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Nicola Bruno
Video choc, l'Italia condanna Google
Una sentenza destinata a fare giurisprudenza e, forse, anche a cambiare la rete per come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi. Per la prima volta, infatti, un colosso del web viene considerato responsabile per non aver proibito ai propri utenti la pubblicazione di contenuti penalmente rilevanti.
Il provvedimento arriva dal tribunale di Milano che ieri ha condannato tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione per violazione della privacy (la pena è stata per ora sospesa). Gli imputati erano accusati anche di concorso in diffamazione, reato da cui sono stati prosciolti. La vicenda risale al settembre 2006, quando quattro studenti hanno pubblicato su Google Video un filmato in cui si vedeva un ragazzo con sindrome di Down insultato e deriso dai coetanei. Il filmato è stato rimosso solo dopo tre mesi di ribalta, in seguito alla segnalazione dell'associazione ViviDown.
«Finalmente si è detta una parola chiara - ha sottolineato il procuratore aggiunto Alfredo Robledo - Al centro di questo procedimento c'era la tutela della persona attraverso la tutela della privacy. Sono certo che questa sentenza uscirà dall'aula del tribunale di Milano e farà finalmente discutere su un tema che è fondamentale». E in effetti, la discussione si è subito scatenata, rimbalzando subito su tutte le testate internazionali, dove molti esperti parlano di «una seria minaccia per la rete». Anche Google, commentando la sentenza, ha utilizzato toni apocalittici: «Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stata costruita internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza». È chiaro quindi che in caso di conferma in sede di appello, la sentenza andrebbe a sconvolgere la natura di siti come YouTube, Flickr e Facebook. I fornitori di servizio dovrebbero assicurarsi in maniera preventiva (e cioè prima della pubblicazione da parte dell'utente) che nel filmato, video o immagine caricata non ci siano violazioni della privacy. Il tutto a partire dal presupposto che «il diritto d'impresa non può prevalere sulla dignità della persona», come ha ribadito ieri il procuratore Alfredo Robledo.
Un'interpretazione che non convince del tutto l'avvocato Guido Scorza: «È come se i ferrovieri dovessero rispondere di illecito della privacy se consentono che i viaggiatori, parlando magari ad alta voce, raccontino fatti o episodi suscettibili di ledere l'altrui privacy. Le ferrovie, naturalmente, guadagnano - ovvero esercitano il loro diritto di impresa - sui viaggiatori che trasportano, ma da qui ad ipotizzare che siano responsabili delle lesioni alla privacy arrecate a terzi dai loro viaggiatori il passo è davvero lungo». In tutti gli altri procedimenti legali che la vedono coinvolta, Google ha sempre adottato una linea difensiva di questo tipo: è impossibile filtrare a priori i contenuti caricati dagli utenti, si corre il rischio di dar vita anche in Occidente ad una rete di tipo «cinese». Che è un po' quello che piacerebbe ad alcuni politici nostrani (si pensi al decreto Romani che vuole equiparare i portali di video-sharing alle reti televisive) e alle major dell'intrattenimento.
Mediaset di recente ha portato Google in tribunale per i filmati del Grande Fratello condivisi dagli utenti su YouTube. Le richieste del Biscione sono state accolte in parte e ora Google si vede costretta a rimuovere tutti i filmati del reality show, senza aspettare una segnalazione da parte di Mediaset. YouTube è scesa a patti simili con altri colossi dell'intrattenimento. Da un po' di tempo, molti videoclip e filmati vengono rimossi - tra le proteste degli utenti - attraverso un software di riconoscimento automatico.Dal copyright alla privacy, c'è tutto il rischio che simili sentenze finiscano col limitare la libertà e la creatività online: «È come se per ogni foto pubblicata, Facebook dovesse chiedere il consenso di tutte le persone che vi compaiono - ci spiega la giurista Elvira Berlingieri - Buon senso e diritto impongono l'obbligo agli utenti di non violare la privacy. Ma se la sentenza di Milano dovesse essere riconfermata in appello e fare giurisprudenza, Google potrebbe essere costretta a chiedere all'utente di certificare ad ogni upload di avere il consenso delle altre persone. I problemi che ne derivano sarebbero molteplici e renderebbero, di fatto, il servizio inerogabile».
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Si violerebbe in quel caso la privacy di boss mafiosi e politici collusi ??
Secondo il giudice di Milano gli arresti di persone, avvenuti grazie a video pubblicati su Youtube, sarebbero illegittimi ?!
Mi chiedo quali provvedimenti siano stati adottati "d'ufficio" dal magistrato nei confronti dei protagonisti di quell'episodio, anche se la querela fù ritirata credo che comunque rientri nell'obbligo da parte della magistratura nel perseguire i reati, o no ?? 26-02-2010 08:40 - Acse
Il problema non e' dove il crimine viene documentato, ma e' il crimine non punito.sarebbe a dire che le immagini dei poliziotti che picchiano un inerme non devono essere pubblicate per via della privacy. Privacy del picchiato o dei poliziotti? Per me e' importante che i poliziotti vengano puniti.La verita' e' sempre rivoluzionaria anche quando tocca la privacy di qualc'uno. A meno che non ci siano gli estremi della calunnia o diffamazione.
Se picchiassero mio figlio disabile sarei ben felice che il video fosse pubblicato e che i delinquenti puniti severamente, magari grazie al video.
Ogni censura apre la porta ad una riduzine della liberta' individuae e a qualche malefatta dei potenti. 25-02-2010 19:07 - murmillus