-
|
Massimo Raffaeli
Tra noi e il disincanto
Presumere di passare indenni dal manifesto a Libero (perché di questo tratta l’affaire Nori, o come lo si vuole chiamare) implica da parte dell’autore l’affermazione preventiva del testo sul contesto, cioè presumere che il significato della propria parola rimanga inalterato nonostante il trapasso ne modifichi nettamente il senso e la destinazione. Non è così, se a suo tempo un astuto volgarizzatore della Scuola di Francoforte, Marshall McLuhan, ne concluse dopo tutto che «il messaggio è il mezzo». Il mezzo è sempre parte dell’industria culturale (cui, nei rispettivi interventi, si sono richiamati sia Benedetto Vecchi sia Marco Bascetta sul manifesto di sabato scorso) oggi così sviluppata da risultare una presenza ubiquitaria e immediatamente disponibile a chiunque, come la natura naturata di cui disse il filosofo. Non è possibile chiamarsene fuori, se non a costo del silenzio e della clandestinità, ma è sempre doveroso tuttavia, per chi vi opera, distinguere al suo interno volta per volta e caso per caso. Il non volere o non saper distinguere corrisponde a un’assenza di pensiero critico e perciò all’accettazione dogmatica dell’esistente, qualunque esso sia, nonostante si reciti ovunque la cerimonia del disincanto e della assennatezza post-ideologica. Per operare delle distinzioni non occorre nemmeno una ideologia ma sono necessari, se non altro, alcuni punti fermi e, se la parola non offende i chierici, persino dei tabù. Ad esempio: è vero che Libero non è «La Difesa della Razza» come è vero che chi lo dirige non si firma Telesio Interlandi, però è vero che si tratta di un giornale orgogliosamente xenofobo, reazionario e volentieri scurrile, come è certo che il suo direttore è un famulus dell’attuale proprietario del paese. Questi non sono affatto dei dettagli ma, nel qual caso, rappresentano la cosa-in-sé: pretendere di affermare intatta la propria parola o di vedere garantita la propria alterità in un simile contesto equivale, nella migliore delle ipotesi, a essere o a passare per delle anime candide.
Ma quale mai candore, se a due colonne di distanza tu trovi diffamata e negata per iscritto l’eguaglianza fra gli esseri umani e il sospetto perpetuo per chi non ha il passaporto in regola o non ha il colore della pelle abbastanza slavato? (Non è affatto un caso che l’ex direttore di quel foglio abbia reintrodotto in maniera ufficiale l’uso dell’appellativo «negro»: lo ha notato prontamente sul Corriere della Sera dello scorso 11 gennaio Pierluigi Battista ma facendone questione di bon ton e congedandosi dal suo interlocutore – è senz’altro da crederlo – «con immutata stima»). Il tabù sta nel fatto che esistono dei limiti oltre i quali è impossibile andare, se non al prezzo di vedere i propri test traditi o mutati di segno. A meno che, in un dato perimetro, essi non debbano fungere da alibi, secondo l’etimologia, ovvero comparirvi alla stregua di una calcolata, non meno ambigua, eccezione.
Al riguardo, Francesca Borrelli scriveva sul manifesto di domenica che «non ci sono argomenti impossibili da trattare ma ci sono interlocutori indecenti da accettare» concludendone che converrebbe intanto «cominciare a perimetrare con maggiore accortezza i campi nei quali si desidera essere inclusi»: qui evidente è il richiamo a un saggio celeberrimo di Pierre Vidal-Naquet, Un Eichmann di carta, secondo cui di certi individui si può sempre parlare ma, con costoro, non si deve mai direttamente parlare. Perché è tipica oltretutto, di costoro, l’attitudine giaculatoria alla propaganda: «Lo stile obbligatorio per tutti era quello dell’imbonitore», notò Victor Klemperer a proposito del Reich millenario, isolando nel suo laboratorio di linguista, sia detto ora per allora, una disastrosa affinità elettiva. Ma nell’industria culturale scarseggiano gli Eichmann di carta mentre abbondano, invece, i Candide alla Nori o i dottor Pangloss che ogni giorno ci spiegano come e qualmente noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, che non c’è nessuna alternativa, che infine è temerario il solo sospettarla: There is no alternative disse Maggie Thatcher aprendo gli anni Ottanta e i fasti dell’industria culturale quando rinacquero trionfalmente, e presumibilmente dalla testa della medesima Signora, le legioni dei nostri assennati ma queruli Pangloss.
Quanto a Libero e Candide redivivo, disse un poeta liberale che ognuno riconosce i suoi. Adesso se la vedano.
- 31/01/2010 [8 commenti]
- 31/01/2010 [21 commenti]
- 30/01/2010 [6 commenti]
- 30/01/2010 [10 commenti]
- 29/01/2010 [7 commenti]
- 29/01/2010 [17 commenti]
- 28/01/2010 [27 commenti]
- 28/01/2010 [13 commenti]
- 27/01/2010 [3 commenti]
- 27/01/2010 [33 commenti]
- 27/01/2010 [11 commenti]
- 26/01/2010 [7 commenti]
- 26/01/2010 [105 commenti]
- 26/01/2010 [22 commenti]
- 26/01/2010 [0 commenti]
- 25/01/2010 [30 commenti]
- 24/01/2010 [107 commenti]
- 24/01/2010 [20 commenti]
- 24/01/2010 [8 commenti]
- 24/01/2010 [1 commenti]
- 24/01/2010 [0 commenti]
- 24/01/2010 [1 commenti]
- 24/01/2010 [0 commenti]
- 24/01/2010 [1 commenti]
- 24/01/2010 [8 commenti]
- 23/01/2010 [36 commenti]
- 23/01/2010 [0 commenti]
- 23/01/2010 [30 commenti]
- 23/01/2010 [2 commenti]
- 22/01/2010 [4 commenti]
- 22/01/2010 [54 commenti]
- 21/01/2010 [5 commenti]
- 21/01/2010 [14 commenti]
- 20/01/2010 [22 commenti]
- 20/01/2010 [259 commenti]
- 19/01/2010 [31 commenti]
- 18/01/2010 [11 commenti]
- 18/01/2010 [9 commenti]
- 18/01/2010 [6 commenti]
- 17/01/2010 [25 commenti]
- 17/01/2010 [6 commenti]
- 17/01/2010 [1 commenti]
- 16/01/2010 [32 commenti]
- 16/01/2010 [13 commenti]
- 15/01/2010 [7 commenti]
- 15/01/2010 [4 commenti]
- 14/01/2010 [1 commenti]
- 14/01/2010 [5 commenti]
- 14/01/2010 [4 commenti]
- 13/01/2010 [15 commenti]
- 13/01/2010 [13 commenti]
- 13/01/2010 [17 commenti]
- 12/01/2010 [17 commenti]
- 12/01/2010 [11 commenti]
- 12/01/2010 [5 commenti]
- 11/01/2010 [54 commenti]
- 11/01/2010 [11 commenti]
- 10/01/2010 [2 commenti]
- 09/01/2010 [33 commenti]
- 09/01/2010 [13 commenti]
-
La Somalia va a pesca
| di Giorgia Fletcher del 21.12.2012 -
La termoelettrica di Huexca
| di Fulvio Gioanetto del 20.12.2012
-
Bob Lutz in Gm, l'eterno ritornoBob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili.7 novembre 2011
-
Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
-
Mahony: Ombra sul Conclave
di luca celada - 16.02.2013 20:02
-
Gentile cavaliere, scenda dalla sella
di Luisa Betti - 15.02.2013 18:02
-
Sulla gerontocrazia e i “grandi vecchi”
di massimozucchetti - 14.02.2013 22:02
-
Scuola: “Concorso-truffa”, seconda parte
di Roberto Ciccarelli - 13.02.2013 09:02
-
Matrimonio per tutti: l’Assemblée approva, 329 a favore, 299 contro
di Anna Maria - 12.02.2013 18:02
-
Dead Writers, annusa il profumo della letteratura
di arianna - 08.02.2013 09:02
-
Revolution: J.J. Abrams e i suoi errori
di nefeli - 04.02.2013 08:02
-
Full Metal Jacket, il diario in una App per Ipad
di Filippo Brunamonti - 02.02.2013 20:02
-
Metti Jac all’Ara Pacis: quadretti di un’esposizione
di Andrea - 20.01.2013 19:01
-
Un mezzo trasloco
di a. d. - 16.01.2013 15:01
-
Gomorra2, e che fiction sia
di francesca - 13.01.2013 16:01
-
I comunicati zapatisti / 2 e fine
di gianni - 10.01.2013 03:01
-
Ford Fiesta, MyKey è la tua
di fpaterno - 26.11.2012 19:11









