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Cinzia Gubbini
I soldi sprecati per l'Italia che frana
Risorse sprecate. Soldi spesi male. Tanti soldi. Il tutto sulla scorta di un concetto che non semina solo tangenti ma anche mala gestione: l'emergenza. E' questa la storia del rischio idrogeologico in Italia, e delle sue vittime (in media 7 morti al mese negli ultimi cinquanta anni). Che l'Italia sai un paese fragile, malato di frane, con il 68,6% dei Comuni che ricade in aree classificate «ad alto rischio» dal ministero dell'Ambiente lo sanno anche i muri. Il 2 febbraio il parlamento ha approvato quasi all'unanimità una mozione che impegna il governo a predisporre piani di intervento. Ieri uno degli enti che vigila sulla tutela ambientale, l'Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, ha presentato un piano pluriennale che consentirebbe il consolidamento dei suoli, la regolazione delle acque, la manutenzione di tutti i canali: azioni necessarie per ridurre il rischio idraulico del paese. L'Anbi ha fatto i conti, elencando anche quali sarebbero i cantieri da aprire in ciascuna regione. Un intervento di questo tipo costerebbe poco più di 4 miliardi di euro. Tanti? Dal '94 al 2004 - ultimi dati disponibili - lo Stato ha speso 21 miliardi di euro per tamponare i danni delle catastrofi idrogeologiche verificatesi in quel decennio. Secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente, per mettere in sicurezza il territorio italiano servirebbero 44 miliardi. Sarebbe il nord a «succhiare» più risorse: nel settentrione ne servono infatti 27, al sud 13 e per il recupero delle coste 3. Troppi soldi? non abbiamo risorse sufficienti? Il ministro dell'economia Tremonti tiene stretti i cordoni della borsa? Non è così. I soldi si tagliano agli enti territoriali, mancano quelli destinati alla pianificazione, ma poi si buttano dalla finestra quando scoppiano le emergenze: dal '56 al 2000 - secondo un Dossier di Legambiente sul dopo Sarno - si sono spesi 48,2 miliardi. «Analizzando i costi - scrive l'associazione ambientalista - è evidente come all'aumentare delle spese in interventi ordinari per l'assetto idraulico vi è una contemporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni». Che significa? Che gli interventi spesso vengono fatti male «un vecchio modo di agire che ha privilegiato gli interessi economici, sacrificando ad essi la tutela ecologica e la sicurezza idraulica». Una mala gestione che continua. Dopo la cosiddetta legge Sarno del '98, sono stati finanziati (i dati risalgono al 2007) 2.270 interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico. Il tutto è costato 1,7 miliardi di euro. Ma si è trattato perlopiù di interventi strutturali, che spesso e volentieri servono a ricostruire nei territori devastati da qualche frana, qualche alluvione e qualche smottamento. Del tutto - o quasi - assente, invece, la politica di prevenzione. Finisce così che o sull'onda dell'emergenza, o in base a conflitti di competenze, o per privilegiare interventi di cementificazione invece di abbracciare una politica del territorio volta a difendere la naturalità dei corsi dei fiumi e dei torrenti, si mettono in piedi delle opere dannose e costose. Gli esempi non mancano. In Piemonte ci sono delle «chicche». Una riguarda la Val Pellice: a Luserna San Giovanni qualche anno fa si accorsero di aver fatto male nel 2000 una scogliera (mancavano le fondamenta) e per questo l'intervento fu rifatto da capo bruciando un milione e mezzo di euro. Nel 2006 il torrente Maira, affluente sinistro del fiume Po, è stato invece canalizzato: con le cosiddette «gabbionate» e «prismate» (in una parola: cemento) sono stati sostituiti gli argini naturali. L'opera è stata messa in campo per l'emergenza esondazione. Ma il Maira non è a rischio esondazione, ha denunciato all'epoca Legambiente, secondo cui anzi l'intervento ha «ucciso» un ecosistema il cui valore è difficilmente stimabile. La cementificazione, invece, un costo ce l'ha, elevatissimo: 5 milioni di euro solo il primo stralcio. Soldi stanziati dal governo con un decreto d'emergenza e versati attraverso l'intervento della Protezione civile «La Protezione civile va benissimo quando si tratta di intervenire sull'emergenza, per salvare persone e cose o per prevenire nel momento di allerta - osserva Vanda Bonardo presidente di Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta - Ma da sempre sosteniamo che non può e non deve occuparsi di politiche di intervento del territorio. Lì serve una pianificazione e per farla ci sono gli enti preposti, come le autorità di bacino».
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Mi viene in mente una poesia di Ungaretti : si sta come d'autunno sugli alberi le foglie... 18-02-2010 15:16 - GB
Le infrastrutture pubbliche diventano sempre più fatiscenti, ma gli italiani
avranno il ponte sullo stretto e 4 belle centrali atomiche. Ecco quest'Italia giocattolo,con i suoi bei pezzi da mettere in mostra, mentre se la tocchi davvero, crolla a pezzi dovunque. 12-07-2009 05:08 - Maura 17-02-2010 23:51 - maura
PS: per la cronaca e cercando d' essere onesti, sarebbe bene ricordare a tutti che Super-B piaceva molto anche al precedente governo di "mortadella" Prodi... 17-02-2010 21:32 - Fabio Vivian
Negli altri paesi si pianifica e si organizza la vita a seconda dell'esigenza generale.
In Italia,invece funziona in altro modo.
I comuni,rilasciano licenze,solo dopo una montagna di burocrazia e i cittadini,spesso invece di fare la trafila,si costruiscono le case abusive e dopo chiedono sanatorie.La legge Bucalossi ha sanato mezza Italia.
Tutte le città si sono sviluppate in modo anarchico e le amministrazioni si sono ritrovate, dopo anni, interi quartieri abusivi.
Tutta la cinta delle borgate romane sono state costruite in modo abusivo.
Trenta anni fa i comunisti italiani lottavano con gli abusivi per far arrivare fogne e servizi.
L'unione borgate era un'organizzazione del PCI e tutti noi ne facevamo parte.
Questo paese è cresciuto in questa maniera.
Ora tutti a fare la bocca storta e far finta di non conoscere la realtà.
Anche io sono un abusivo.
Siamo tutti abusivi.
C'è chi ha costruito sulle terre agricole e chi sulle montagne.
Chi cammina per la statale, tra Messina e Palermo, vede come stanno appollaiate le case e come ci siamo arrangiati a vivere.
Ora stanno arrivando i nodi al pettine.
Ora quelle montagne si sono trasformate in fiumi di fango e portano a valle le nostre case.
La colpa è di chi ha fatto quelle case,è vero,ma è anche vero che quella gente non ha avuto alcuna controproposta da un governo assente.
Si sono sempre frecati dei proletari,che questi,hanno pensato di risolversi da soli i problemi.
Questo è il risultato finale.
I bacini di contenimento,non fatti o lasciati a metà,sono solo una delle colpe di questi amministratori.Sono la colpa minore.
Sono il buco al sacco fatto dal topo di turno.
C'è una responsabilità molto più grande e che non ha scusanti o indulti.
Il fatto di non aver mai avuto uno stato adeguato all'Europa e al mondo civile.
Selvaggi,che ci hanno fatto vivere come loro e oggi tutto scivola giù.
Bertolaso è colpevole,ma come topo di fogna.
Ben altri lo sono di più.
Una società che ha costruito il 70%delle case,in modo abusivo e contro tutte le leggi, è una società che non merita perdono.
Un'intera classe politica,vissuta sull'arbitrio e sul menefrechismo,deve essere messa in galera.
Altro che la Rodesia o il Congo.
Siamo in una savana e corriamo come antilopi,sperando di arrivare a sera.
Anche quell'umbriacone del principe,si sente in diritto di parlare,quando si è a questi livelli.
Qualcuno,per ridare un po di dignità,dovrebbe spararsi o fare come i giapponesi.
Le case popolari in Italia sono appena il 5%dell'edilizia.
In Francia invece sono il 55%
Invece di far fare queste casacce al popolo,dovevano dare case popolari.
Dovevano farle loro,come la Francia.
Se ne sono fregati.
Ci siamo arrangiati e ecco il risultato.
Tutti giù per terra! 17-02-2010 17:00 - mariani maurizio