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FUORIPAGINA
27/01/2010
  •   |   Marco Dotti
    Così diventiamo complici della nostra rovina

    Tradimento, resistenza, ideologia, comunismo. Parole grosse. Il noto manifesto elettorale di un fronte di sinistra, nello specifico della provincia francese degli anni Trenta, quasi fosse il codice innato della propria specie politica propagandava: «tutto il nostro programma si racchiude in una parola: antifascismo», salvo poi indicare in «corpo 8», al pari delle clausole delle assicurazioni sulla vita, che nella pratica si trattava di offrire sussidio ai disoccupati, installare due nuove cassette postali e aprire un prosaico cesso pubblico per uomini e donne sulla piazza principale, a tutela – beninteso – dell’olimpica parità dei sessi. (I trans o, pardon, «le» trans erano ancora di là da venire, due sessi bastavano e avanzavano). Se questo è l’antifascismo, commentava il buon Denis de Rougemont, «i fascisti devono essere gente piuttosto strana».
    Mezzo secolo dopo lo scrittore svizzero, Heiner Müller, che forse di tradimento, ideologia, muri di resa e muriccioli di resistenza ne sapeva un po’ più di noi, invitava a disseppellirle con cautela, certe parole. Se non si è in grado di sostenerle con la pratica, meglio lasciarle giù in fondo, nelle fosse comuni in cui le avevamo dimenticate, sempre che si sia stati capaci di dimenticarle davvero e di scavarle a una certa profondità, le relative fosse, altrimenti come fanno con le carcasse mal sepolte... i cani ci arrivano. E i cani arrivano comunque, quando fiutano la pur misera preda, ma quando la fiutano scavano e riscavano e quando scavano e riscavano è inevitabile che prima o poi l’osso venga in superficie assieme allo sporco vecchio e al vecchio se ne aggiunga di nuovo e allo sporco vecchio e nuovo si aggiunga infine, dal lato umano, il brusio vecchissimo e nuovissimo al tempo stesso delle chiacchiere, dello sconcerto, della riprovazione o della colpa, sempre al netto della propria indubbia «purezza» personale. Ma questa è storia vecchia, le «genti d’Italia» come le chiamava il Vate passano pubblicamente metà del proprio tempo a lamentarsi di altra gente e la restante metà la trascorrono in solitudine a lamentarsi del perché mai abbiano sprecato tutto quel tempo lamentandosi di gente di cui, a conti fatti, non avrebbero avuto ragione di lamentarsi.
    Questioni di cani e di caccia
    È una meccanica ingenua e banale, un’autoimmunizzazione compromissoria che da secoli funziona e basterebbe leggersi il magnifico libro-manifesto di George Lakoff, Pensiero politico e scienze della mente, appena edito da Bruno Mondadori, per capire che le meccaniche banali e i vaccini dei ministeri del culto culturale vanno terribilmente presi sul serio. Senza snobismi. Altrimenti – appunto – i cani ci arrivano. E i cani oggi, anche se in via fortunatamente residuale, hanno la forma di gente che sfrutta la propria energia cinetica per smuovere un mouse, fare click su «F8», aprire un’agenzia di stampa, tagliare e cucire parole su parole e così proclamare la propria differenza di specie. Sul piano pratico le cose stanno un po’ diversamente, rispetto a come le vedono nel retro-mondo che li legittima giornalisti, scrittori e critici in genere abituati a parlare del loro e al loro universo (residuale anch’esso). Specialisti nel disseppellire ossa altrui, i giornalisti di questo nuovo millennio – specie se giovani e titolati, specie se magistralmente formati dai neocatecumeni del parlar franco e del rimestar gentile nella melma dei salotti e dalla deontologia da tramezzino di prime e conferenze stampa – hanno introiettato alla perfezione la tecnica del cane da fossa e da riporto. Lo sa bene chi ama la caccia (e quindi il «potere», termine ambiguo ma utile) che né lepri, né cinghiali, né banalissimi tordi e stornelli si stanano o si «recuperano»senza l’aiuto degli umilissimi cani. Purché i cani siano ben addestrati dall’altra logica che sempre funziona e sempre funzionerà, quello dello zuccherino a compenso della fatica (anche qui, tutta cinetica) di sporcarsi muso, denti e zampette con sangue e terra.
    Due piedi in una scarpa
    Non so se Paolo Nori sia un cacciatore o un cane, se sia una carcassa marcia o solo uno scrittore vivissimo che banalmente, visto l’andazzo del circoletto mediatico che lo circonda, che ci circonda, «se ne frega» di sporcarsi il muso scavando e riscavando. Non lo so, e non spenderei parole come tradimento o altro, nel suo caso. So solo che lo fa motu proprio, non attende deleghe e non delega altri per farlo. Nori mi è naturalmente simpatico, anche se come Cortellessa con Libero, non ho mai letto un suo libro. So pure che è uno scrittore bravissimo, proprio perché non l’ho mai letto, e questo non è un disvalore nelle critiche a marketta che appaiono qui e là, sugli inserti «culturali». Ma un merito, Nori, ce l’ha, al di là delle intenzioni sue proprie (ma si va sempre al di là delle intenzioni, quando è faccenda di meriti e colpe): quello di aver rimesso in moto quel circoletto, mediatico e giudiziario, dello sdegno condiviso e autoimmunizzante.
    Cantiamocela e ricantiamocela come ci pare, che Repubblica non è Libero e che il Riformista non è il Campanile, che l’Einaudi di oggi non è la Rusconi di ieri, che il lavoro o è operaio o non è, ecc. ecc. Nori ci sta strepitosamente prendendo per i fondelli senza rancore e senza un apparente senso di malizia e, cosa davvero nuova, noi siamo complici del giochetto, forse perché da tempo complici della nostra stessa, ridicola, rovina. Come giornale, intendo. Ma anche come uomini e donne (e trans) che né vivono, né pensano, se non per passività e riflesso. Se lo scopo era mostrare che oltre a vivere con un piede in due scarpe (cosa che ai gauchistes dei salotti è sempre riuscita benissimo), è oggi possibile stare anche con due piedi in una scarpa sola (cosa che la stinta gauche a venire imparerà presto a fare: Fini è in stand by, pronto a riaccendersi), a Nori in fondo dovremmo un po’ di gratitudine, perché la fossa che ha scavato è davvero grande. A patto che con pari ingenua perizia vada anche in profondità, e poi la richiuda, stavolta ributtandovi dentro oltre agli ossi, anche giornali, parole e cani. Tutti.


I COMMENTI:
  • AFAICT you've covered all the bases with this awnser! 19-06-2011 13:07 - Monkey
  • @Jossa La premessa di Stefano è inesatta e proseguendo mi pare che la situazione non migliori. Cortellessa, come ha ribadito nell’intervista che mi ha rilasciato per Liberazione qualche giorno fa, non ha inteso aprire una questione sull’opportunità per uno scrittore di sinistra di collaborare con un giornale di destra, intanto perché Nori non è uno scrittore militante (e dunque il problema non si pone nei termini in cui si pose per Fortini o Pasolini), in secondo luogo perché Libero non è un giornale, né di destra, né di sinistra. Semplicemente non è un giornale, e dunque ha ragione Francesca Borrelli a sostenere che non sia un interlocutore PUNTO.
    Il problema posto da Cortellessa è molto più urgente, e se vogliamo anche più drammatico: è il problema di come una certa subcultura e un certo linguaggio aggressivo, violento e mistificatorio si stiano impadronendo dei media tanto da venir largamente dominati con la conseguenza drammatica di essere considerati ormai accettabili e tutto sommato tollerabili e tollerati ANCHE a sinistra. Il problema è dunque che Nori, scrittore non militante ma di formazione e di ideologia di sinistra non si avveda del problema, e che dichiari serafico, nel dibattito pubblico (GOGNA o INQUISIZIONE, secondo Libero) di scrivere su Libero “perché qualcuno mi ha detto che non si fa, e io faccio sempre quello che mi dicono di non fare”. Il problema è non vedere un problema, e, anzi, mettere in burletta una situazione in cui, a riprova della tesi sostenuta da Cortellessa, un dibattito su punti di vista diversi e da posizioni opposte viene percepito nei termini di processo (o gogna o inquisizione), il problema è non vedere che Pigì Battista apre il pezzo del Corriere dedicato all’argomento dichiarando che il critico debba occuparsi “di libri e non di altre questioni”, confermando quell’idea esoterica dei libri che ha finito per allontanarli sempre di più dalla formazione culturale di base degli italiani.
    Dunque questa prima asserzione muove da un difetto di informazione. Meno inevitabile, e anzi proprio inaccettabile è l’asserzione in base a cui la critica non giudica. Possiamo fingere di ignorare o di voler trascurare l’etimo stesso di critica (scerno, separo e dunque scelgo e giudico) e però non dell’attività di tutti i critici che abbiamo letto, studiato, annotato, postillato, discusso, assimilato, imparato, riprodotto, copiato, plagiato, ingurgitato, contestato, preferito, amato, odiato: non mi pare che non giudicassero Contini, Debenedetti, Muscetta, Dinositotti, Mazzacurati e per li rami non mi pare che non giudicihino Sanguineti, Luperini, Lavagetto, Mengaldo, Berardinelli, critici diversissimi, e tutti ugualmente giudici, a pieno diritto (non poliziotti del gusto, come deprecava Massimo Onofri in un libello di qualche tempo fa, ma giudici che è un’altra cosa: e non è un caso che i giudici piacciano alla sinistra e i poliziotti alla destra, per fare una boutade). La critica dunque giudica eccome, lo fa continuamente, e meno male, così il giudizio è intrinseco all’essenza stessa del discorso critico, e nessuna critica che abbia senso può limitarsi a segnalare problemi, ad aprire prospettive e bla bla bla (quanto ci piace chiacchierare).
    Ma facciamo pure, per assurdo, che il critico, come piacerebbe ad alcuni, non sia altri che un lettore come un altro, poniamo che si stia qui solo a far questo, a leggere i libri, tutt’al più potendone (ma per benevola concessione del lettore qualunque) dare qualche dotta informazione aggiuntiva, che non pregiudichi, sia mai, il godimento estetico ed empatico. Allora però leggiamoli i libri. Io il libro di Ammaniti l’ho letto (e recensito), e quando ho letto lo stralcio che ne riportava Stefano da Nori l’ho dovuto rileggere due volte, perché il sistema metaforico attribuito a Ammaniti non mi pareva minimamente corrispondere allo spirito del libro, né coglierne la cifra profondamente auerbachiana o meglio bachtiniana di realismo, nel senso sia di mescolanza di stili e registri (quello comico o parodico per temi come amore e morte, e quello tragico-elegiaco per situazioni quotidiane) ma anche il rovesciamento programmatico (e propriamente parodico, appunto) di valori all'interno di un mondo in cui la copertina dello scrittore con la cantante di successo conta certo di più dei libri che lo scrittore (non) riesce (più) a scrivere. Metaletteratura, gioco furbo e ammiccante, forse. Ma un libro c’è, c’è uno stile, c’è una lingua, c’è del realismo, ci sono dei valori messi in discussione attraverso la modalità parodica.
    Allora, prima di esprimerci come sento fare agli esordienti ventenni in tv (la letteratura non giudica, parola di esordiente ventenne in tv, appunto), e di andare per assiomi e discussioni-chiacchiera da salotto buono su cosa deve fare non fare la letteratura o la critica, facciamo qualcosa di serio e duraturo, come quei critici su cui ci siamo formati, che ci hanno formato e che è tempo di considerare (lo dico?) non più solo padri e maestri e fratelli, ma colleghi di sapienza (l’ho detto!). Perché fra un po’ a furia di chiacchiere metacritiche restiamo fuori dall’attualità e questo non ci interessa (mentre il direttore di Libero a meno di 30 anni dirige le pagine sedicenti culturali di un sedicente giornale, e pazienza), ma avalliamo pure lo scardinamento e il bando, proprio, dal discorso letterario, di quei valori su cui ci siamo formati e in cui continuiamo a credere spendendoci per quelli, non dico senza lo stipendio di Borgonovo, ma proprio gratis. Accettiamo che siano completamente azzerati, cancellati, sopraffatti da altre logiche, in cui lo scrittore non giudica ma butta giù i pensierini di giornata e il critico, guai fare il suo mestiere, tutt’al più sta in salotto a parlare di criteri avulsi non solo ormai dagli oggetti ma pure dai soggetti (ossia i critici stessi, intesi come persone reali e fisicamente agenti e non come ideali di carta) che questi famigerati criteri dovrebbero cercare. 10-02-2010 19:16 - Gilda Policastro
  • Ha fatto bene Cortellessa ad aprire la questione se uno scrittore di sinistra possa scrivere su un giornale di destra. Nel tempo della gran confusione sembra che tutto sia lecito e tutto da accettare. «Criticare», però, è la funzione del critico: sospendere il giudizio e cercare i criteri. Il critico non valuta né giudica, come si ritiene di solito erroneamente: pone il problema, apre la discussione, va alla ricerca degli strumenti e dei metodi con cui leggere il testo, o la realtà. Il critico si chiede, e ci chiede, se qualcosa sia giusto, o funzioni, e perché, come spiegarlo, che valore ha rispetto al mondo in cui viviamo. Non dà o nega patenti, non promuove o boccia, ma fa domande: la sua azione è sempre una scommessa, un’ipotesi da verificare, un azzardo verso il futuro.
    La questione dell’etica dell’intellettuale parte da qui: scrivere su un giornale di destra, a giudizio di Cortellessa, vuol dire accettarne il contesto, fare parte di una cornice, dimenticarsi che il proprio linguaggio, lì dentro, non stride più ma si fa catturare, omologare. È come fare il pacifista in una comitiva di skinheads: quando parte la caccia al nero che fai, ti metti puntualizzare che tu dici solo ‘nero’ mentre gli altri dicono ‘negro’?
    Il problema non è solo il contesto, però: è il linguaggio stesso, che non si definisce in termini di appartenenza, ma di uso. Non si è di sinistra perché si scrive su Repubblica o di destra perché si scrive sul Giornale: magari si scrive su Repubblica perché si è di sinistra e sul Giornale perché si è di destra. Fatta salva la libertà della scelta, che non è affatto ovvia e garantita. Sono note le litanie: visto che il giornale X, che mi dovrebbe rappresentare, non mi consente di collaborare, meglio il giornale Y, che è della parte opposta, ma almeno è tanto liberale e generoso da farmi scrivere. È come la storia di quel militante del Pci degli anni 60, che leggeva solo Il Secolo anziché l’Unità per restare fedele alla linea del partito.
    L’affermazione della retorica della libertà come unico valore politico ha messo in crisi qualsiasi orizzonte comunitario: non conta più cosa dico, ma solo il fatto che io possa dirlo. Meglio, anzi, se posso dirlo a chi la pensa diversamente da me. È questo l’argomento di Paolo Nori. Bisognerà tornarci, allora, all’articolo di Nori da cui è partita la questione: il grande assente, infine, dal dibattito, come se, ancora una volta, nell’universo del postmoderno e della tecnocrazia, contasse solo il dove anziché il cosa, il contesto più del testo. Il cosa, infine, è un come, perché cosa dici, lo sappiamo tutti, dipende da come lo dici.
    Nori recensiva un libro di Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, da poco uscito per Einaudi Stile libero. Confrontando una serie di metafore e similitudini usate da Ammaniti con una serie analoga tratta dal romanzo Via della Trincea del finlandese Kari Hotakainen, Nori dichiarava la propria estraneità all’universo immaginifico e linguistico di Ammaniti, che ci parla di testuggini a cui hanno sfilato il guscio e dei gioielli etnici di cui si copre una principessa berbera nel giorno dell’incoronazione, mentre i pugni che crescono alla velocità dei pini, lo stufato del rancore, i rutti dopo la birra, di Hotakainen gli sono familiari e gli suonano comprensibili. Cos’è di Ammaniti che non gli piace, insomma? L’esotismo, l’orientalismo, il gusto per la metafora ricercata ma senza referente di realtà. Invece di Hotakainen gli piace la capacità di fare riferimento all’esperienza sensoriale, immediata e quotidiana. Tutto molto chiaro, un po’ anni 50, ma decisamente di sinistra, se sinistra è dare pane al pane e destra ammiccare senza costrutto.
    Sorprende un po’, allora, la citazione conclusiva da Mandel’stam lettore e critico di Dante, in cui si afferma che «la parola ci appare […] molto più lunga di quanto credessimo, sicché ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino». La metafora dantesca, frutto di un «lunghissimo viaggio», sconvolge e colpisce perché, sempre stando alla lezione di Mandel’stam, «è un fascio di significati che, lungi dal convergere in un medesimo punto ufficiale, s’irradiano in diverse direzioni». La pluralizzazione del senso è ciò che caratterizza il linguaggio dantesco: proprio ciò che manca tanto ad Ammaniti, disperatamente alla ricerca dell’effetto speciale, quanto a Hotakainen, fideisticamente appiattito sul valore di realtà delle cose. Quando Dante parla del letame fiesolano su cui è sorta miracolosamente una pianta o invita a lasciar grattar là dov’è la rogna, non sta usando un dato di realtà per spiegare un altro dato di realtà (i pugni come i pini, lo stufato come il rancore, i rutti come gli stimoli, ecc.), ma sta facendo esattamente il contrario, cioè usa la realtà per spiegare dei concetti, che sono un’etica e un’estetica (la merda o la rogna per l’abiezione morale, con la conseguente distinzione tra buono e cattivo). Ecco, ciò che a Nori è venuto meno nella recensione ad Ammaniti, è proprio il criterio di giudizio, la distinzione tra buono e cattivo, la capacità di fare critica: quello che è, in realtà, l’obiettivo di Libero come giornale, cioè di un giornale, come tanti oggi in Italia, che preferisce l’urlo alla discussione, la provocazione momentanea allo scandalo che fa riflettere, i riflettori dell’hic et nunc alla proiezione verso il futuro.
    Sinistra e destra non corrispondono più all’antitesi tradizionale tra progresso e conservazione: le parti si sono quasi capovolte. Se un criterio si deve andare a cercare per distinguerle, resterà valida la distinzione di Italo Calvino tra una destra che vuole confermare il mondo così com’è e una sinistra che combatte per un mondo diverso? Il mondo così com’è è quello delle semplificazioni a uso commerciale, pubblicitario o propagandistico: scrittura vaga e scrittura realistica. Un mondo diverso potrebbe essere quello che comincia a interrogarsi sulla diversità e la pluralità: non libri che confermano la mia (misera) esperienza, ma libri che m’invitano a guardare la complessità, la contraddizione, l’intrasferibilità o opacità del mondo sulla pagina.
    Mi rendo conto di aver fatto anch’io ciò che sto criticando: tagliare la realtà in due, stabilire confini e alzare barriere. Mi resta un solo argomento difensivo, ormai: vorrei che fosse una proposta e una domanda anziché un giudizio di valore. Aprire anziché chiudere: forse il mondo delle illusioni è finito, ma appiattirsi sulla realtà nel nome del proprio, sia esso l’isolamento estetico del genio romantico o il servizio al popolo dell’intellettuale militante, di sinistra certo non è. 06-02-2010 16:54 - Stefano Jossa
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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