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FUORIPAGINA
31/01/2010
  •   |   Roberta Carlini
    Università e ricerca, saggio sui mali italiani

    Nel palazzone del Cnr, in piazzale Aldo Moro a Roma, c'è una grande biblioteca nella quale sono consultabili le riviste scientifiche di tutto il mondo. Peccato che non ci siano i ricercatori, gradualmente decentrati per far posto al corpaccione amministrativo (oltre 2mila persone, due amministrativi o tecnici ogni 3 ricercatori). Poco male, si dirà, tanto c'è l'abbonamento internet. Peccato però che anche in rete le riviste siano accessibili solo dalla sede centrale, salvo pagarsele. 
    Il caso della biblioteca del Cnr è solo un piccolo esempio di vita vissuta all'interno di un quadro generale dei mali (e del bene) della ricerca e dell'università in Italia, fatto da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi in un libro appena uscito, «I ricercatori non crescono sugli alberi» (Laterza, 2009, 12 euro). Libro scritto dai due autori «per fatto personale»: sono entrambi ricercatori di fisica, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all'estero, scontenti, anzi indignati, del sistema italiano, ma determinati a scongiurare un rischio: diventare degli ex-giovani brontoloni. Qualche tempo fa hanno pubblicato un articolo sull'invecchiamento della nostra università che ha avuto molta risonanza e anche qualche effetto politico, adesso mettono in giro questo libro e lo mettono pubblicamente in discussione in un blog: ricercatorialberi.blogspot.com/. 
    Punto di partenza - e di arrivo - del saggio è il sistema pubblico dell'università e della ricerca. Il sistema dei baroni che si tengono stretti gli allievi, degli allievi che non devono superare il maestro, dei ricercatori che quando entrano in ruolo hanno già i capelli bianchi, degli ultrasettantenni che non vogliono lasciare la cattedra (il che sarebbe anche bello) e soprattutto non mollano il potere (il che è meno bello), dei tagli del governo che stanno portando gran parte degli atenei sull'orlo del fallimento. Al contrario di quanto succede nella gran parte della pamplhettistica sull'università italiana, qui l'elenco delle malefatte non è connesso a una ricetta privatizzatrice. Si contestano dunque alcuni luoghi comuni, con dati e analisi - spesso assai tecniche, ma il cui esito è comprensibile ai non addetti ai lavori. E si evita di alimentare ancora l'aneddotica sul malcostume accademico, concentrandosi su alcuni nodi che possono spiegare come un sistema così si sia potuto formare e abbia potuto crescere. Tra i tanti punti analizzati, quello cruciale, che a catena produce altri problemi, è l'assenza della valutazione indipendente, dei ricercatori e dei loro risultati.
    Gli autori non ci nascondono i problemi che ci sono nei meccanismi della valutazione «tra pari», il gran dibattito che c'è sugli indici legati alle pubblicazioni e alle citazioni, la necessità di essere sempre vigili contro qualsiasi illusione di una valutazione «automatica»: pure, dicono, c'è la possibilità di valutare la qualità della ricerca che si fa, e distribuire poi i soldi in base a questa valutazione; e sarebbe bene stare ai fatti, a quel che esce dalle nostre università e dai nostri enti di ricerca, invece di impastoiarsi nelle regole sulla selezione all'ingresso, inventarsi improbabili sorteggi o affidarsi alle virtù salvifiche di un sistema privato che, in crisi adesso anche negli Usa, in Italia non ha mai scucito un euro per la ricerca. La scelta di fare proposte, e dunque esporsi anche a un dibattito su queste, fa uscire il lavoro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi dall'elenco dei libri-lamentela. 


    La versione completa dell'articolo su http://www.sbilanciamoci.info


I COMMENTI:
  • Andrea ha ragione ma invece di dire "in Italia" dovrebbe dire nell'Europa continentale.
    Sugli USA: basta dire che nessun gruppo di studiosi ha mai potuto mettere in piedi una ricerca sulle manifestazioni pratiche dell'antisemitismo di Henry Ford: l'industria dell'auto avrebbe stretto i cordoni della borsa e questo produce un'irresistibile autocensura. E' solo un esempio ma mi sembra di peso. 03-02-2010 10:29 - irisblu
  • Basta con le chiacchiere,riforma della scuola subito il futuro dei nostri figli è in pericolo,non siamo competitivi nella comunità europea,siamo il fanalino di coda nell'istruzione(e non solo).Nelle scuole non esiste meritocrazia,c'è corruzione,professori non controllati(ma politicizzati).Nelle nostre scuole si è asini già alle elementari,per non parlare delle università che servono solo come ufficio di collogamento per figli,mogli,amanti,nipoti,amici dei rettori.Sono oltre 20 anni che maestri,professori,docenti universitari,presidi,baroni,bidelli,si oppongono a qualsiasi riforma della scuola italiana,nel frattempo è precipitata a livello del 3^ mondomi scuso con il 3^ mondo).Chi vive nella scuola giustamente non ha interesse a mdificare la ituazione che procura vantaggi.Gli studenti dovrebbero ribellarsi,ma non quelli dell'ONDA,che sperano che cada il governo,così niente riforme pr la gioia di questi 4 gatti ignoranti mantenuti e isonesti.Io da uomo di sinistra deluso e amareggiato mi indigno come noi siamo contro ogni cambiamento,che la dx cerca di fare,si dovrebbe collaborare con idee e non parlare solo di manette e forche,pe questo deleghiamo di pietro,che di odio e disonestà è maestro(mi scuso per i maestri,persone intelligenti).Ma perchè la sx è per i professori(e contro gli alunni)-è per i ferrovieri(e contro i viaggiatori)--è per i medici e infermieri(e non per i malati)--è per i magistrati(e non per il cittadino comune.La sx è per questi apparati e lascia solo la povera gente debole,inerme e indifesa.Poi ci si meraviglia perchè la gente vota dx e Berlusconi,si deve tornare a parlare con la gente,come si faceva una volta e abbandonare i salotti radical-chic e le scampagnate a Roma(siamo sempre gli stessi e ci battiamo le mani fra noi).Se non si capisce ciò rirorneremo a governo il paese fra 100 anni. 01-02-2010 12:42 - enzo
  • Andrea61 evidentemente è un “addetto ai lavori”, cioè lavora nell’università. Il suo pensiero lo esprime bene nel punto 6 e coincide con quello di tante persone che ho incontrato nell’università italiana (spesso si tratta anche di persone indubbiamente valide nel proprio lavoro): In sostanza l’università (e l’Italia tutta) non potrà mai funzionare su un sistema basato sul merito (“anglosassone” lo definisce), tanto vale rassegnarsi al sistema “italiano” (cioè basato sull’intrallazzo e sullo scambio di favori, con irregolarità conseguenti) e farlo funzionare il meglio possibile. Al limite ci si può ritagliare una propria nicchia di libertà (solo se si fa una ricerca “low cost”, visto che di solito i fondi vengono assegnati con le modalità di cui sopra).
    I punti 1-4 poi contengono delle affermazioni scorrette (soprattutto da parte di un “addetto ai lavori”):

    1) Andrea dovrebbe sapere che nell’università italiana, di solito, servire qualche barone è un pre-requisito per ottenere un posto da ricercatore e non qualcosa che decidi dopo. Oggi lavoro in un’Università svizzera e posso assicurarti che qui le cose funzionano diversamente (in modo “anglosassone”) senza che per questo ci sia meno libertà, anzi.
    2) E’ abbastanza scontato che per valutazione esterna si intenda che un biologo molecolare dell’ università di Brescia possa essere valutato da un biologo molecolare di Stoccolma o Amsterdam, non certo da un architetto di Brescia
    3) Il potere dei baroni non è “formale” anche prima dei 70 anni. Se ognuno esercitasse solo i poteri che la legge gli concede ,ovviamente non ci sarebbe alcun tipo di problema...
    4) Qui c’è un controsenso evidente: il fatto che gran parte (99%, 98% Ad essere ottimisti?) implica di per se che entri solo se un barone ti fa entrare, in Italia. All’estero, varierà da paese a paese, ma in genere, sistemi basati sul merito sono più diffusi che in Italia. 01-02-2010 11:01 - Fabrizio71
  • In risposta ad alcuni punti di andrea 61: 1) no, in Italia non è l''unico paese dove si fa ricerca su quel che si vuole. Io vivo negli USA (sistema non perfetto, anzi) e faccio quel che mi pare; 2) Io non sono entrato in università negli States perché un barone mi ha fatto entrare. E neppure i miei colleghi. Non succede e basta. Si entra con una selezione abbastanza chiara e competitiva. Prima di generalizzare (tutto il mondo!) informarsi. 31-01-2010 22:38 - Fabio
  • L'università serve a dare il "livello" ad una società, come il resto del percorso scolastico in ogni caso. Livello professionale di eccellenza, per non dover più spalar le pietre. Livello di cultura sociale diffuso, per finirla di sognare tutti di diventare calciatori e veline. Livello di capacità critica, per non farsi fregare da Papi. Livello di competenza tecnica, per non farsi fregare dalle tecnocrazie. Livello di apertura, per capire cina ed india invece che esserne spaventati. 31-01-2010 22:16 - andrea61
  • Non serve discutere sull'università se prima non si capisce a cosa serva questa in Italia. 31-01-2010 21:06 - enrico
  • Un figlio destinato ad un dottorato di ricerca, fortunatamente ha lasciato perdere perchè dopo tre anni sarebbe ritornato al punto di partenza, più vecchio, più demotivato con molte difficoltà a riqualificarsi, nel senso di provare altre strade dopo essersi focalizzato per 36 mesi su pochi, specialissimi problemi. La decisione non è stata indolore: 12 mesi di master alla Bocconi e vitto e alloggio a Milano ci sono costati, al momento, ben trentamila euro. ma grazie all'eclettismo degli studi ( filosofia, triennale + specialistica), e l'attitudine ( sempre trenta e lode), si spera di esserci assicurati un'avvenire. Ci ha perso la ricerca. L'altro figlio ha una laurea meno eclettica, più specialistica ( biologia marina) e con tutto questo mare ci dovrebbe essere qualche speranza. Stendiamo però un velo pietoso sullo stato dell'arte della ricerca. per completare i rilievi per la tesi, il ragazzo, non potendo andare da solo, portava con sè qualche amico che lo sorveglisse e scrivesse i dati. Se tutto va bene andrà in Spagna, che sebbene la crisi, c'è una visione diversa e dopo un master universitario, molto verosimilmente avrà un dottorato. Del resto anch'io trentacinque anni fa sono rimasta per tre anni in facoltà, lavorando diciotto ore anche per guadagnare qualche soldino dovendo pagare le tasse di iscrizione all'ordine. Avendo alle spalle solo lla pensione di mio padre, lasciai perdere, peregrinando da incarico a incarico tra gli ospedali italiani.
    Spero che i miei figli non attraversino più la linea gotica se non per le vacanze. 31-01-2010 20:02 - maria francesca
  • Pietà! di nuovo la stessa sfilata di luoghi comuni sull'università. Chiariamo alcuni punti "per i non addetti ai lavori":
    1) i nostri ricercatori sono gli unici del mondo liberi di fare ricerca su quello che vogliono. Chi non lo fa si sarà fatto i suoi conti in tasca ed avrà preferito servire qualche barone. Ma non è obbligato a farlo. Ad ogni rforma questa libertà diminuisce, perchè le riforme le controlla chi ha potere.
    2) La valutazione "esterna" è concretamente improponibile. Già passiamo tutti quanti metà del nostro tempo a valutarci l'un l'altro, almeno lasciateci lavorare l'altra metà del tempo. E' nel vostro interesse. Chi volete che lo valuti un addetto alla biologia molecolare? soltanto un altro del suo stesso mestiere, non si scappa.
    3) Passati i 70 non hai nessun potere formale. Zero. Se il potere ti rimane, è perchè chi prima ti stava sotto continua a sentirsi in dovere di obbedirti.
    4) i nostri concorsi sono in gran parte truccati. Ma in parte no, e questo fa dell'itallia un paese unico al mondo, perchè è l'unico dove si venga assunti per concorso. Nel resto del mondo, entri SOLO se un barone ti fa entrare, e resti dentro fino a che vuole lui. Da noi non ti tocca nessuno,
    5) Il sistema baronale è figlio della democrazia interna. Le cariche universitarie sono votate, e chi controlla più voti pesa di più. Può non piacere, ma l'alternativa è la nomina politica, come negli ospedali. Sicuri che sarebbe un progresso? Il preside attuale della facoltà di ingegneria di brescia è stato eletto grazie ai voti determinanti dei rappresentanti degli studenti. In nessun altro paese al mondo può succedere una cosa del genere.
    6) L'italia è quello che è. E' grottesco immaginare che le università siano l'oasi anglosassone. Ma ad ogni legislatura si alza il coro di quelli che sognano l'ennesima riforma, ovviamente messa in cantiere dai propri padrini politici. Siamo alla terza riforma in quindici anni, il continuo succedersi delle riforme sta di fatto svuotando di valore professionale il titolo di laurea. Nel momento in cui dici "mi sono laureato" ma l'altro ti risponde "in che anno?" la tua laurea non vale niente.
    7) Del sistema di libertà di cui gode un universitario, c'è chi approfitta in modo impresentabile. Ma vorrei ricordare che molte di queste libertà sono specificamente protette dall'articolo 3 della costituzione, e per sensate ragioni: il lavativo che ci marcia è visto come un male minore rispetto ad un sistema formativo di impronta autoritaria o controllato politicamente. 31-01-2010 17:36 - andrea61
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