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Matteo Bartocci
Edicola Bonaiuti
Nella furibonda follia dei tagli all'editoria, forse, c'è del metodo. Dopo il voto negativo sul «milleproroghe» in senato, il governo mantiene il controllo assoluto sui contributi ai giornali. Se le cose restano così, leggi e parlamento non conteranno nulla e sarà solo Tremonti a decidere di anno in anno quanto, come e a quali testate dare i soldi dei cittadini. Nell'altro ramo del parlamento, intanto, la presidenza del consiglio ha già presentato il regolamento Bonaiuti che riformerà tutto il sistema dell'editoria. Attenzione: non una legge discussa in parlamento ma una normativa di esclusiva responsabilità del governo.
La commissione cultura della camera si appresta a dare il suo parere. Ha già effettuato diverse audizioni (Fieg, Fnsi, Mediacoop, etc.) e il testo del governo ha già ricevuto il via libera con forti perplessità del Consiglio di stato. Tra poco il «regolamento Bonaiuti» sarà dunque in vigore.
E' una riforma che realizza finalmente la pulizia e il rigore promessi ogni due per tre? «Siamo a mezza strada», risponde Mediacoop, l'associazione degli editori no profit e in cooperativa. Gli elementi positivi non mancano: 1) i fondi saranno erogati in base alle copie davvero distribuite in edicola e non solo stampate più o meno fittiziamente in tipografia; 2) si cancellano le vendite «in blocco» a prezzi irrisori utilizzate spesso in passato per giustificare l'aumento dei rimborsi a giornali finti; 3) si introducono per la prima volta criteri legati all'effettiva occupazione nelle testate interessate, che devono avere almeno 5 dipendenti tra giornalisti e poligrafici (Mediacoop proponeva un tetto di 200mila euro a giornalista); quarto punto e forse più importante di tutti, svaniscono le «cooperative editoriali» anomale legate a ex movimenti politici. Entro 12 mesi dall'approvazione, giornali come il Riformista, il Roma, il Denaro o il Foglio se vogliono ricevere ancora i contributi dovranno trasformarsi in «cooperative giornalistiche» più o meno simili al manifesto. Sarebbe una rivoluzione. E i tentativi di aggirarla altrove non mancheranno.
Ma queste luci non bastano a cancellare le tante ombre. A dicembre, dopo il colloquio Fini-Tremonti, nacque un (finto) scandalo per i contributi dello stato dati a Cavalli&Corse, Chitarre o simili. Peccato che il regolamento Bonaiuti su questo non intervenga in nessun modo. Mediacoop, per esempio, ha proposto di escludere dagli aiuti di stato solo le testate «che non hanno preminente carattere informativo-redazionale» come ad esempio i giornali di scommesse. Qui, nulla di fatto.
Dal regolamento emergono anche alcune «perle» ingiustificate e non risolutive. La prima riguarda i quotidiani di partito. Il governo istituisce per tutte le testate di questo tipo, di partiti veri o finti che siano, dall'Unità al Campanile dell'Udeur, un «regime speciale» che secondo il Consiglio di stato del 30 dicembre 2009 contrasta con la delega al governo concessa dal parlamento. Secondo la riforma Bonaiuti, i quotidiani di partito sono gli unici che continuano a ricevere i contributi secondo le vecchie regole, copie stampate e non distribuite in edicola. E non hanno nemmeno alcun obbligo di percentuale, nemmeno minimo, tra le copie stampate e quelle vendute (per tutti gli altri giornali nazionali è fissato al 15%, Mediacoop chiedeva il 40%), godono di un bonus iniziale di 508mila euro rispetto a tutti gli altri, hanno un tetto massimo di tiratura astronomico, pari a 250mila copie al giorno.
Più «uguale» di tutti è però Radio radicale. Che se da un lato percepisce un congruo finanziamento per il servizio pubblico delle dirette parlamentari, dall'altro è l'unico organo di partito che mantiene quel diritto soggettivo ai fondi pubblici che in finanziaria è stato abolito per tutti gli altri (art. 11 del regolamento). La radio di Pannella e Bonino dunque è l'unica testata a non subire possibili tagli dei fondi.
Peggio ancora, il regolamento abolisce il vecchio tetto alla pubblicità che poneva un limite della raccolta al 30% dei costi. Il senso era chiaro e comprensibile: se vuoi i rimborsi dello stato vuol dire che non ti puoi finanziare sul mercato. Si riconosceva un dato di fatto pluriennale: che se sei una testata no profit o politica molto probabilmente sei anche discriminata dalle aziende. Vale la pena ricordare a chi parla tanto di «mercato» o di «casta» che su 1,4 miliardi di euro di pubblicità sui giornali solo 6,5 milioni vanno a quotidiani politici come l'Unità, la Padania o il manifesto (dati Fieg 2007). D'ora in poi quel limite non c'è più. E se il mercato non si innamora improvvisamente della politica vuol dire che si fa strada, sottotraccia, la possibilità di favorire indirettamente alcuni e non altri. Magari quelli più indulgenti con le grandi aziende o con il potere politico.
Ci sono poi veri e propri misteri. Il più grande di tutti è innalzare la soglia di contributo a un periodico che stampi 50 milioni di copie, una per ogni italiano. Un'ipotesi che per ora è fuori dalla realtà. Allo stato, infatti, non c'è nessun periodico italiano che ne tiri più di 1 milione. L'unica interpretazione possibile è che un nuovo grandissimo periodico (per fare solo un esempio un settimanale del Pdl o una Storia italiana bis) potrebbe ricevere fino a 10 milioni di euro di rimborsi pubblici. Comunicazione politica pagata in larghissima parte dallo stato.
La fine del diritto soggettivo ai fondi pubblici dunque oltre alle note difficoltà finanziarie per i giornali colpiti prelude a una contrattazione diretta e continua tra governo e giornali. Esattamente il contrario di quanto i critici degli aiuti al settore e i pasdaran tremontiani della riforma sostengono di voler fare. A meno che per «pulizia» si intenda una tabula rasa delle testate più o meno incontrollabili da parte del governo.
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Daltra parte una legge sull'editoria effettivamente trasperente ed uguale per tutti in questo paese è di difficile realizzazione in quanto esso è il più corrotto dell'iteracomunità europea, che è stigmatizzato annualmente dalla Corte dei Conti, e da autorevoli espeonenti del mondo della Giustizia e del giornalismo. Infatti il fenomeno di "Mani pulite", ha solo momnetaneamete scoperchiato il "sistema" della corruzione imprenditoriale collegato ai partiti politici, giusto il tempo di renderlo evidente all'pinione publica, e poi tutto da capo corrotto più di prima.
Per cui è da ritenere che gli errori proprio delle sinistra abbiano favorito la situazione attuale di massimo degrado della vita sociale e politica del paese e che solo l'unità delle forze che attualmente compongono larco di centro sinistra potrebbero dare una qualche speranza di ribaltare la situazione, con assoluta coesione.
Nel caso, per riequilibrare questo povero paese dal punto di vista economico, si dovrebbe passare con forza all'attuazione di un piano nazionale contro la malavita organizzata che sfrutta la nazione con un ricavato di circa un terzo del PIL nazionale, e contro l'evasione fiscale e lavoro in nero che sottraggono alle casse dello stato un altro terzo di PIL. Ebbene senza questi due tristi fenomeni non avremmo disoccupazione ne precariato e le testate giornalistiche potrebbero esistere in virtù degli aumentati introiti dovuti ai loro nuovi lettori. ma ciò richiederebbe un piano analogo per tutti i componenti dell'attuale Comunità europea. 23-10-2010 11:54 - onaocn
Una nota relativa ai Radicali; da una parte è vero che ricevono per la loro radio il contributo statale, ma è altrettanto vero che in linea con le loro scelte, non hanno mai intascato un euro di contributi per i partiti politici, che come è noto, detti partiti prendono anche soldi dai privati, dai "favori" alle tengenti.
In generale il problema è più esteso e riguarda non solo la mancanza di regole uguali per tutti, vedi pubblico e privato, ma, decidere una volta per tutte se siamo uno stato socialista quando fa comodo a tutti, privato pubblico, imprese, banche, vaticano, editoria etc., etc., o uno stato democratico in cui il confronto tra le varie forze ed il pluralismo dovrebbe essere il sale della vita democratica della Repubblica. Per cui sinistra centro e destra, vadano a confrontarsi con eguali mezzi economici nella lotta politica.
Altrimenti continuerà a risultare PRETESTUOSO ed IPOCRITA da parte di chiunque, allo stato delle cose, per tutte le forze politiche senza esclusione di colori e posizioni. Ora la storia del paese la conosciamo tutti quanti, con l'arrivo degli alleati le regole le hanno dettate loro e dunque è ovvio che il potere sia allocato nel centrodestra, e nel vaticano. Alrettanto ovvio dunque che da un lato saranno sempre più avvantaggiate le categorie lavorative, sociali ed economiche vicine a quest'ultimi, mentre tutto il reso si azzanna per dividersi gli ossi. Addirittura il PD, è divenuta una corcoscrizione DC, allora forse è meglio non essere troppo impulsivi, e mettere in evidenza più ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide. Se infatti, i Radicali non son certo comunisti, lottano e sempre hanno lottato per uno stato laico, democratico e fedele alla costituzione, pare così che rimangano gli unici interlocutori sani, non corrotti e non corruttibili in un sistema completamante in mano ai 2 soggetti sopra menzionati, meglio un amico leale, che un cattocomunista sleale. Allo stesso tempo nessuno può non dare merito alla storia della sinistra in Italia, con rileventissime migliorie legislative e sociali, solo che tutto ciò non serve più un granchè, per via del nuovo duce,fedele discepolo dei Ford e dei Rockefeller, che si sono ingrassati col sudore delle classi meno abbienti per poi fare i filantropi, ipocriti.
Forse oggi in un periodo storico post caduta del muro di Berlino, un compromesso tra la sinistra e certe forze social/liberali ha un senso sul quale bisognerebbe riflettere attentamente, meglio essere aperti ai possibili mutamenti, entro certi limiti moralmente accettabili, e comunque in linea coi propri principi ispiratori, senza guerre ideologiche estremistiche. Concludendo, la ricerca di regole trasparenti e uguali per tutti è la priorità urgente del paese, contro l'arrembante strapotere volgare e sfrontato del nuovo duce ed i loro camerati, dunque ben oltre i problemi dell'editoria, che se non ha abbastanza clienti è giusto che venga ridimensionata, altrimenti l'economia reale sparirà da questo paese, dove troppi e da troppo tempo attingono a vario titolo alle casse del stato. 14-02-2010 13:38 - onaocn
Ai partiti parlamentari,non si tocca nulla,anzi ci saranno anche qualche soldo in più.
Per i radicali e le loro strutture,i soldi saranno mantenuti e si continuerà a finanziare l'"aristograzia" della borghesia illuminata da Pannella.
Mentre per il Manifesto,giornale comunista da sempre,che non si è mai appecoronato a logiche di partito e ha sempre mantenuto una linea corretta che ci ha permesso di confrontare e accrescere il pensiero comunista,nulla.
La legge che stanno attuando è rivolta contro tutte quelle realtà incontrollabili e che non si allineano al pensiero unico!
Si signori,siamo nel apoteosi del pensiero capitalista che attraverso le sue privatizzazioni ci "insegna"a odiare il sociale.
Anche la protezione civile in mano ai privati.
Li voglio vedere,gestire come una SPA il lavoro di 300mila volontari.
Ma con queste politiche,anche i volontari spariranno.
Una proposta per il Manifesto.
Dato che i giornali di partito,mantengono il finanziamento,perche non diventate l'organo dell partito di tutti noi?
Io vi do il voto,se ci organiziamo come un partito!
Il Manifesto,organo del Nuovo Partito Comunista Italiano 13-02-2010 20:27 - maurizio mariani