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FUORIPAGINA
21/02/2010
  •   |   Patricia Lombroso
    Una morte che incombe da trent'anni

    «Sono gia trascorsi 15 anni dall'ultima intervista... Eppure mi sembra ieri. Mi saluti Silvia Baraldini. Io sono ancora qui, nel braccio della morte. Sempre a un passo dall'iniezione letale». Comincia così, quasi fosse una normale conversazione in un contesto surreale, l'intervista esclusiva del manifesto con Mumia Abu-Jamal. Appena quattro minuti al telefono dalla cella del braccio della morte del supercarcere in Pennsylvania. Sono passati pochi giorni dalla ferale notizia che la Corte suprema della Pennsylvania ha stracciato la vittoria ottenuta da Mumia nel 2008, che sanciva l'appello per un nuovo processo (vedi in questa pagina). Mumia è quindi sempre piu vicino alla sua esecuzione. Ma la battaglia continua: lo stesso Mumia, con il suo legale Robert R. Bryan, ha redatto una petizione lanciata in rete a livello mondiale, che parte dal caso ormai simbolico di Mumia per chiedere l'abolizione della pena di morte negli Stati uniti. Sottoscritta già da premi Nobel e figure internazionali, tradotta in 10 lingue, sarà presentata dal suo legale a Ginevra nell'ambito del Forum mondiale sui diritti umani, dal 23 al 25 febbraio. La petizione sarà inoltrata al parlamento europeo il 2 marzo, infine testo e firme saranno presentate al presidente Usa Barack Obama.
    Mumia, quale messaggio vuole indirizzane in Italia riguardo il suo caso e alla pena di morte in America.
    L'Italia ritengo si distingua tra i paesi piu avanzati per la battaglia del movimento internazionale in favore a l'abolizione della pena di morte in America. Decisamente piu civilizzati dei cugini americani. Ricevo ogni giorno lettere dall'Europa, dalla Francia, sopratutto dalla Germania, poco negli ultimi anni dagli italiani. Ma so che c'è un movimento molto esteso e un grande impegno fra coloro che si battono per l'abolizione della pena di morte.
    Vuole ricordarci le condizioni del regime di detenzione nel braccio della morte, dove è rinchiuso da trent'anni?
    Per cinque giorni della settimana vivo 22 ore su 24 rinchiuso in questa cella, un cubicolo piccolissimo. Ogni giorno mi è permesso di usufruire di due «ore d'aria», che passo in una gabbia sorvegliata costantemente. E' permesso accedere alle docce soltanto tre volte a settimana: il lunedi, il mercoledi, il venerdi.
    Questo per cinque giorni su 7. E gli altri due?
    Negli restanti due giorni della settimana, se non è annunciata una visita, è consentito trascorrere del tempo nella biblioteca del carcere, che è un'altra gabbia. Insomma, trascorro gli altri due giorni della settimana senza mai uscire da questa cella e vivo quasi sempre in isolamento totale. Da solo per 22 ore su 24 della giornata.
    Malgrado la brutalità di questo regime carcerario, in questi trent'anni continua a scrivere, studiare e partecipare alla vita degli altri e dei detenuti nel braccio della morte. Come riesce a non impazzire?
    Ritengo di essere riuscito a restare relativamente sano. Insisto sul «relativamente» dato il contesto che imprigiona il mio corpo. La mia mente è sempre, costantemente occupata. Ci sono tante cose che vorrei fare. Per poter scrivere è necessario soprattutto pensare.Ciò comporta ore di studio, di alacre lettura e di elaborazione mentale. Ora ho iniziato anche a studiare la musica e questo richiede molto tempo.
    Nella sua attività di giornalista e scrittore subìsce pressioni,divieti da parte del sistema penitenziario?
    Certo. Quotidianamente, soprattutto le guardie della nuova generazione, fanno di tutto per impormi il muro del silenzio. Ma grazie a una causa legale conclusa con una vittoria, alcuni diritti che spettano ai detenuti nel braccio della morte sono stati riconosciuti. Ciononostante, l'isolamento totale nella cella scandisce la mia vita. Pensi che, a causa delle nevicate, questa è la prima volta da due settimane che sono uscito dalla cella per le due ore nella gabbia dell'«aria»: dopo due settimane ho avuto modo di vedere la luce naturale e respirare l'aria.
    Quanti sono i detenuti nel braccio della morte del supercarcere in Pennsylvania ?
    In tutto, nelle due unita del braccio della morte, sono 130 i detenuti in attesa di esecuzione. Equivale alla della popolazione carceraria di qui.
    Qual'è lo stato d'animo di chi vive costantemente nell'ombra della morte?
    Molti sono da anni in attesa dell'esecuzione. Alcuni sono anche persone acculturate.Ma non tutti riescono a farcela. Nell'ultimo anno tre detenuti si sono tolti la vita. Non hanno resistito. 
    Molti detenuti condannati al braccio della morte sono risultati poi innocenti, ma non si salvano dall'esecuzione: politica e ignavia di alcuni legali porta questo atroce risultato. E' cosi?
    Questo non vale per tutti coloro che vengono condannati alla pena di morte, ma certo è un fattore determinante per la maggioranza dei casi, perché i legali assegnati di solito dal tribunale per la difesa del condannato a morte sono prescelti fra coloro che non hanno esperienza né competenza specifica delle attenuanti che potrebbero salvare il detenuto dalla pena capitale.
    Prima di lasciarci, cosa ritiene possa essere utile per il suo caso e per tutti coloro che sono condannati a morte nelle carceri degli Stati uniti?
    Sarebbe molto importante \ se il manifesto diventasse un veicolo pubblico per la diffusione della petizione Mumia e l'abolizione della pena di morte, in questa battaglia mondiale a favore dell'abolizione delle esecuzioni in America.


I COMMENTI:
  • Mumia,quando dice bene dell'Italia,non sa cosa dice.
    Una persona che viene condannata a morte e una che invece che prende l'ergastolo,ma poi vive in prigioni come quelle italiane,dove anche gli stranieri che vivono in terre poverissime,le trovano inadeguate e spesso si uccidono da soli perche non c'è la fanno a immaginarsi per anni in quelle mura,è difficile mettere questa società tra le migliori.
    E' meglio la pena di morte che la tortura.
    Mumia si sbaglia,perche crede che si è migliori se invece di uccidere si condanna la gente a vivere uno sopra all'altro in celle anguste e fredde.
    Mumia se lo mandassero in un carcere italiano si metterebbe sui tetti a protestare e diventerebbe un super ribelle da suicidare.
    L'ipocrisia che si vive in Italia è una cosa schifosa.
    Meglio il Texas,che ti ammazza subito.
    Meglio la giustizia sommaria della corda attaccata all'albero,quando il nonno di Busch,ti impiccava li per lì,che essere sbattuto da un carcere all'altro e messo in una condizione,che non hai neanche il diritto di parlare.
    I preti,hanno insegnato bene ai nostri carcerieri.
    Il carcere da noi,a differenza di quello anglosassone è educativo.
    Noi se ci pentiamo e tradiamo i nostri principi diventando come vogliono i carnefici,avremo sconti e trattamenti migliori.
    Se invece rimaniamo sulle nostre idee.Se siamo innocenti e non abbiamo nessuno da far carcerare al nostro posto.
    Se siamo moralmente indisposti a chiedere sconti e fare istanze,in Italia ti becchi più di quello che ti spetta.
    Questa è l'Italia.
    Mumia,innocente che da trenta anni sta in galera,non sa quello che dice sul nostro paese.
    Mumia,dovrebbe essere fuori,ma è un negro e che negro! 23-02-2010 08:54 - maurizio mariani
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