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Benedetto Vecchi
I salotti perbene di un paese paranormale
Con questo articolo di Benedetto Vecchi apriamo oggi una riflessione sull’industria culturale in Italia, così come si è evoluta (o involuta) negli ultimi anni, alla luce di un paio di recenti episodi, ampiamente dibattuti dai quotidiani nazionali negli ultimi giorni: la scelta di un autore di sinistra come Paolo Nori – collaboratore fra l’altro del «manifesto» – di scrivere per il quotidiano «Libero» e l’appello rivolto da un gruppo di intellettuali a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare i suoi libri per la casa editrice Mondadori, che fa capo al gruppo Fininvest, e quindi a Silvio Berlusconi. Si tratta di un tema cruciale per tutti coloro che oggi hanno a che fare, dall’uno o dall’altro versante, con la produzione culturale. Per questo abbiamo aperto nel sito del «manifesto» uno spazio di intervento, intitolato «In corpore vili», rivolto a tutti coloro che vorranno intervenire nella discussione aperta dagli articoli che man mano proporremo nei prossimi giorni.
L’Italia non sarà un paese normale, ma per quanto riguarda l’industria culturale è in linea con le tendenze presenti al di fuori dei suoi confini naturali. Da alcuni anni, infatti, abbiamo assistito a una concentrazione oligopolistica nella produzione editoriale che ha decretato l’eclissi dell’editore «puro», figura tanto mitica quanto rilevante nella storia culturale italiana dal secondo dopoguerra a una manciata di lustri fa. Una concentrazione oligopolistica tanto nella produzione editoriale che nella sua distribuzione e vendita. Questo non ha significato tuttavia un’omologazione sul lato dell’offerta. Anzi, l’editoria, tanto in Italia che al di fuori di essa, ha scoperto ben prima di tanti altri settori il just in time, cioè quella forma produttiva che consente alle case editrici di registrare e monitorare attentamente le variazioni dei consumi culturali, adeguando e differenziando la sua offerta.
Intellettualità diffusa
Accanto a questo mutamento «strutturale» ce n’è stato un altro: l’affermazione
di un’egemonia culturale di destra che non ha coinciso con diffuse pratiche censorie, ma con una capacità di interpretare la differenziazione dei consumi
culturali come una reazione al male oscuro delle democrazie occidentali, cioè a un ordine del discorso «politicamente corretto» che impedisce il libero sviluppo degli «spiriti animali» delle società tardomoderne o liquide che dir si voglia. Un’egemonia culturale di destra che parla cioè il linguaggio delle differenze
e non della massificazione.Ma se non mancano analisi su questa «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale, poco e nulla è emerso su come essa è vissuta, interpretata da chi opera, meglio da chi ci lavora. E se le famose pagine dedicate da Adorno nella Dialettica dell’illuminismo all’industria culturale segnalavano enfaticamente che
quella schiera di intellettuali curvi sulle macchine da scrivere per sfornare script
e story board per Hollywood come se fossero curvi su una catena di montaggio
coincideva con l’avvio di una colonizzazione mercantile della produzione culturale, nella realtà contemporanea la «ragion economica» è oramai diventata
la norma dell’industria culturale, una realtà produttiva che vede al lavoro un numero sempre più crescente di uomini e donne. Di loro poco si sa, eccetto il fatto che possono disinvoltamente transitare dal ruolo di consulente a direttore di una collana, a collaboratore delle pagine culturali dei giornali o di una rivista
culturale. Costituiscono cioè un’intellettualità diffusa dove le scelte di un singolo
– visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell’opinione
pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici.
La relazione tra scelte individuali e contesto è però diventata materia incandescente dopo che uno scrittore come Paolo Nori, collaboratore anche del manifesto, ha accettato l’offerta di «Libero», giornale notoriamente di destra, a collaborare con le sue pagine culturali. Scelta che ha fatto molto discutere, prima nel sito di Nazione indiana, dove il critico letterario Andrea Cortellessa
non ha lesinato aspre critiche alla scelta di Nori. E negli stessi giorni in cui è apparsa la firma di Nori sul giornale diretto da Maurizio Belpietro, Vittorio Ostuni, editor per la saggistica della casa editrice Ponte delle Grazie, ha inviato una lettera aperta a Roberto Saviano, invitandolo a non pubblicare più per Mondadori, casa editrice di proprietà di Fininvest, cioè di Silvio Berlusconi.
Due vicende tra loro diverse che pongono al centro della scena il rapporto tra politica e cultura che la «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale aveva
cacciato a forza dietro le quinte. Ma come spesso accade nelle discussioni pubbliche, molti quotidiani – «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «Il riformista» – hanno cominciato a discettare sul dito dello scandalo (uno scrittore di sinistra che scrive per un giornale di destra famoso per i toni feroci usati nei suoi articoli e titoli), dimenticandosi di vedere la luna che quel dito indicava: quali possano, cioè, essere le forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra?Esperienze di alterità
Tema non peregrino, visto che, per quanto lo si possa auspicare, è impensabile
che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream.
Dunque come stare nell’industria culturale? Tra gli autori, un’esperienza di alterità viene dallo scrittore collettivo Wu Ming, che ha imposto licenze «creative
common» sul diritto d’autore per i propri romanzi. Altri scrittori hanno invocato,
in un incontro pubblico sulla vicenda che si è tenuto in una libreria romana alcuni giorni fa, una rinnovata aura di un autore che non si impegna direttamente nella sfera politica, ma che attraverso i suoi contenuti vuol sempre illuminare la caverna in cui sono condannati a vivere uomini e donne. Il tutto con il tono disincantato e spregiudicato di chi ritiene di essersi salvato dal fiume in piena sulla riproducibilità tecnica della cultura e sulla morte dell’autore che ha investito da oltre un cinquantennio la riflessione teorica sullo statuto della letteratura, della filosofia e chi ne ha più, più ne metta.
La querelle attorno a Nori si è così dissolta in un brusio indistinto. Si è preferito
inoltre cercare nel passato – la presenza della forma di Pier Paolo Pasolini sul
«Corriere della Sera» o di Franco Fortini sul «Sole 24 ore» – una legittimazione a scelte che solipsisticamente evocano valori assoluti (libertà e responsabilità)
cancellando però le condizioni che spesso impediscono l’esercizio di un responsabile e libero pensiero critico. E se «Libero» è il giornale che è, poco o nulla è stato detto sul fatto che l’egemonia culturale della destra è stata costruita, negli anni scorsi, anche nelle pagine culturali di giornali rispettabili e ammessi ai salotti buoni della società italiana.
In passato, infatti, i reiterati interventi sul «Corriere della sera» a favore del libero mercato e dell’individualismo proprietario, in anni più recenti le pagine
piene di liturgica empatia con le posizioni antilluministe presenti nella chiesa cattolica del «Foglio» sul pensiero hanno infatti avuto un peso maggiore delle
pagine culturali di «Libero» o del «Giornale». Oppure basta scorrere gli ultimi anni dei catologhi di molte case editrici e trovare solo titoli su quell’unico mondo
possibile che è il capitalismo contemporaneo. La «querelle Nori» può quindi essere archiviata come una delle tante dispute che periodicamente smuovono le acque quiete dell'industria culturale, ma rimane comunque il problema di come si possa stare in forma critica dentro di essa in maniera tale che ognuno possa far leva su quelle forme e trarre forza e potere contrattuale da esse.
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avvicinare al problema perchè
inutilmente intellettualistici e
noiosi. è il problema della sinistra, non si riesce più a comunicare veramente con la gente. per il problema oggettivo invece diciamo che è difficile in un mercato dove esiste senz'altro una egemonia industriale per ciò che riguarda l'industria editoriale che è di destra selezionare anche la casa editrice, dato che comunque un libro è pur sempre una operazione commerciale e le piccole e coraggiose case editrici indipendenti faticano molto a far entrare un libro nei circuiti commerciali. diverso sarebbe adesso per saviano presentare un suo lavoro con un altro editore, sia pur sconosciuto, ma credo siano legati da contratti di ferro, e comunque ci sono scrittori coraggiosi
che già all'inizio, io ne ho molti, scelgono queste vie alternative.
per nori non commento, perchè, mio personale parere e per evitare appunto inutili giri e parafrasi non so come si possa scrivere, io che vi leggo da anni, per l'estrema destra e per il manifesto.
ciao!
24-01-2010 12:57 - donatella
La sinistra è condizione materiale necessaria a vivere una vita dignitosa per tutti e per tutte, libertà di pensiero, parola, scrittura, equità, uguaglianza nel rispetto delle differenze di sesso, di colore della pelle, di religione, di gusti sessuali.
E' diritti e rispetto della persona.
Ha vinto la destra delle paure delle diversità, dei muri da ergere contro le differenze, della sicurezza basata sull'uso della forza e non sulla tolleranza e sul dialogo.
Condannandoci alla "moderna solitudine, gli uni contro gli altri. 24-01-2010 12:09 - Miria
Poco chiaro e inutilmente ampolloso nei termini, molto lontano dal farsi capire da tutti, una tendenza molto in voga anche sul quotidiano sul quale è pubblicato.Sento da anni la litania che la sinistra deve ritornare popolare, ma con questo approccio "intellettualista" non ci riuscirà mai. 24-01-2010 11:36 - Stefano
Non è dare le cose per scotate, è adeguarsi ai tempi..
http://it.wikipedia.org/wiki/Wu_Ming
http://it.wikipedia.org/wiki/Creative_commons 24-01-2010 11:14 - andrea
Mi pare comunque che la discussione sui “contenitori”, che certo, non sono aspetti di poco conto, non dovrebbe oscurare o spingere in secondo piano “contenuti”: il modo di lavorare anche quotidiano, gli obiettivi che ci si danno, soprattutto il senso che si cerca. Non è il “politicamente scorretto” che salva dall'essere divorati dall'oligopolio dell'industria culturale (fra l'altro oggi, nella società italiana, il politicamente scorretto è diventato senso comune, oggettiva omologazione a destra), ma è proprio una ricerca di senso incisiva, forte, che, ne sono convinta, non necessariamente minoritaria. Ho riletto recentemente La vita agra di Luciano Bianciardi: lui è stato un uomo difficile, impossibile, ha fatto e subito torti. Però molte cose che ha detto tanto tempo fa sull'industria culturale e l'editoria potrebbero assunte anche oggi come provocazioni intense e utilissime, forse non come risposte, ma stimoli potenti a riflettere. Infine, faccio una proposta: sostituire tutte le volte che si può, la parola “cultura”, che è diventata la marmellata che si spalma anche nei luoghi immondi, con la parola “conoscenza”. 24-01-2010 00:47 - Maria Laura
Vedo invece un problema grosso come una casa di egemonia o tentativo di egemonia sugli ALTRI mezzi di comunicazione, quelli che i voti li spostano e soprattutto formano la mentalità dominante: televisioni e radio locali e nazionali, riviste distribuite gratuitamente, dvd commerciali, istruzione pubblica e privata, associazioni culturali e religiose.
A MONTE della decisione di dedicarsi ad un libro, il lettore ha già operato una serie di scelte che rendono il suo consenso o dissenso difficilmente attaccabili. Vespa che riscrive la storia d'italia a modo suo, non avrà mai l'effetto di campagne pubblicatie le quali, intanto che ti reclamizzano automobili e brandy, ti continuano a bombardare con modelli di vita, di società, di umanità, che nella realtà non stanno da nessuna parte. E che possono essere fatti propri sia dalla destra, che da quelle varianti "spumeggianti" della sinistra che poi ci entusiasmano poco. 24-01-2010 00:32 - andrea61
Nonostatane questo nuovo stato di cose, alquanto perverso, possiamo sempre contare su i piccoli e medi editori italiani che con la loro tenacia e intelligenza
costituiscono il "salvagente culturale" del nostro paese.A confermare la validità di questi editori è il caso del recente premio Nobel per la letteratura assegnato all'autrice Herta Muller, pubblicata in Italia (prima del premio) da un piccolo editore. 24-01-2010 00:00 - enrico monzatti
caro carola spadoni, qui non c'e nessun dibattito e dubito che questo articolo possa far riflettere non più di quei soliti lettori che come me leggono solo per distrarsi dalla nauseante realta' e dal modo in cui viviamo. 23-01-2010 23:37 - numerio.negidium