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Daniela Preziosi
Veltroni alla rivincita, primo colpo a D'Alema
A un anno esatto dalle dimissioni da segretario, Walter Veltroni, seduto alla presidenza di un auditorium romano, ascolta gli interventi della mattinata fino all'ultimo, quello di Emma Bonino che fortissimamente ha voluto qui accanto a lui. Poi attacca: ringrazia il 'suo' Roberto Morassut, il coordinatore dell'Area democratica del Lazio che ha messo in piedi un'iniziativa sul programma per le regionali. Anche se, dice il deputato, «non tradizionale, chiuso e precostituito» - però è che bello e stampato, un libretto verde che gira in sala, s'intitola «Il Lazio. Una comunità» - . Un'iniziativa importante, dice Veltroni, «è la prima su questo tema, vero?», butta là. A buon intenditor, il partito bersaniano sonnecchia, la minoranza è partita prima nella campagna elettorale.
E poi prende la parola e scalda per bene la platea, dove certo prevalgono quelli che non l'hanno mai dimenticato. Non se n'è mai andato, ma questo è il suo ritorno. L'occasione è il seminario della minoranza, che a sua volta si perde in mille rivoli (franceschiniani, mariniani che prendono le distanze, veltroniani), in cui l'ex segretario segna subito una distanza con il suo ex pupillo e successore Franceschini: «Ci siamo arrivati con un processo inusuale, ma siamo giunti ad Emma che è la miglior candidata possibile». Una settimana fa Franceschini aveva detto: «Non l'avrei mai scelta».
Non si èmai ritirato, si è occupato di conflitto di interessi, delle infiltrazioni per mafia al comune di Fondi, lezioni all'università. Si è concesso a qualche retroscena giornalistico. Ma da ieri è tornato alla vita politica del partito. Guai a dire che fa il leader di una corrente: «Se fosse stata una riunione di corrente non avrei partecipato. Le logiche del correntismo finiscono per avere aspetti grotteschi: ci sono partiti caotici e centralismo democratico nelle correnti». Chiamiamola "area", ha un suo simbolo, è la "D" del Pd ed ha lo stesso ramoscello d'ulivo. E comunque i suoi sono quasi tutti qua.
Dopo tanto silenzio, o quasi appunto, è l'occasione per sfoderare tutto l'orgoglio per la sua stagione, quel «modello Roma» iniziato con «Francesco» (Rutelli), proseguito con lui, si poteva dire «sono orgoglioso di essere romano». Oggi è impossibile «sta ormai cambiando il paesaggio culturale della città. Roma si sta arroccando e chiudendo». Il sindaco Gianni Alemanno e i suoi si risentono subito, «insulta la capitale, si vergogni».
L'orgoglio veltroniano è un discorso che gli stava qui dall'aprile del 2008, parte da Roma e finisce a quelli che lo hanno portato alle dimissioni: ed è una rivendicazione. «Ho sentito e letto tante stupidaggini, uno dei nostri difetti peggiori è quanto siamo pronti a flagellarci. Abbiamo governato Roma dal '93 e la città è profondamente cambiata. Parliamo di dati e non di opinioni. Nel 2000 la Regione è stata vinta da Storace, non proprio un moderato. Nel 2001 Berlusconi ha vinto le politiche, ma noi abbiamo vinto le comunali, e poi le provinciali. Nel 2005 abbiamo vinto in Regione e l'anno dopo in Campidoglio (lui, con il 61,44 per cento, ndr) con un risultato che, beh, si è visto di peggio. Nel 2008, alle politiche, se i romani volevano essere critici nei miei confronti non avrebbero dato al Pd il 41 per cento». Chi lo ha accusato di aver inanellato sconfitte, sbaglia i conti. Almeno fino al 2008. Veltroni rivendica anche la scelta di Piero Marrazzo, l'ultimo errore che gli mettono sul conto: la sua vicenda umana è dolorosa, ma «quando è arrivato in Regione ha trovato una disastro: voglio ringraziarlo».
Rivendica tutto. Anche il suo «partito leggero», «i partiti pesanti sono spesso dominati da apparati politici, in certe zone d'Italia un consigliere regionale è padrone del partito». Il finale è una critica all'attuale gestione del partito, «parliamo troppo di tattica». Sulle riforme, avverte, la maggioranza bersaniana (leggi D'Alema) non si illuda di aver vinto la partita: «Vedo in giro una grande nostalgia per le preferenze: non mi associo. Sono uno strumento attraverso il quale la mafia, la camorra, e la 'ndragheta controllano parti del nostro paese». Serve «una riforma in senso maggioritario che favorisca il bipolarismo, secondo il principio del collegio uninominale con primarie obbligatorie per legge». Gianfranco Fini è d'accordo. Emma Bonino è lì e applaude. Altro che Udc e sistema tedesco, «con il proporzionale si tornerebbe a quelle che c'era prima, ma peggio». La 'ditta bersani' è avvertita, l'altro Pd, quello veltroniano, c'è ancora.
- Che ne dici? Mauro 22-02-2010 02:12 - Mauro Bertolini
- Veltroni si tenga il suo partito liquido o leggero. Noi di sinistra, quella vera, purtroppo abbiamo già visto dove Veltroni ci ha portato: all'uscita dal Parlamento italiano ed europeo. Con il suo "partito leggero" Veltroni è la vera causa della attuale sconfitta della SINISTRA ITALIANA. Ben vengano Bersani e D'Alema: con D'Alema la Sinistra era solida, concreta secondo l'insegnamento di Enrico Berlinguer, coautore del famoso "compromesso storico". Compromesso che oggi Travaglio definirebbe con una parola: "ICIUCIO". 22-02-2010 01:32 - Luca Bonicalzi
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