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Alberto Mario Banti
Il mito strabico del Risorgimento
Siamo poi così sicuri che l'attuale Repubblica italiana sia uno Stato fondamentalmente simmetrico allo Stato unitario che si forma nel 1861? E che per corroborare i motivi che dovrebbero indurre a difendere la Repubblica ci sia bisogno di evocare incessantemente la memoria delle battaglie che hanno condotto alla costruzione del Regno d'Italia? Capisco la forza dell'argomentazione: poiché i nemici dell'unità attuale parlano male del Risorgimento, chi vuole bene alla Repubblica deve fare del Risorgimento un mito fondativo. Così ha fatto il presidente Ciampi; così fa, sebbene con maggiori cautele, anche il presidente Napolitano. Solo che, per l'appunto, tutta l'operazione discorsiva che presiede alla celebrazione del 150° si basa su una strana e scarsamente fondata equazione logica: ovvero che la forma-Stato di oggi sia, nella sua essenza, sovrapponibile alla forma-Stato di centocinquant'anni fa. Siccome il punto è assolutamente cruciale, vale la pena di esaminarlo.
Lo Stato che si forma nel 1861 non è un qualunque Stato moderno: è uno Stato-nazione, in questo simile agli altri Stati che si formano ex-novo, o che si trasformano profondamente, nell'Europa del XIX secolo. Cosa vuol dire che è uno Stato-nazione? Vuol dire che si basa sul medesimo assunto che i rivoluzionari francesi del 1789 hanno espresso nell'articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un'autorità che da essa non emani espressamente». È da allora che il termine «nazione» entra a far parte in permanenza del vocabolario politico. Prima nessuno Stato si fondava sulla «nazione». Dopo di allora tutti coloro che vogliono riorganizzare le strutture del politico coinvolgendo le masse, identificano queste masse - in prima battuta almeno - nella «nazione». Ma cosa sono le nazioni? Nessuno, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, lo sa con precisione. Del resto, nella penisola c'è chi parla di nazione napoletana, o veneziana, o piemontese; e poi magari, perfino nello stesso testo, anche di nazione italiana. Alla fine, com'è noto, è intorno alla «nazione italiana» che si coagula un progetto politico che è massimamente eversivo, sia perché vuole cambiare la carta geopolitica della penisola, sia perché vuole introdurre (in una forma o in un'altra) istituzioni rappresentative che diano voce alla «volontà della nazione». Perché prevale l'ipotesi di una nazione italiana? Perché i primi promotori del progetto sono intellettuali con un'ottima cultura, e trovano nella lingua e nella tradizione letteraria un punto di ancoraggio apparentemente solido per il nuovo progetto politico nazionale. Ma qui c'è una grandissima forzatura. All'inizio del XIX secolo l'italiano letterario è usato (ed è conosciuto) solo da una percentuale minima di coloro che vivono nella Penisola, poiché tutti gli altri parlano dialetti che si differenziano molto l'uno dall'altro per strutture lessicali e sintattiche. Si stima che nel 1861 gli «italofoni», cioè coloro che quotidianamente parlano italiano, siano solo tra il 2.5% e il 9.5% del totale degli abitanti della Penisola. Dove è, dunque, questa nazione italiana? Per di più il progetto politico risorgimentale (uno Stato per la nazione) ovviamente ha contro di sé tutte le polizie degli Stati della penisola: facile capire il perché, dato che è un progetto che, in una forma o nell'altra, quegli Stati li vuole o ridimensionare o eliminare.
Così stando le cose, all'inizio dell'Ottocento nessuno che sia saggio e posato scommetterebbe un centesimo su un movimento che poggia su basi così fragili. Eppure, ed è la cosa più affascinante del Risorgimento, non solo quel movimento riesce a radicarsi, ed è capace di promuove insurrezioni e rivoluzioni a ripetizione suscitando la militanza attiva di molte centinaia di migliaia di persone: ma alla fine - attraverso il combinarsi di un insieme di circostanze - riesce anche nel suo obiettivo di costruire uno Stato per la nazione. Ciò che accade nel 1859, la brillante operazione diplomatico-militare guidata da Cavour, ha tutto ciò alle spalle. L'idea che Cavour sia stato l'unico importante artefice dell'unità italiana, e che la nascita di uno Stato-nazione sia stato una sorta di frutto che pendeva autonomamente dall'albero della Storia, e che non bisognasse fare altro che allungare la mano per coglierlo, è una grottesca deformazione: alle spalle del 1859, così come alle spalle dell'impresa dei Mille, c'è un sessantennio di elaborazione culturale e politica, e la tumultuosa formazione di un vasto movimento «di pensiero e di azione».
In questo quadro, il fulcro di tutta l'operazione va visto senza dubbio nel costruirsi e diffondersi del nuovo concetto politico di nazione. Ma che cosa si intende nell'Ottocento italiano quando si parla di nazione? Riassumo il punto cedendo la parola a un testo che si è imposto come il best seller dei best sellers nell'Italia del tardo Ottocento (e oltre), un testo che, fra l'altro, è una silloge straordinariamente efficace del nazionalismo risorgimentale, Cuore di De Amicis. Scrive dunque il padre del protagonista, in una pagina del diario del figlio: «Poiché il racconto del Tamburino t'ha scosso il cuore ti doveva esser facile, questa mattina, far bene il componimento d'esame: Perché amate l'Italia? Perché amo l'Italia? Non ti si son presentate subito cento risposte? Io amo l'Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove son sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che m'educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano».
Riassumiamo: il sangue; la terra; la nazione come legame biologico e naturale, scandito dalla nascita e dalla morte (la madre, il padre, il fratello, la sorella; la memoria dei martiri); e poi, ma in subordine, la lingua, la cultura. E se si scorresse oltre questo stesso testo, come altri testi parimenti significativi, incontreremmo altri elementi decisivi: il dovere del sacrificio e del martirio in guerra; il dovere del coraggio bellico per gli uomini; il dovere della silenziosa subalternità delle donne; la autodefinizione per opposizione: «noi siamo noi, perché siamo diversi da loro (i francesi, gli austriaci, i tedeschi ecc.), che per il fatto di essere diversi da noi possono sempre diventare i nostri nemici». Ebbene, oggi tutti questi aspetti passano regolarmente in second'ordine quando si fa appello al Risorgimento e al dovere civico di commemorarlo e onorarlo. E certo ci sono anche altri valori, nel Risorgimento, che devono parlare ancora alle nostre menti: la libertà, la costituzione, la rappresentanza (sebbene anche qui bisognerebbe soffermarci a indagare e riflettere). Ma il punto essenziale è che quando si parla del Risorgimento si parla in prima istanza di un movimento nazional-patriottico; e che la concezione della nazione che lo anima è quella che brevemente ho descritto.
E allora: è lì che dobbiamo trovare le radici storiche dell'oggi? È nel sangue e nel suolo, nel martirio e nell'onore che dovremmo trovare i nostri valori? O non sono queste le radici storiche che dovremmo conoscere bene, affinché possiamo liberarcene una volta per tutte? E «liberarci dalla storia» (Benedetto Croce), guardare al passato da una necessaria e consapevole distanza, non è poi il vero compito della conoscenza storiografica?
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In sostanza concordo. Dell'Utri, come forse sai, e' ufficialmente dell'Opus Dei (http://www.youtube.com/watch?v=gLjOt_g7RZs&feature=fvst) 03-03-2010 22:06 - murmillus
Più che le intenzioni contano i risultati: storicamente la massoneria ci ha dato una mano contro il potere della Chiesa, questo è innegabile dopodichè certo non è detto che il nemico del mio nemico sia sempre mio amico.
Che la massoneria odierna sia corrotta e legata ad interessi loschi, che abbia in larga parte deviato da quella che in teoria doveva essere la sua "missione" originaria sono d'accordo e anch'io non mi fido di riti segreti, patti vincolanti segreti che in uno stato democratico poi non dovrebbero essere permessi, e non mi fido di organizzazioni che, per esempio, escludono le donne (ma mi risulta che le logge francesi siano miste).
I legami di Gelli con le dittature sudamericane, argentine in particolare mi sono note (Massera era piduista), ma io infatti considero la P2 nè più nè meno che un organizzazione eversiva di stampo parafascista che con la massoneria storica ha poco a che fare.
Sulla massoneria sudamericana ti ripeto che a Cuba le logge sono diffuse e il regime castrista non ha problemi con esse. Insomma la questione è molto complessa e nella massoneria possiamo ritrovare le persone più diverse, in particolare proprio in Sudamerica: Salvador Allende era massone e non era legato a nulla di losco anzi fu vittima di sporchi interessi visto che, come sappiamo, venne rovesciato da Pinochet su mandato della CIA.
Anche sull'onestà di altri due famosi massoni come Mozart e Hugo Pratt (il creatore di Corto Maltese) non ho motivo di dubitare.
ciò non toglie che oggi come oggi una cosa come la massoneria non ha motivo di esistere anzi ormai è diventata pericolosa, in Italia di fatto è una combriccola di uomini ricchi, molti dei quali legati al centrodestra, che conducono affari poco chiari.
A me comunque fa altrettanta paura l'Opus Dei. 03-03-2010 19:57 - paolo1984
L'Italia non esiste, e di conseguenza, non esistono nemmeno gli italiani. E quand'anche esistessero, ci farebbero miglior figura a non esserci, visto che 'Quando lo Stato si prepara ad ammazzare si fa chiamare Patria'. Specie con il governo attuale, così prode di fare guerre dappertutto, di fare l'ascaro degli americani alla faccia dell'Art. 11. 03-03-2010 19:44 - S.m.
Nell'articolo vengono sottolineati quei valori, che io definirei arcaici, e ancora viene sottolineato il fatto che codesti valori dovrebbero ormai essere parte intrinseca del nostro patrimonio culturale, viene sollecitato il bisogno di guardare al futuro con la consapevolezza e la chiarezza di una identità ormai definita. Ma credo purtroppo che al contrario, la nostra identità si riconosca solo in una “maglia azzurra” (o forse poi neanche più di tanto).
Ma ancora, vi si può leggere l'avvertimento di guardarsi dai nazionalismi, che sono frutto di quella storia ottocentesca, da cui dovremmo ben guardarci, come spesso ha scritto Rossana Rossanda. Nazionalismi che hanno prodotto tutto lo sfacelo delle guerre in Europa negli ultimi due secoli.
E non dimentichiamo che quei valori di cui sopra furono alla base di quello stesso nazionalismo che portò l'Italia al trentennio fascista. Ma forse dire queste cose oggi, proprio nel mezzo di un rigurgito fascistizzante potrebbe sembrare un'eresia!
Sempre tornando all'articolo, in esso leggo chiaramente il senso volto a riflettere su quei moti intellettuali che pur hanno permesso il passaggio ad uno Stato (borghese e liberale). Ma la nostra Repubblica nasce da qualcosa di ben diverso, cosi pure come la nostra Costituzione, che va difesa e onorata e nella quale (quella si, come vera fonte unificatrice e democratica) ci dobbiamo riconoscere, e che qualcuno invece vorrebbe affossare e calpestare!
Le nostre radici vengono dalla Resistenza e dalla Costituzione della Repubblica, ed è in questi valori che dobbiamo ritrovare le nostre radici! E quando dico ritrovare, mi riferisco al fatto che le stiamo perdendo (o forse, cosa ancor peggiore, le abbiamo già perse). 03-03-2010 17:21 - Giancarlo
Tra persone normali non c'e' mai stata necessita' di riti segreti e giuramenti vari. Distingue le buone intenzioni da quelle cattive e' sempre difficile quando c'e' la copertura del segreto e di riti vincolanti. E' un fatto: la grande finanza e' massonica e, come disse la moglie di Calvi al giudice, per spiegare perche' suo marito che era iscritto alla P2 si era iscritto anche ad una loggia inglese, "non si fa business nella city se non si e' iscritti alla massoneria". Naturalmente le recenti vicende economiche USA confermano il ruolo dell'alta finanza nella politica.
Se poi analizziamo i fatti dei vari risorgimenti americani,direi che, a parte la retorica, i frutti per la gente povera sono stati veramente pochi e le massonerie sono potentissimi in suddamerica. Vedi le amicizie di Gelli da quelle parti. 03-03-2010 17:13 - murmillus
Non credi di esagerare? Io credo che la massoneria italiana del passato (niente a che vedere con quella di oggi) abbia avuto un ruolo storico positivo in quanto ha diffuso le idee illuministe e ha lottato contro il potere catto-reazionario (a questo proposito ricordo la figura di Ettore Ferrari, massone e scultore della statua di Giordano Bruno in Campo de' Fiori a Roma)
Sulla massoneria sudamericana ti invito a riflettere sul fatto che Salvador Allende era massone e se a Cuba le logge massoniche sono attive, presenti, alla luce del sole e tollerate dal regime un perchè ci sarà.
poi certo se parliamo della P2 bè quella più che massoneria era un'organizzazione eversiva e fascistoide e poi anche la massoneria siciliana infiltrata dalla mafia come la cosiddetta "loggia dei Trecento" di cui faceva parte Stefano Bontate.Sicuramente v sono molte devianze e corruzioni nella massoneria (ne faceva parte anche quel delinquente di monsignor Marcinkus), ma il suo ruolo storico era un altro. Hanno lottato contro il tradizionalismo cattolico e questo non va' dimenticato.
poi esiste anche quella massoneria ultracattolica e secondo me pericolosissima che si chiama Opus Dei fondata dal fascista franchista Josemaria Escrivà de Balaguer. 03-03-2010 14:32 - paolo1984
Allora era meglio che rimanesse in piedi la Italia pre -risorgimento ? quella con lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie ? Quale è la conclusione dell'autore ? Critica il Risorgimento e poi ....? 03-03-2010 13:08 - Amen