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Matteo Bartocci
Tremonti non cede e proroga solo il 2009
Mai come stavolta è agrodolce il sapore di una vittoria. L'infinita partita a scacchi tra parlamento e governo sui contributi diretti all'editoria si conclude con un successo parziale. Maggioranza e opposizione alla camera hanno approvato due modifiche rilevanti: la prima salva le assunzioni di ricercatori nelle università per tutto il 2010, la seconda, ieri mattina sul filo di lana, riguarda il sistema dell'editoria.
La modifica stilata in commissione e poi approvata dall'aula con lievi cambiamenti del Pd salva ma solo per il 2009 tutta la stampa (giornali di partito, in cooperativa, no profit e periodici), le radio di partito, radio Radicale e le tv satellitari. Penalizza invece fortemente migliaia di radio nazionali e locali e centinaia di tv locali, cancellando il diritto ai rimborsi (parziali) per l'energia, le agenzie e il satellite. In concreto, Tremonti per garantire i fondi alla stampa ha preteso che si reperissero le risorse a scapito di quelli considerati più «deboli». Il taglio a radio e tv ammonta in totale a circa 12 milioni di euro. Poca cosa per i bilanci dello stato ma tantissima per quelli di imprese che non hanno altre entrate se non la pubblicità (peraltro in calo per la crisi). Non pago, il Tesoro ha di fatto cancellato i contributi a cinque giornali italiani diffusi all'estero (-9 milioni), i giornali dei consumatori (300mila euro). Oltre ai discutibili rimborsi a Repubblica e Corsera per la stampa teletrasmessa negli Stati uniti (2 milioni).
Novantadue testate non chiudono. E va dato atto soprattutto al Pd e a settori di Pdl e Lega, come a Beppe Giulietti di Articolo21, alla Fnsi e alla Cgil, di aver fatto fino all'ultimo secondo utile una lotta politica serrata di carattere generale, per fare una moratoria breve e una riforma vera. Perché «la riforma dell'editoria ormai è una priorità che tutti dobbiamo assumerci - dice in aula Michele Ventura del Pd - come si vede dal concitato confronto di questi giorni, è diventato impossibile arrivare a decisioni giuste in un settore che da tempo richiede un riordino. Ma se è stato impossibile arrivare a scelte condivise e trovare le risorse, bisogna dirlo, è stato per la totale indisponibilità del ministero dell'Economia».
Tremonti infatti ha giocato da vero duro anche quando sembrava messo nell'angolo. Fino a pochi giorni fa era semplicemente impensabile che la camera cambiasse il milleproroghe. E invece l'appello di quasi 360 deputati ha costretto il governo a ripensarci. Per 48 ore il Tesoro ha reagito provando a cambiare le regole a suo vantaggio. Ma si rischiava di fare più danni che altro. E solo martedì notte, dopo una trattativa estenuante, ha capitolato su una sanatoria di almeno un anno per la stampa. Poi, sfruttando il treno in corsa dei cambiamenti, ha infilato tutto il suo veleno nella coda. Il superministro infatti ha ottenuto che l'Economia non ci metterà un euro e che tutta la questione (rovente e tamponata solo per l'anno passato) passi al dipartimento per l'editoria di palazzo Chigi. Non pago, ha commissariato Bonaiuti vincolando nel decreto 50 milioni ai rimborsi delle poste. Nessun ciglio alzato invece per i lauti rimborsi indiretti ai grandi gruppi, anche quotati in borsa, che il governo non ha mai messo in dubbio.
Oggi sono ben 27 le norme che regolano i fondi all'editoria erogati da palazzo Chigi: 20 leggi, 3 decreti del presidente del consiglio, 2 decreti legislativi, 1 direttiva e 1 circolare (altri contributi arrivano a radio e tv dal ministero delle comunicazioni e sono intatti). Una selva di regole da addetti ai lavori che in molti casi alimenta furberie e sperpero di denaro pubblico. Cambiarle a spanne qui e là non è più possibile. Bonaiuti promette oggi una riforma bipartisan complessiva entro l'autunno. Fnsi, Cgil, Mediacoop, Fieg, ne urlano da tempo l'urgenza. Se l'inizio è mettere a rischio il lavoro di quasi 5mila dipendenti tra radio e tv locali (a un mese dalle regionali) il primo passo non va nella direzione giusta. Soprattutto per un governo che di televisione se ne intende parecchio.
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