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FUORIPAGINA
09/02/2010
  •   |   Gabriele Polo
    Il sindacato nella crisi

    C'era una volta il Veneto-locomotiva, quello dei mille capannoni che conquistano il territorio, delle mille imprese ricche di schei ed egoismi: ora i capannoni sono semivuoti, gli schei un po' sfumati e gli egoismi degenerati in impauriti rancori, gli ultimi frutti della crisi globale. Ma prima ancora, tante crisi fa, c'era il Veneto molto agricolo e un po' industriale, quello delle grandi famiglie «valligiane» che si tenevano distanti da Venezia (e da Marghera): Rossi, Marzotto, un bel pezzo del tessile italiano, il cuore del paternalismo tutto casa e azienda, quello che attorno alla fabbrica ci costruiva i «villaggi operai» per i vassalli della «moderna impresa».
    Villanova, frazione di Fossalta di Portogruaro, via Ita Marzotto: partiamo da qui, dal Linificio Canapificio Nazionale, per il nostro viaggio nel congresso della Cgil. Da uno tra le migliaia di assemblee di base che - almeno sulla carta - dovrebbero coinvolgere quasi sei milioni di iscritti: metodo empirico e poco scientifico, il nostro, per capire lo stato di salute del sindacato e, soprattutto, cosa significhi «fare sindacato» nel mondo globalizzato e nel bel mezzo di una crisi economica e sociale senza precedenti.
    Lo stabilimento di Fossalta - suo malgrado - ben si presta allo scopo: trent'anni fa - quando il Linificio era nel pieno della sua attività - i dipendenti del settore tessile-calzaturiero-conciario in Italia erano 1.100.000; oggi sono 600.000, un crollo sotto i colpi delle delocalizzazioni a basso costo verso l'Est, del lavoro nero e, poi, della concorrenza cinese. Così oggi il Linificio è considerata una fabbrica senza futuro e nonostante le tante promesse di rilancio su produzioni d'elite (il lino biologico), Marzotto prepara la dismissione.
    Tra la trentina di iscritti alla Cgil - in maggioranza donne - che si ritrovano per il congresso si racconta la storia di uno stabilimento che doveva essere un modello di «sviluppo integrato». Gaetano Marzotto lo costruì, nel secondo dopoguerra, nel mezzo della sua grande tenuta di campagna a nord-est di Venezia, a due passi dal «villaggio vacanze marine» aziendale, seguendo l'idea del distretto agroindustriale: un luogo di trasformazione dei prodotti della terra, un contenitore unico per cotonificio, zuccherificio, linificio, vetreria, latteria e cantina. Una sorta di fabbrica globale, il principale punto di riferimento industriale della zona, al punto da soprannominarla la «Fiat di Portogruaro». Ora, dei fasti del vecchio Marzotto rimane solo il busto del conte all'ingresso di una spoglia portineria in cui passano soprattutto i dipendenti della vetreria e i pochi addetti della cantina sociale. Tutto il resto è archeologia industriale, o quasi. A partire dal Linificio, il cui declino inizia negli anni Novanta, non per una crisi di prodotto ma per le delocalizzazioni in Tunisia e in Lituania. Poi sono «arrivati i cinesi e siamo stati travolti - raccontano qui - non è bastata la fusione con la Zignago, perché Marzotto pensa solo a tagliare». Come a dire che qui la crisi è arrivata ben prima del crack finanziario americano, che è frutto di una competizione tutta fatta sul costo del lavoro.
    E il sindacato? La Cgil? A resistere ci ha provato: prima due anni di contratti di solidarietà, poi due anni di Cassa integrazione straordinaria e, in mezzo, scioperi, picchetti, cortei, coinvolgimento della politica, almeno quella locale, un tempo tutta centrosinistra, ora un bel po' leghista-Pdl. «Ma, con i tempi che corrono - raccontano i delegati della Rsu - noi siamo diventati una delle tante crisi, i politici sono tutti presi da altre cose, da altre emergenze e se proprio si devono occupare di crisi industriali, guardano a Marghera... lì sono in tanti». Oppure preparano interventi di piccola assistenza alla povertà, come la locale Conferenza dei sindaci che sta mettendo in atto un pacchetto di sussidi in cui si va dal «credito per i nuovi nati» al «bonus libri di testo», ad altre agevolazioni, mettendo insieme tutto ciò che si può fare per legge (nazionale o regionale): tutto, tranne qualunque intervento per il lavoro. Quello viene lasciato al «mercato» che, di taglio in taglio, ha ridotto i lavoratori del Linifico a poco più di 200, la metà di dieci anni fa: solo per una sessantina di loro Marzotto promette un futuro. Ma in molti dubitano delle parole aziendali, mentre l'oggi fa i conti con i 750 euro della Cassa integrazione. Non che prima si navigasse nell'oro: i contratti dei tessili sono tra i più poveri dell'industria e con notturni e festivi - come si lavorava anche qui ai tempi delle «vacche grasse» - si portava a casa meno di 1.200 euro.
    Tutto questo ritorna nel piccolo congresso Cgil del Linificio. Nelle parole dei due relatori - costretti a calare in una situazione così difficile l'illustrazione di due documenti contrapposti - ma anche nel silenzio che segue gli interventi di presentazione. Tiziana (mozione 1) e Gianfranco (mozione 2), prima di provare a far capire cosa le rispettive posizioni significhino qui, al Linificio, aggiornano la situazione delle trattative con l'azienda, spiegano che Marzotto è disponibile solo a incentivare l'esodo e che ipotesi di ricollocazione in altre imprese della zona non ce ne sono, per ora. Solo, come sempre, i pochi mesi di lavoro stagionale estivo sulla costa, soprattutto per le donne, soprattutto per le mansioni più umili.
    Poi, sempre nel silenzio, si passa all'illustrazione dei due documenti, che tradotti in chiave locale significano «ricerca di alleanze per contrastare la crisi, più risorse agli ammortizzatori sociali e meno tasse sul lavoro» per Tiziana, «presa d'atto che la concertazione è finita, contrasto delle delocalizzazioni e degli appalti al massimo ribasso» per Gianfranco. Pochi minuti ciascuno, che «aprono e chiudono» il congresso, perché prima del voto (75 iscritti, 25 votanti, 4 nulle, 18 a 3 per il documento n.1), l'assemblea si divide in tanti pezzetti, nei capannelli per ricucire ciò che la fabbrica vuota ha separato. Almeno per un po'. Per qualche minuto, in cui - assieme alle cronache del proprio quotidiano - c'è anche il tempo per parlare comunque di un futuro. Di un sindacato che visto da queste latitudini avrebbe bisogno di un bel salto di qualità, oltre la gestione della crisi: «Noi non possiamo nemmeno salire sui tetti - si sfoga una lavoratrice con una collega -, perché tutti sanno le condizioni in cui siamo e la mancanza di prospettive. A forza d'affrontare le crisi con responsabilità e di contrattarla siamo scomparsi». «Ma a forza di batterci e urlare ci siamo sfiniti e rimasti senza voce», ribatte l'amica. Per un attimo risuonano gli echi di quando si era «di lotta e di governo», di quando conflitti e negoziati intrecciavano una narrazione comune. Ma l'ora di assemblea è finita, si torna a casa: fuori, nel deserto di un'industria che scompare, con le sue storie.
    (1-continua. Le prossime puntate si potranno leggere sul "manifesto" in edicola)


I COMMENTI:
  • io mi ritrovo al 100% nell'intervento di Gianchi

    i due mali del sindacato

    1) il collateralismo verso i governi "amici" (Prodi, Amato, ecc); aveva ragione Gianni Agnelli: "per una politica di destra in Italia occorre un governo di sinistra"

    2) il professionismo: sindacalisti che non hanno mai lavorato in una fabbrica o se lo hanno fatto se ne sono dimenticati 10-02-2010 14:04 - aiace
  • ....sono senza parole, dopo quelle di Massimo Ciancimino... Lo Stato okkupato da chi? Sono senza parole. 10-02-2010 06:55 - almagemme
  • Un brutto film, visto più volte nelle sale cinematografiche quando si va per vedere una produzione italiana. Ne esci con una forte nausea e un magone fervente.
    Voglia di scappare, no, necessità di reagire!
    I nostri sindacati spesso ridicolizzati dalle contrattazioni degli ultimi decenni, senza apertura alle nuove prospettive, si trovano di fronte ad una società sempre più sgretola, illusa, la quale non si sa da che parte prenderla.
    Seppure la crisi in alcuni settori si intravedeva con la luce forte della globalizzazione, oggi la crisi globale dovrebbe essere il pretesto per una contestazione che ha il fine di riconsegnare quella dignità di cittadino, essere sociale, proprietario della propria libertà, ottenuti dall'uomo. Mentre le dinamiche contemporanee tendono a celare tali principi, sotto la maschera del finto progresso. 10-02-2010 03:38 - Antonio
  • «Noi non possiamo nemmeno salire sui tetti - si sfoga una lavoratrice con una collega -, perché tutti sanno le condizioni in cui siamo e la mancanza di prospettive. A forza d'affrontare le crisi con responsabilità e di contrattarla siamo scomparsi». «Ma a forza di batterci e urlare ci siamo sfiniti e rimasti senza voce», ribatte l'amica. Per un attimo risuonano gli echi di quando si era «di lotta e di governo», di quando conflitti e negoziati intrecciavano una narrazione comune. Ma l'ora di assemblea è finita, si torna a casa: fuori, nel deserto di un'industria che scompare, con le sue storie.”
    -------------
    Operaio CGIL Alcoa.
    Io credo che le ultime righe riportate sopra, prese dall’articolo, descrivono drammaticamente le condizioni sociali del mondo operaio oggi.
    E cosa risponde e propone il dirigente sindacale nelle assemblee pre-congressuali a questi operai ? Il nulla …… cioè “ l ’assemblea è finita , si torna a casa” ….. Peccato che ai dirigenti sindacali il deserto per loro non esiste , da assemblea in assemblea fino al congresso finale, verrà scandito il “loro” mantra di sopravvivenza. Il deserto ormai esiste solo per gli operai.
    Cosa dovremmo dire e fare ancora di più di quello che si sta facendo, noi operai, per far capire al sindacato che qualcosa in questa organizzazione non funziona più ?
    Molto probabilmente credo ci sia bisogno e di inventarsi quasi di sana pianta un’ altra forma di organizzazione che ci tuteli, adatta ai tempi e alle nuove forme di lavoro imposte, contro la nostra volontà, soprattutto indipendente ed autonoma dalle organizzazioni padronali, (come potrebbe sembrare ora, ma che nella realtà non lo è) e soprattutto autofinanziata in maniera diversa, da non permettere a nessun a diventare un sindacalista di professione, distaccato dall’ambiente di lavoro.
    Siamo ormai qui a discutere problematiche politico-sindacali che credevamo aver lasciato agli albori della storia sindacale, invece la crisi economica e industriale ce le ripropone vive più che mai.
    Operai ormai politicamente disarmati di tutto e in tutto, in mezzo al quasi deserto industriale, che non trovano risposte a superare queste loro drammaticità nel loro sindacato di riferimento ? E’ il fallimento politico della funzione del sindacato, che dei partiti che vorrebbero rappresentare i ceti operai, è il fallimento della politica industriale nazionale, causato dalle sue classi dominanti e sub-dominanti , di entrambi gli schieramenti politici. 09-02-2010 22:26 - gianchi
  • Congresso ?
    ma basta sono ridicoli, ma chi li ascolta piu'. Alla SKF si sono presentati solo in uno stabilimento perche' negli altri nessuno se li fila piu'. Non siamo scemi loro che hanno firmato la condanna a morte dei lavoratori cosa pensano di ottenere da noi lavoratori?
    Molti di noi sono schierati con il sindacalismo di base che intende spazzare via la concertazione e ci riusciremo. Cosa devono dirci? l'allugamento dell'apprendistato?, firmano accordi al difuori di ogni logica, rinnovo del contratto dei chimici. Ma non erano fuori dlla contrattazione? e poi cosa hanno firmato ? una schifezza di rinnovo. La Fiom? ma cosa vuolke che ha bevuto diversi contratti a perdere pur di restare a galla.
    Ma che vadano al diavolo sti sindacati utili solo per gestire fondi pensione e casa integrazione.
    Vogliamo un processo al sindacato che lo cancelli definitivamente e dia spazio al nuovo, al sindacalismo di base. 09-02-2010 20:38 - SALVATORE INGHES
  • Io queste cose le avevo capite già d un pò.
    Andai nel Cansiglio a visitare le terre dei partigiani di quei posti,ma non trovai gli operai.
    Erano tutti leghiti,mi dicevano i giovani compagni del posto.
    Strano,quella giustificazione non mi convinceva.
    Gli chiesi di farmi avere una vera indagine sul territorio.
    Dopo alcuni mesi che si erano attivati nella ricerca,mi dissero che avevano notizie sconvolgenti.
    Le fabbrichette erano tutte vuote.
    Non ci sono più gli operai e quelli che vi lavorano o sono famigliari o sono dei sottooccupati senza permesso di soggiorno.
    Gli operai erano tutti diventati padroncini e pieni di buffi stavano affogando con le loro piccole fabbriche di pezzi che non si possono vendere da soli.
    Il sistema della produzione del Nord Est era già in crisi da alcuni anni,però nessuno se ne era accorto.
    Altro che operai leghisti,si è creato in quelle terre la più grande truffa del secolo.
    Si è accollata sulle spalle dei piccoli,il peso della produzione industriale.
    Mentre la fiat,va prendendo soldi per gli incentivi e per la riconversione industriale,i poveri cristi,come sti poveracci ,con l'illusione di diventare padroncini,si sono accollati tutto il peggio della produzione.
    Un milione di euro per un capannone con machinari,che dipendono dalla fiat o da merloni,ma che li ha pagati l'operaio,coglione.
    Ora, che la crisi c'è,loro hanno i capannoni da pagare,mentre Malchionne con i soldi va a fare affari altrove. 09-02-2010 20:01 - maurizio mariani
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