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Ernesto Milanesi
Udine, ritratto di un altro nordest
Un anno dopo, i riflettori sono spenti. E la città meno rappresentata sul palcoscenico del nordest continua a lavorare, studiare, sopravviversi. Qui perfino il terremoto del 1976 non ha scalfito il senso "focolare". La fine della vita di Eluana Englaro è stata ancora destino per Udine (poco meno di 100 mila abitanti e un Ateneo con 16.300 iscritti), che sembra avere una scorza dura, un cuore grande e un'anima sconfinata. Città diversa dal quadrante di Venezia e irriducibile al mare di Trieste, eppure Udine si rivela una sorta di limbo che contiene e rimescola il Veneto con il Friuli cioè l'eredità di tre secoli "serenissimi" con il futuro incardinato fra Alpi e Adriatico.
Valentina Brunettin, giovane scrittrice di talento con uno sguardo ironico quanto anticonformista, esce dall'ufficio dove si guadagna lo stipendio e passeggia con i suoi pensieri: «In Friuli si fanno bambole con scus di blave, ovvero il cartoccio del granoturco. Sono figure aride, nella consistenza e nella personalità. Burattini stereotipati che raccontano una terra che, per definizione, è silenziosa. Se non ricordo male, queste bambole infatti non hanno la bocca. Contadina, fornaio, pastore, cuoca. Strane figure scricchiolanti e secche, l'interpretazione gentile, più o meno, di una buccia». È l'immagine giusta per poter riparlare di Eluana Englaro: «Così doveva apparire la nostra Eluana perché di fatto è nostra, venuta a morire in una terra che forse non aveva nemmeno mai visto. Ma non importa: il Friuli, si sa, è una terra di confine, tutti ci passano sopra pur di andare da qualche parte. Dove sia andata Eluana non è dato sapere, tuttavia di fatto gli udinesi che si sono schiusi a corolla intorno a lei avevano comunque deciso di accompagnarla (per par condicio è meglio aggiungere anche "salvarla"). Una folla composta che stazionava di fronte alla casa di cura La Quiete, un edificio misterioso, che nella mia memoria fin da quand'ero bambina non ha suoni, colori o ricordi».
Valentina ci ripassa davanti. Un anno prima era la clinica assediata dall'informazione, il simbolo della lunga battaglia legale di papà Beppino e il bersaglio dell'ultima sete di nuove crociate. Udine al centro del mondo che ruotava intorno al corpo di Eluana. Un'altra giovane donna prova a riflettere: «Da adolescente mi capitava di passare davanti a La Quiete, per andare a scuola o vedere le mie amiche-compagne intente a pescare nel vicino viale alberato gli sguardi, le mani e i baci dei giovani militari di leva (gli ultimi del secolo) che uscivano a fiotti dalla caserma lì accanto. Finestre mute, nessun viso. Poi Eluana se ne è andata e così anche il coro che invocava il suo nome. Gli udinesi, educatamente, senza schiamazzi ed estrosità, come è nella loro natura, hanno salutato le varie troupes televisive e sono rientrati sotto la campana della loro città».
Una città umida e silenziosa, votata alla mediazione. Udine sta al centro di chi la abita. E nessuno tira mai la corda, alza troppo la voce, si agita oltre misura. Una "bolla" che si nutre dello spirito degli alpini o forse della lineare abitudine a restare nel solco della natura. Spiega Valentina: «Non ci sono spazi per gli estremismi di nessun tipo, né nei suoni, né nei colori, né negli orientamenti politici o sessuali, né nelle vite degli udinesi. Tutto è perfettamente misurato nella corretta "via di mezzo". Le donne non sono bionde, non sono corvine: sono castane, quasi dell'intimo, dell'anima. Si assomigliano tutte, pur essendo in gran parte belle». Poi si concede una divagazione campanilistica con civetteria truccata da umiltà: «Trieste in realtà rivendica il primato delle bellezze regionali, ma lì c'è il mare, il Carso, piazza Unità. Sono tutte sorgenti di luce che rendono incredibilmente affascinanti anche le creature più raffazzonate... non c'è paragone».
E Udine resta incardinata a metà, di nuovo: «In questa terra dove trionfa il concetto di "media" (non come mass) si è imposto pure un terremoto. Ma anche in quel caso, ovviamente, grande rispetto per la sobrietà friulana: perché piangono sì, ma non si strappano i capelli e si asciugano le lacrime con il dorso della mano, non con fazzoletti ricamati. Affrontano le tragedie sottovoce e si offendono per la spudoratezza di un sisma, non per l'ecatombe». La scrittrice Valentina prende il sopravvento ascoltando l'eco delle parole nel centro storico: «Qui da noi si parla un "veneto catapultato" che dell'allegria sciancata del dialetto puro dei nostri vicini ha ben poco. Le signore del mercato del martedì mattina in Piazza San Giacomo (detta anche Piazza Matteotti, detta anche Piazza delle Erbe, ci piace incasinare la toponomastica), che con quella strana intonazione (fastidiosa) trascinano le parole italiane e discutono sulla cicoria o sulle orate, mescolando i loro "xé" all'abbaiare rigido e cupo di chi parla esclusivamente friulano. A noi piace proteggere la nostra lingua. Il friulano è una grossa balena che cerchiamo di difendere dalle fiocine della mediocrità della lingua italiana e dell'oblio. Poco importa se, a ben vedere, la nostra lingua sta bene e non dà segni di cedimento: a noi interessa proteggerla, cullarla, allattarla. Mi chiedo spesso, in realtà, lo scopo di questa battaglia contro evidenti mulini a vento, dato che i friulani sono un popolo, appunto, silenzioso e chissà cosa se ne faranno i nostri figli di una lingua salvaguardata dal momento che forse preferiranno tacere».
È l'ultimo passo. Il cerchio si chiude. La via di mezzo riporta al silenzio. Può essere la chiave che apre altri mondi, come le osterie dove si medita insieme con un'ombra in mano. Oppure la molla che trasferisce in un libro la vera storia di giorni apparentemente muti. «A Udine, su Udine e per Udine c'è ben poco da parlare. L'unico chiasso che ci piace è quello della settembrina manifestazione "Friuli Doc", un gorgogliare di cibo, vino, lavanda di Venzone e musica. E l'anima del Friuli, di Udine? Mi piace pensare che si trovi nei celebri pignarui che, in prossimità dell'Epifania, ogni anno occhieggiano nel buio umido dei campi neri. Fiamme che bruciano, ovviamente in silenzio, circondate dal silenzio. Poco fumo e, forse, tanto arrosto».
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Il Friuli è terra di passaggio non solo pacifico "per andare da qualche parte" ma anche bellicoso. Quindi i friulani hanno sempre pensato ad andare avanti (non che siano loro "i cani" del titolo del libro), a costruire ed a ricostruire senza perdere tempo ed energie in richieste d'aiuto o in chiacchiere inutili. Ma le poche parole, lo stretto necessario, "esce" rigorosamente in friulano. E' una lingua che non può perdersi in quanto emblema dell'identità. Della "Patrie Friul". Gli udinesi sono solo una leggera evoluzione dei friulani: cercano, provano a fare i signorotti ma non hanno ancora sufficiente "storico" per esserlo realmente. 25-02-2010 21:26 - Susanna Ciacci
Sinceramente non so se sia meglio vivere in questa "medietà" (scusate il neologismo) o provare a modificare ciò che ci circonda, con il rischio di peggiorare le cose, ma anche di migliorarle.
Provare a migliorarsi è alla base dell'evoluzione, ma qui, in Friuli, forse non è di casa... meglio lasciare le cose come stanno... :(
Scusate il tono triste, ma la cosa mi fa davvero esaperare! 25-02-2010 17:28 - Luca O.
che e' in corso un programma di friulanizzazione il cui costo e' stato stimato in 45 milioni di euro ("Politici e uomini di cultura hanno distrutto il friulano per interesse", E-polis, 14/1/2010). 24-02-2010 21:24 - Paolo
Beh, io non ci sputo sopra all'articolo di Ernesto Milanesi, e nemmeno su quello che racconta la scrittrice Valentina Brunettin che purtroppo non ho il piacere di conoscere. A parte le condivisibili considerazioni sul caso di Eluana Englaro, mi sembra però che il ritratto di Udine che esce dalle sue parole sia un pò troppo idealizzato. Basta prendere in mano i giornali locali ed ascoltare i programmi regionali delle radio e della televisione per rendersi conto che la tempesta della corruzione dilagante non ha lasciato indenne nemmeno il laborioso Friuli. Assessori regionali, sindaci, consiglieri provinciali sono tutti finiti nelle maglie della giustizia. Ma adesso mi fermo perchè non vorrei che qualcuno pensasse che le mie parole siano dovute alla vecchia ruggine che corre fra i cittadini di Udine e quelli di Trieste. Comunque tra gli scrittori friulani non amo molto quelli di Udine. Troppa puzza sotto il naso.
Preferisco di gran lunga il pordenonese Tullio Avoledo con le sue storie fantastiche terribilmente pessimiste, oppure l'ertano Mauro Corona con il suo amore quasi simbiontico per le native montagne. 24-02-2010 18:18 - gianni