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Roberta Carlini
Università e ricerca, saggio sui mali italiani
Nel palazzone del Cnr, in piazzale Aldo Moro a Roma, c'è una grande biblioteca nella quale sono consultabili le riviste scientifiche di tutto il mondo. Peccato che non ci siano i ricercatori, gradualmente decentrati per far posto al corpaccione amministrativo (oltre 2mila persone, due amministrativi o tecnici ogni 3 ricercatori). Poco male, si dirà, tanto c'è l'abbonamento internet. Peccato però che anche in rete le riviste siano accessibili solo dalla sede centrale, salvo pagarsele.
Il caso della biblioteca del Cnr è solo un piccolo esempio di vita vissuta all'interno di un quadro generale dei mali (e del bene) della ricerca e dell'università in Italia, fatto da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi in un libro appena uscito, «I ricercatori non crescono sugli alberi» (Laterza, 2009, 12 euro). Libro scritto dai due autori «per fatto personale»: sono entrambi ricercatori di fisica, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all'estero, scontenti, anzi indignati, del sistema italiano, ma determinati a scongiurare un rischio: diventare degli ex-giovani brontoloni. Qualche tempo fa hanno pubblicato un articolo sull'invecchiamento della nostra università che ha avuto molta risonanza e anche qualche effetto politico, adesso mettono in giro questo libro e lo mettono pubblicamente in discussione in un blog: ricercatorialberi.blogspot.com/.
Punto di partenza - e di arrivo - del saggio è il sistema pubblico dell'università e della ricerca. Il sistema dei baroni che si tengono stretti gli allievi, degli allievi che non devono superare il maestro, dei ricercatori che quando entrano in ruolo hanno già i capelli bianchi, degli ultrasettantenni che non vogliono lasciare la cattedra (il che sarebbe anche bello) e soprattutto non mollano il potere (il che è meno bello), dei tagli del governo che stanno portando gran parte degli atenei sull'orlo del fallimento. Al contrario di quanto succede nella gran parte della pamplhettistica sull'università italiana, qui l'elenco delle malefatte non è connesso a una ricetta privatizzatrice. Si contestano dunque alcuni luoghi comuni, con dati e analisi - spesso assai tecniche, ma il cui esito è comprensibile ai non addetti ai lavori. E si evita di alimentare ancora l'aneddotica sul malcostume accademico, concentrandosi su alcuni nodi che possono spiegare come un sistema così si sia potuto formare e abbia potuto crescere. Tra i tanti punti analizzati, quello cruciale, che a catena produce altri problemi, è l'assenza della valutazione indipendente, dei ricercatori e dei loro risultati.
Gli autori non ci nascondono i problemi che ci sono nei meccanismi della valutazione «tra pari», il gran dibattito che c'è sugli indici legati alle pubblicazioni e alle citazioni, la necessità di essere sempre vigili contro qualsiasi illusione di una valutazione «automatica»: pure, dicono, c'è la possibilità di valutare la qualità della ricerca che si fa, e distribuire poi i soldi in base a questa valutazione; e sarebbe bene stare ai fatti, a quel che esce dalle nostre università e dai nostri enti di ricerca, invece di impastoiarsi nelle regole sulla selezione all'ingresso, inventarsi improbabili sorteggi o affidarsi alle virtù salvifiche di un sistema privato che, in crisi adesso anche negli Usa, in Italia non ha mai scucito un euro per la ricerca. La scelta di fare proposte, e dunque esporsi anche a un dibattito su queste, fa uscire il lavoro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi dall'elenco dei libri-lamentela.
La versione completa dell'articolo su http://www.sbilanciamoci.info
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Sugli USA: basta dire che nessun gruppo di studiosi ha mai potuto mettere in piedi una ricerca sulle manifestazioni pratiche dell'antisemitismo di Henry Ford: l'industria dell'auto avrebbe stretto i cordoni della borsa e questo produce un'irresistibile autocensura. E' solo un esempio ma mi sembra di peso. 03-02-2010 10:29 - irisblu
I punti 1-4 poi contengono delle affermazioni scorrette (soprattutto da parte di un “addetto ai lavori”):
1) Andrea dovrebbe sapere che nell’università italiana, di solito, servire qualche barone è un pre-requisito per ottenere un posto da ricercatore e non qualcosa che decidi dopo. Oggi lavoro in un’Università svizzera e posso assicurarti che qui le cose funzionano diversamente (in modo “anglosassone”) senza che per questo ci sia meno libertà, anzi.
2) E’ abbastanza scontato che per valutazione esterna si intenda che un biologo molecolare dell’ università di Brescia possa essere valutato da un biologo molecolare di Stoccolma o Amsterdam, non certo da un architetto di Brescia
3) Il potere dei baroni non è “formale” anche prima dei 70 anni. Se ognuno esercitasse solo i poteri che la legge gli concede ,ovviamente non ci sarebbe alcun tipo di problema...
4) Qui c’è un controsenso evidente: il fatto che gran parte (99%, 98% Ad essere ottimisti?) implica di per se che entri solo se un barone ti fa entrare, in Italia. All’estero, varierà da paese a paese, ma in genere, sistemi basati sul merito sono più diffusi che in Italia. 01-02-2010 11:01 - Fabrizio71
Spero che i miei figli non attraversino più la linea gotica se non per le vacanze. 31-01-2010 20:02 - maria francesca
1) i nostri ricercatori sono gli unici del mondo liberi di fare ricerca su quello che vogliono. Chi non lo fa si sarà fatto i suoi conti in tasca ed avrà preferito servire qualche barone. Ma non è obbligato a farlo. Ad ogni rforma questa libertà diminuisce, perchè le riforme le controlla chi ha potere.
2) La valutazione "esterna" è concretamente improponibile. Già passiamo tutti quanti metà del nostro tempo a valutarci l'un l'altro, almeno lasciateci lavorare l'altra metà del tempo. E' nel vostro interesse. Chi volete che lo valuti un addetto alla biologia molecolare? soltanto un altro del suo stesso mestiere, non si scappa.
3) Passati i 70 non hai nessun potere formale. Zero. Se il potere ti rimane, è perchè chi prima ti stava sotto continua a sentirsi in dovere di obbedirti.
4) i nostri concorsi sono in gran parte truccati. Ma in parte no, e questo fa dell'itallia un paese unico al mondo, perchè è l'unico dove si venga assunti per concorso. Nel resto del mondo, entri SOLO se un barone ti fa entrare, e resti dentro fino a che vuole lui. Da noi non ti tocca nessuno,
5) Il sistema baronale è figlio della democrazia interna. Le cariche universitarie sono votate, e chi controlla più voti pesa di più. Può non piacere, ma l'alternativa è la nomina politica, come negli ospedali. Sicuri che sarebbe un progresso? Il preside attuale della facoltà di ingegneria di brescia è stato eletto grazie ai voti determinanti dei rappresentanti degli studenti. In nessun altro paese al mondo può succedere una cosa del genere.
6) L'italia è quello che è. E' grottesco immaginare che le università siano l'oasi anglosassone. Ma ad ogni legislatura si alza il coro di quelli che sognano l'ennesima riforma, ovviamente messa in cantiere dai propri padrini politici. Siamo alla terza riforma in quindici anni, il continuo succedersi delle riforme sta di fatto svuotando di valore professionale il titolo di laurea. Nel momento in cui dici "mi sono laureato" ma l'altro ti risponde "in che anno?" la tua laurea non vale niente.
7) Del sistema di libertà di cui gode un universitario, c'è chi approfitta in modo impresentabile. Ma vorrei ricordare che molte di queste libertà sono specificamente protette dall'articolo 3 della costituzione, e per sensate ragioni: il lavativo che ci marcia è visto come un male minore rispetto ad un sistema formativo di impronta autoritaria o controllato politicamente. 31-01-2010 17:36 - andrea61