combatto senza risparmiarmi l'universo Berlusconi e tutto quello che rappresenta,il suo mondo,la sua visione del Paese Italia,la sua spregiudicatezza negli affari,il suo Impero mediatico...ma devo confessare che questo appello mi lascia perplesso...sono perplesso perché ho la netta sensazione che molti altri Editori,considerati di "sinistra" o vicino a una maggiore "libertà" editoriale non siano poi di fatto cosi lontano dal essere al fine-fine anche loro dei piccoli Berlusconi,oltretutto in brutta copia,e già la cosa in se è raccapricciante...Feltrinelli e simili come li vogliamo considerare? liberi e democratici?ma fatemi il favore...lo vogliamo dire che certi Editori fanno tutti parte di quella borghesia ricca e imprenditrice che non guarda in faccia niente e nessuno pur di fare i suoi affari,e questo nel mondo è anche normale,d'altronde non si vive sulla luna...ma la cruda verità cari compagni è che la cosiddetta idea di dividere i buoni dai cattivi,in sintesi NOI buoni LORO cattivi non sta più in piedi da un pezzo, molti "nostri ex" questa idea l'hanno già superata da un pezzo...e non sono per niente rassicuranti.
    Una ultima mia curiosità...i dipendenti Feltrinelli sono tutti con il contratto a tempo indeterminato o assunti con i contratti che altri Padroni usano per risparmiare sia sui contributi e sui salari?...la mia è solo una domanda...grazie. 02-03-2010 16:45 - marcos
  • Penso che il problema evidenziato sia alquanto più complesso. Non si può chiudere -e scegliere- la scrittura in base a questo o a quell'editore. Si può detestare l'area politica di Jaca Book, ma se si vuole leggere Ricoeur o Derrida bisogna aprire il suo catalogo. L'inserto culturale domenicale de IlSole24Ore non è fatto per quei 'padroni' che notoriamente non sanno leggere, ma per un pubblico intellettuale 'bipartisan'. E moltissime Case Editrici sono impostate su concept assai diversificati, giammai orientati verso un solo pubblico, meno che meno verso una univoca sfera politica. Né la politica può pretendere di esaurire il linguaggio, o la letteratura. Mi pare oltremodo pretenzioso: c'è anche chi ritiene che la democrazia occidentale e i suoi derivati, comunismo e globalizzazione compresi, siano un inequivocabile segno di deriva storica. Quanto ai lettori, ritengo che molti si rifiutino di cedere all'imprimatur politico di un editore: se un giornalista scrive bene, lo si legge volentieri; se è di sinistra e scrive male, fa venire il mal di pancia, non c'è compassione che tenga. Da destra non si può non ammirare la Gabanelli, così come non si può non detestare magari Santoro; da sinistra c'è chi come me preferisce di gran lunga Emilio Fede al vanaglorioso pornografo degli eventi che conduce Porta a Porta. Allo stesso modo giudico bellissimi alcuni scritti di Guenon o Eliade e mi ricordo con un certo imbarazzo la deferenza di Pasolini verso Ezra Pound. Non condivido poi assolutamente l'idea di una destra culturalmente vincente. Penso invece ad una sinistra incapace di leggere la tragedia storica del comunismo, sia teorico che 'reale'. Non si può restare impassibili davanti a mezzo secolo di 'socialismo' albanese e balcanico. Penso, diversamente da molti anni fa, che Giuseppe Stalin sia stato effettivamente un criminale e che Arafat abbia 'svenduto' il proprio popolo mantenendolo immobile in un limbo. Penso, ora, ad una sinistra incapace di fare i conti con se stessa, incapace di parlare e di condividere quei valori di solidarietà e mutua comprensione che hanno fatto grandi uomini come Antonio Gramsci o Giuseppe Di Vittorio. Mentre milioni di giovani e non più giovani vorrebbero sposarsi ma non possono farlo perché non possono permettersi nemmeno i mobili, noi ci ostiniamo a parlare di 'unioni di fatto'; mentre milioni e milioni di schiavi del lavoro, sottopagati, precari e finte partite IVA non possono nemmeno ammalarsi né hanno mai visto una tredicesima nella loro vita, noi ci ostiniamo a battagliare sull'articolo 18... Fra le nostre fila ci sono furbetti di quartierino e di quartierone, cooperative fantasma e cooperative di schiavitù, mafiosi di fatto come il viceré di Napoli Bassolino, principesse incantate come la Jervolino, politici ladri e politici da strapazzo, puri speculatori, finanzieri da galera... Insomma: per quale motivo una buona penna 'di sinistra' dovrebbe sentirsi in obbligo di scrivere solo per un pubblico di etichetta 'comunista'? Voi quale dei due preferireste, come simbolo di degrado del rapporto con le masse, il 12 metri di D'Alema o quello di Marchionne? Mi piacerebbe sapere come si chiamano; chissà, magari AnnaIII o PamelaI (li battezzano come nelle dinastie, sia da destra che da sinistra). Non ho mai visto una barca battezzata che ne so, Rosa Luxembourg, e battente una semplice bandiera rossa. Ironia a parte, ci sono poi autori bellissimi, filosofi mozzafiato, barche da sogno, oggetti di culto, pensieri di poesia, tutto giammai classificabile secondo i ristretti canoni di destra e di sinistra (mi sovviene qui la famosa canzone di Giorgio Gaber). In questa confusa messe di relazioni indicibili o indecifrabili penso che l'unica via d'uscita sia proprio quella pasoliniana: scritti 'corsari', cioè leali con se stessi e con la propria etica, da qualsiasi pulpito espressi. Una nota però vorrei aggiungerla in coda: Ricci, Zelig o le Iene sono di destra o di sinistra? Risposta: fosse per la Rai, non l'avremmo mai saputo, per il semplice fatto che, con la sinistra in CdA, non sarebbero mai andati in onda. In compenso ci sorbiamo la trasmissione più politicamente corretta dell'italietta strafalciona, ignorante e strapaesana: i pacchi. Ma i pacchi, né di sinistra né di destra, sono solo immorali. E allora, forse dovremmo trovarci una nuova Utopia, che non sia il capitale, il progresso, lo sviluppo... con tanto di scrittori da utopia, capaci di spronarci ad essere migliori dello schifo di Italia che abbiamo di fronte, di destra come di sinistra. 10-02-2010 02:47 - Giuseppe Maghenzani
  • a mio avviso prima di vedere la pagliuzza negli occhi degli altri giornali e giornalisti, il Manifesto dovrebbe chiedersi se le proprie pagine culturali siano in grado di rappresentare ciò che si muove a sinistra in Italia, al di fuori dell'enclave ristretta e un po' autistica che le abita e, sinceramente, a volte irrita per il tono gaté che le contraddistingue.
    Io rovescerei la domanda e direi: esiste una cultura critica italiana che ancora incide nella realtà e che NON TROVA nelle pagine culturali del Manifesto la menchè minima accoglienza.
    La mia risposta è implicita nel tono polemico con cui ho posto la domanda. Ma sono un abbonato e un socio e penso che una critica ad una parte della redazione sia in diritto di farla.
    Così come non sopporto la pagina sportiva: o le cose si fanno seriamente o, a mio avviso, è meglio soprassedere. 29-01-2010 23:49 - Dino Angelini - Reggio Emilia
  • si, è vero, chi è sto nori e perché fa problema che un carneade decida di farsi dare soldi da feltri? sono più trent'anni che siamo pieni di genti che salta il fosso per riempirsi le tasche. fossero questi i problemi. 27-01-2010 13:01 - tommaso
  • Io sono abbonato al Manifesto da dieci anni, ma questo Nori non so chi sia, né ricordo alcun suo articolo interessante sul Manifesto.
    Ma chi se ne frega, scriva dove vuole, non è importante.Questi sono casi che interessano a dodici professori universitari, a noi lettori il signor Nori non mancherà. 26-01-2010 23:40 - Franco
  • La collaborazione di Paolo Nori con Libero è, a mio parere, ingiustificabile.
    Il fatto è molto chiaro e non vi è bisogno di scomodare massimi sistemi e confondere le acque: uno scrittore di sinistra che, tra l'altro, collabora con un quotidiano comunista ha deciso di mettersi al soldo di un giornale di destra, che in questi anni è stato uno dei massimi protagonisti nella creazione di una egemonia culturale e di un senso comune di destra, estremo.
    Ben diversa fu la scelta di Pasolini e Fortini che decisero di collaborare con giornali sì espressione della borghesia capitalista italiana (il Corriere e il Sole), ma latori di diversi punti di vista. Quella scelta aveva dei limiti, questa è inaccettabile. Da lettore e abbonato mi permetto di dire che il manifesto, giornale che ha sempre avuto come uno dei suoi maggiori pregi la ricerca, seppur travegliata, della coerenza, dovrebbe rifiutare nuove eventuali collaborazioni con Paolo Nori. Penso che, anche ai tempi della dilagante postmoderna industria culturale delle scelte di coerenza, siano possibili. Sta a noi compierle.


    Luigi Carosso 26-01-2010 14:08 - luigi carosso
  • Provo a riscriverlo:
    qualche anno fa dovetti prendere un aereo da Olbia: già quell'aereoporto "profuma" di Costa Smeralda da far spavento, i volti abbronzati di chi sembra essere di casa in estate... Bene, dentro l'aeroporto la libreria è una vistosa Feltrinelli. Cercai il Manifesto, ma non c'era e non perchè fosse finito, ma perchè non c'era, così come l'Unità e Libarazione. Abbondavano invece le copie di Libero e compagnia bella... E in vetrina copie su copie delle barzellette di Totti. Chè dire?
    Rispetto a Fortini che ebbi la fortuna di conoscere, lascerei stare. Scrisse sull'inserto letterario del sole 24ore, scrisse con grande libertà, l'inserto era di buona qualità. Quando poi voleva scrivere cose più politiche scriveva ancora per il Manifesto.
    Ma che oggi l'atmosfera soprattutto culturale in Italia sia preoccupante lo si nota ancor più da fuori: anche per questo stiamo organizzando una nave che a Giugno partirà da Barcellona, dove vivono 20.000 italiani... Speriamo riesca bene. Un caro saluto, coraggio, Andrea www.losbarco.org 25-01-2010 00:37 - Andrea
  • Corrado Stajano,Giornalista e Scrittore, alcuni anni fa diede le dimissioni da Il Corriere della Sera,giornale in cui scriveva da molti anni, perchè secondo lui,si era riempito di "passatisti". Subito dopo lasciò la casa editrice Einaudi,- casa editrice passata sotto il controllo di Berlusconi - per la Garzanti,una casa editrice molto diversa sotto tutti gli aspetti dalla attuale Einaudi. Penso che qualcosa di simile l'abbia fatto anche Giorgio Bocca. Due giornalisti con la schiena dritta, che si sono posti il problema morale in campo editoriale e culturale. Dovrebbe farlo anche Saviano,e non solo Saviano! Non riesco a capire come fa Paolo Nori,che penso sia un Giornalista che abbia fatto della scelte politiche di classe,a scrivere per Il Manifesto e per Libero!
    Credo che tirare in ballo Pasolini e Fortini,sia fuori luogo,anche perche il contesto e il livello politico culturale era molto e ben diverso da quello di oggi. 24-01-2010 16:48 - Roberto Bellassai
  • scusatemi amci del manifesto, avevo scrritto un commento ieri e non lo vedo, non capisco se non è arrivato o se aveva qualcosa che non andava, ditemelo per favore, avete la mia mail, grazie,andrea 24-01-2010 16:28 - Andrea

    la redazione: Non risultano presenti post non pubblicati su questo articolo
I COMMENTI:
  pagina:  1/3  | successiva  | ultima
INVIA UN COMMENTO
* richiesto
Nome   *
E-mail  
Immagine CAPTCHA per prevenire lo SPAM
Se non riesci a leggere la parola, clicca qui.
Codice   *
Commento   *
 
INDICE
freccia
ottobre 2011 [ 106 ]
freccia
freccia
agosto 2011 [ 112 ]
freccia
luglio 2011 [ 111 ]
freccia
giugno 2011 [ 129 ]
freccia
maggio 2011 [ 132 ]
freccia
aprile 2011 [ 100 ]
freccia
marzo 2011 [ 99 ]
freccia
freccia
gennaio 2011 [ 100 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2010 [ 62 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
STREET POLITICS Giuseppe Acconcia
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
ANZIPARLA Giulia Siviero
freccia
  • La foto
    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
SERVIZI