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FUORIPAGINA
24/01/2010
  •   |   Michele Giorgio, inviato a Ramallah
    Made in Israel per i palestinesi

    «Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre».
    Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile alle telecamere delle rete televisive presenti, e lo lanciò verso una catasta in fiamme di prodotti degli insediamenti colonici sequestrati in quel periodo. In linea con la posizione del presidente Abu Mazen di rifiuto dei negoziati con il governo israeliano sino a quando la colonizzazione non cesserà completamente, Fayyad ha avviato una campagna di boicottaggio dei prodotti dei «settler» nei territori controllati dall'Anp (di fatto solo le principali città cisgiordane). Ha anche creato il «Fondo per la dignità nazionale», gestito dal ministro dell'economia Hassan Abu Libda, per «risarcire» i commercianti palestinesi che si sono visti sequestrare le merci che avevano comprato dai coloni. «Abbiamo confiscato e distrutto sino ad oggi prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici per un valore di 1.5 milioni di dollari», ha riferito Abu Libda di recente alla Camera di commercio di Nablus, aggiungendo che le colonie israeliane vendono annualmente nei Territori occupati merci per 500 milioni di dollari.
    Spinti anche dall'urgenza di ridare credibilità ad Abu Mazen, che ancora paga per la decisione (poi revocata) presa alla fine dello scorso anno di congelare il voto del Consiglio dei diritti umani dell'Onu sul rapporto Goldstone relativo ai «crimini di guerra» commessi da Israele a Gaza un anno fa, i dirigenti dell'Anp ora puntano sul boicottaggio delle colonie e chiedono il massimo del rigore ai commercianti, non mancando di minacciare pesanti sanzioni. Allo stesso tempo non mettono minimamente in discussione il Protocollo di Parigi - che lo scomparso presidente Yasser Arafat firmò dopo gli accordi di Oslo - che garantisce a Israele il controllo dell'economia dei Territori occupati.
    «L'Anp non rigetta le merci provenienti dal territorio israeliano ma solo quelle prodotte nelle colonie», ha messo in chiaro Abu Libda negando l'intenzione di boicottare Israele. La precisazione non è bastata al premier dello Stato ebraico Benyamin Netanyahu che ha prontamente etichettato la campagna dell'Anp «un incitamento contro lo Stato di Israele» nonostante riguardi solo le colonie, illegali per le risoluzioni internazionali e che continuano ad esportare in tutto il mondo con il marchio «Made in Israel». 
    E' una nuova Intifada palestinese contro l'occupazione, fatta di boicottaggi commerciali, lotte popolari non violente, di collaborazione con le organizzazioni della sinistra israeliana più radicale e che vede anche una partecipazione dell'Anp? E' difficile affermarlo di fronte ad un governo palestinese debole, ambiguo nelle sue politiche e pesantemente condizionato dagli aiuti internazionali che garantiscono la sua sopravvivenza in cambio della «lotta al terrorismo» (Hamas). Pesa anche lo scontro tra l'Anp e il movimento islamico che spacca politicamente e territorialmente i palestinesi. Israele in ogni caso già vede la «terza Intifada». I giornali in lingua ebraica hanno riferito e commentato con preoccupazione nei giorni scorsi le proteste (non violente) contro il muro in Cisgiordania e le occupazioni (da parte dei coloni) di case arabe a Sheikh Jarrah (Gerusalemme) che mettono dalla stessa parte attivisti palestinesi, israeliani e stranieri e riscuotono crescenti consensi internazionali.
    L'Anp comunque non poteva più sottrarsi alle pressioni della società civile palestinese per l'adozione di misure incisive contro la colonizzazione. «Ritengo il boicottaggio delle colonie israeliane un primo passo nella giusta direzione ma non basta perché è l'atteggiamento complessivo dell'Anp nei confronti di Israele e delle sue politiche che deve mutare se i palestinesi vogliono liberarsi dell'occupazione», sostiene l'opinionista Omar Barghuti, uno dei principali esponenti della campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» (Bds) lanciata a livello mondiale per spingere Israele a rispettare le risoluzioni internazionali. 
    A minare le fondamenta della campagna dell'Anp contro le colonie israeliane è la «mancanza di alternative», in particolare quando si parla di forza lavoro e di possibilità reali di occupazione nei Territori occupato. Secondo i dati dell'Ufficio palestinese per le statistiche, dei 529mila lavoratori in Cisgiordania 76mila sono occupati nelle colonie, in maggioranza proprio nei cantieri edili che servono ad espanderle. Tra questi diverse migliaia hanno partecipato e partecipano ancora alla costruzione del muro israeliano in Cisgiordania. «Non mi piace lavorare per i coloni che mi umiliano, ma una giornata di lavoro qui mi viene pagata anche 200 shekel (50 dollari) mentre nelle nostre città non mi darebbero più di 80 shekel (20 dollari) per lo stesso lavoro», spiega Farid Abdel Hadi, 37 anni di Ramallah, che alle 3, quando è ancora notte fonda, si mette in fila davanti ai posti di blocco militari nella speranza di superare i controlli e guadagnarsi una paga giornaliera da manovale. Farid, come altri lavoratori, assicura di essere pronto ad accettare un compenso più basso pur di boicottare le colonie israeliane ma chiede un lavoro garantito nelle centri abitati palestinesi. «Ho una famiglia da sostenere», aggiunge. 
    Non pochi ora pensano alla costituzione di un altro fondo speciale, tale da garantire aiuti alle famiglie dei lavoratori che rinunceranno ad andare nelle colonie. L'Anp da parte sua dovrebbe spostare in questo fondo una parte dei finanziamenti che riceve da Europa e Stati uniti. «Non avverrà mai, non ci credo - taglia corto Omar Barghuti - Ue e Usa versano quei fondi proprio per controllare l'Anp, per addomesticarla, per spingerla a investire nella sicurezza e non nell'interesse dei cittadini palestinesi». Un passo volto a boicottare le colonie, non concordato con gli sponsor internazionali, afferma, «avrebbe pesanti conseguenze per Abu Mazen e i suoi uomini». 


I COMMENTI:
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  • Furto della terra ? Ma signori non vedete che la storia degli uomini é un susseguirsi di furti di terre. Noi italiani abbiamo subito la pulizia etnica in Istria e Dalmazia, i tedeschi in Slesia e Prussia, abbiamo avuto milioni di profughi ma li abbiamo assorbiti. Il grande mondo arabo non puó assorbirne 500mila quanti erano in Palestina ? No fa guerre inutili ed attentati vergognosi contro i civili, per cosa ? Forse hanno bisogno di terre ? Ne possiedono 427 volte piú di Israele. Il problema é lo sviluppo della modernitá, che fra gli arabi praticamente non esiste, anzi stanno prevalendo fanatismi religiosi che non possono che portare al disastro. Il potere teocratico é, con quello militare il peggiore e piú fallimentare dei sistemi politici, e il mondo arabo ci sta cascando ciecamente. Facile comunque imputare ad altri le proprie colpe, quello che stanno facendo i cosidetti palestinesi. Si dessero una svegliata. 26-01-2010 10:24 - vittorio
  • la compresenza di osservazioni razionali e sagge -paolo1984 - e di prediche insensate - mariani maurizio - mi preoccupa per lo stato delle cose non in israele ma qui da noi... 26-01-2010 01:02 - irisblu
  • Isrele ha sempre avuto una politica 'idonea" a complicare le cose cosi' da impedire che un qualsiasi progresso si potesse fare.
    Basta pensare alle provocazioni di Sharon, un provocatore/massacratore di professione. Basta pensare alla guerra "preventiva" di Moshe Dayan. Prima di loro alle continue tattiche terroristiche dei primi Zionisti. E poi, complicazione subdola ma alla lunga controproducente, l'appoggio segreto in funzione anti Arafat ai movimenti integralisti islamici ora al potere a Gaza. Per non parlare poi dell'assassinio di Arafat stesso.
    E' cosi, caro Fabio Vivian che si compicano le cose ad arte in politica.
    Questo tipo dipolitica e' potuto riuscire per l'enorme capacita e abilita' israeliana di fare leva e contare sugli ebrei americani e delle altre nazioni. La capacita' di rispondere immediatamente con una propaganda devastante ad ogni qualsiasi punto che le forze palestinesi potessere guadagnare. Vedi AIPAC e la sua politica di vero e proprio terrorismo mediatico che riesce a scatenare in tempo reale. 26-01-2010 00:23 - murmillus
  • "La religione,conta molto,in questo millennio.
    Anche se come dici tu sarebbe meglio risolvere le cose a livello sociale e politico,non si può cancellare ciò che muove le montagne e i cuori di tanta gente"m. mariani

    Che dopo secoli di illuminismo, razionalismo, liberalismo, marxismo, pensiero anarchico, movimento operaio, femminismo e rivoluzione sessuale la religione e in particolare i tre monoteismi continuino a contare anche solo a livello simbolico e identitario dentro e fuori l'Occidente, è una delle cause dei nostri problemi.
    Sì lo so che la fede in Dio reca "sollievo" a tante persone povere e disperate, ma se è per questo anche l'oppio fa lo stesso effetto da questo la famosa e sempre valida massima di Karl Marx sull'oppio dei popoli.
    Ed è vero anche che non tutti i credenti sono reazionari e fanatici anzi: abbiamo avuto esperienze come quella di Don Milani e poi i cattolici del dissenso, in Sudamerica c'è stata la teologia della liberazione, tutti ammiriamo il vescovo di El Salvador Oscar Romero e questo restando solo in ambito cattolico che è quello che conosco un po' meglio, si tratta però di figure mirabili, ma marginali, la realtà del potere religioso, cattolico e non, è ben altra e, ripeto, se in Occidente siamo un po' più liberi di prima è perchè abbiamo limitato sempre più la sfera d'influenza della religione nella nostra vita, questo i musulmani hanno qualche difficoltà in più a farlo (forse solo i turchi ci sono riusciti, ma ora hanno al potere un partito islamico anche se moderato). Può essere che volte noi facciamo un cattivo uso della nostra libertà, ma non è un motivo per rimpiangere l'autorità religiosa.
    Questo per dire che sì è vero che la fede "muove i cuori di tanta gente" il punto è che secondo me non li muove verso nulla di buono, li muove, non tutti e non sempre ma il più delle volte verso l'odio, la divisione, la misoginia, la sessuofobia, l'omofobia, l'irrazionalità, la paura della libertà personale e sessuale.
    Lo so che questo discorso non c'entra con il conflitto israelo-palestinese (come direbbe Nanni Moretti: "non c'entra...però c'entra"), ma, ormai si sarà capito, è un tema che scalda il mio cuore. 25-01-2010 23:43 - paolo1984
  • La vicenda israelo-palestinese è talmente complessa storicamente e la situazione attuale è così ingarbugliata che a mio modo di vedere a breve-medio termine non ci saranno vie d' uscita in grado di garantire una vera pace nell’ area, a meno di un autentico miracolo! Forse solo nel lunghissimo termine si potrà arrivare ad una ricomposizione pacifica, ma come si dice "...nel lungo periodo saremo tutti morti".
    Oltre tutto, questa vicenda è solo un pezzo, anche se molto importante, di un puzzle all’ interno di dinamiche molto più grandi e complesse: il rapporto di Israele col mondo arabo e più in generale quello tra occidente e la controparte islamica. Anche a non voler evocare il famoso (e per molti famigerato!) “scontro di civiltà”, ce n’ è abbastanza per comporre un rebus la cui soluzione appare davvero aleatoria ed imprevedibile.
    Quello che balza all' occhio anche a chi, come il sottoscritto, ha letto solo alcuni articoli di giornale e qualche libro storico sulla materia (da autori di entrambi le parti, ovviamente), è la costante sproporzione tra le aspettative degli uni e quelle degli altri, tra quanto ciascuno era disposto a concedere (pochissimo!) e quanto invece pretendeva in cambio. Tutte le volte che si è cercata una soluzione negoziale, sponsorizzata da chiunque (USA, Unione Europea, Quartetto, Quintetto, Arabia Saudita, Paesi non allineati – esempio: la Norvegia) ed in qualsiasi periodo storico, la conclusione è sempre stata fallimentare.
    In questo quadro dare delle colpe o fare una classifica degli errori mi sembra francamente impossibile e comunque alla fine del tutto inutile. Oltre tutto, entrambe le parti in causa mi sembrano molto portate ad arruolare tifosi / supporters, piuttosto che convincere l’ opinione pubblica internazionale con argomenti solidi e razionali ed anche a cercare di manipolare, tramite la propaganda e la disinformazione, l’ opinione pubblica dei paesi terzi piuttosto che spiegare ed argomentare le proprie ragioni.
    I temi generali all’ ordine del giorno, attualmente di dimensioni a dir poco gigantesche, sono almeno tre: 1) Lo status dei territori occupati; 2) Il destino di Gerusalemme (-est) come capitale di un futuribile stato di Palestina; 3) Il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi, sparsi in tutto il Medio-Oriente. Una semplicissima stima demografica porta a concludere che la soluzione dei punti 2) e 3) di cui sopra è di fatto impossibile.
    Venendo all’ oggi: come uscirne e cosa fare? E scendendo ad un livello più concreto: cosa possiamo fare noi parti terze per indirizzare in senso positivo questa vicenda fino ad oggi solamente tragica?
    La situazione è a mio avviso chiara: i cittadini d’ Israele hanno scelto e votato un Governo di destra, portato anche più dei precedenti ad imporre le soluzioni sul campo tramite il fatto compiuto, esempio: la colonizzazione sempre più spinta dei territori palestinesi; nella prospettiva di tale Governo, credo di non sbagliare, sono benvenuti tutti i passi e le azioni che accrescano la propria posizione di forza in prospettiva di un futuribile quanto ipotetico negoziato, anche a discapito del cosiddetto Diritto Internazionale.
    La controparte è divisa tra la Cisgiordania, nelle mani di Fatah e la derelitta Gaza, governata da Hamas. La sopravvivenza di Fatah in Cisgiordania dipende quasi esclusivamente dai finanziamenti e dalle donazioni di terze parti, mentre Gaza è oggettivamente strozzata e trasformata in una sorta di prigione a cielo aperto dall’ embargo israeliano, negli ultimi tempi irrigidito anche dal potente vicino egiziano, forse stanco dalle inutili e probabilmente contro-producenti provocazioni di Hamas, ovvero un movimento islamico massimalista e fondamentalista le cui capacità negoziali e la cui flessibilità appaiono tendenzialmente nulle.
    Personalmente non ho una ricetta, ma forse considerando la natura dei contendenti sarei tentato, da una parte, di boicottare le merci di origine israeliana e dall’ altra, di tagliare al minimo gli aiuti ai palestinesi.
    Un’ altra provocazione, con un po’ di cinismo (o forse anche molto!): se fino ad oggi non si è venuto a capo di nulla, cosa ci può far credere che in futuro le cose possano migliorare? In definitiva, in questo modo si otterrebbero forse due risultati: 1) Dirottare somme verso cause più promettenti e risolvibili (in definitiva, l’ “happy end” piace a tutti, me compreso); 2) Penalizzare gli attori principali (anche se non gli unici) di una vicenda che ha finora portato solo instabilità e drammi di svariata natura in giro per il mondo, oltre che nell’ area. 25-01-2010 20:47 - Fabio Vivian
  • Caro Paolo 1984,Gli Ebrei contano in Israele,come gli inglesi negli USA.
    La religione,conta molto,in questo millennio.
    Anche se come dici tu sarebbe meglio risolvere le cose a livello sociale e politico,non si può cancellare ciò che muove le montagne e i cuori di tanta gente. 25-01-2010 18:54 - maurizio mariani
  • Quella dei palestinesi e' una storia che si ripeti da sempre. I piu' forti opprimono e impongono. I deboli cornuti e mazziati. 25-01-2010 17:58 - murmillus
  • X maurizio mariani

    io direi di lasciar perdere Salomone, Davide, Dio così come Allah e Maometto.
    La religione è parte del problema, appellandoci ad essa non risolveremmo niente. Ciò che deve trionfare è la Ragione e il Buonsenso e nessuna di queste due cose ha a che fare con la religione.
    Poi lei confonde gli israeliani con il complesso e variegato mondo ebraico (conosce Moni Ovadia?) e popolo israeliano e governo israeliano. Ma gli ebrei italiani sono cittadini italiani come me e lei e non sono responsabili delle azioni dei governi israeliani più di noi. E pure l'intero popolo israeliano (in cui c'è pure la minoranza araba) non può essere criminalizzato per le azioni del suo governo.
    Poi lei dice "Un popolo come quello di Israele che ha sofferto tanto e che sa quanto è amaro il pane straniero,non si può mettere in questa posizione", ma non crede che è proprio a causa delle sofferenze passate, antiche e recenti che una parte del mondo ebraico appoggia Israele? Ha letto Il mercante di Venezia di Shakespeare? Ha presente il famoso monologo di Shylock nel terzo atto? Le sofferenze passate e presenti non sempre ti rendono migliore anzi spesso è vero il contrario.
    Comunque faccio presente che ci sono tanti ebrei ed israeliani progressisti che si battono per la pace. Non dimentichiamolo mai. 25-01-2010 15:09 - paolo1984
  • Spero che il boicottaggio palestinese delle merci prodotte nelle colonie israeliane possa essere il primo passo per una rivolta finalmente non violenta che la faccia finita con il fondamentalismo islamico interno (Hamas) ed esterno (Al Quaeda, Hezbollah, il governo iraniano) che strumentalizza la causa palestinese presentandosi come l'unico che difende i musulmani oppressi.
    Non sarebbe male avviare forme di collaborazione con i pacifisti israeliani di Gush Shalom, gli attivisti israeliani per i diritti umani di B'tselem, i refusnik e (perchè no?) anche i militanti del partito Meretz. Israeliani e palestinesi,piaccia o meno, sono "condannati" dalla Storia a vivere nella stessa terra quindi o ne escono insieme trovando un compromesso il più possibile equo e condiviso anche su questioni spinose come il ritorno dei profughi oppure affonderanno insieme tra muri, missili, attentati, rappresaglie sanguinose, fondamentalismo islamico e ebraico e nazionalismo religioso (che è il peggior nazionalismo che esista).
    Un modello da cui partire ci sarebbe già: l'Intesa di Ginevra firmata qualche anno fa da esponenti della società civile israeliana e palestinese (tra cui Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo), ma purtroppo non ha avuto seguito.
    Per me la soluzione ideale sarebbe lo stato binazionale che garantisca equi diritti alla presenza e cultura ebraica come alla presenza e cultura araba..purtoppo temo rimarrà un sogno. 25-01-2010 14:25 - paolo1984
  • Lo stato di Istraele ha in mano le terre dei palestinesi.
    I prodotti di marca israeliana,sono nati dalle terre dei palestinesi.
    Ogni goccia del succo di quelle piante è frutto di un furto legalizzato dall'Imperialismo americano che detiene il potere e l'ordine mondiale.
    Ogni goccia di quel nettare che esce da bottiglie e cartoni israeliani è stato prodotto grazie al furto della terra dei fratelli palestinesi.
    Non beviamo il succo dell'infamia!
    Chi osa toccare quei prodotti non solo collabora con dei ladri e criminali,ma fa anche un peccato contro Dio.
    Fino a che il popolo di Israele continuerà a vivere usurpando e sfruttando ciò che non è suo,non possiamo mangiare il loro pane.
    Vorremmo essere invitati,dagli Ebrei, a una tavola dove si mangia il proprio e non l'altrui.
    Un popolo come quello di Israele che ha sofferto tanto e che sa quanto è amaro il pane straniero,non si può mettere in questa posizione.
    I figli di Salomone e di Davide,non possono vivere nel peccato.
    Non gli è permesso,perche loro conoscono la legge.
    Loro erano i saggi che hanno guidato le tribù di Israele,oggi fanno quello che sempre hanno dovuto subire.
    Non mi rivolgo ai palestinesi,ma ai fratelli ebrei.
    Fratelli,smettetela di fare il ruolo dei carnefici.
    Se anche il popolo di israele è al servizio del male,non ci sarà speranza per la nostra umanità.
    Ricordatevi la legge.
    Se anche il mio fratello più grande e più sapiente si è dimenticato il motivo della nostra esistenza allora è proprio la fine di tutto!
    Vogliamo tornare a mangiare con voi,ma vogliamo mangiare in Santa Pace! 25-01-2010 14:20 - mariani maurizio
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