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FUORIPAGINA
03/03/2010
  •   |   Gabriele Polo
    Cinque anni fa, a Baghdad

    Baghdad, venerdì 4 marzo 2005, tardo pomeriggio. Ramadan street è trafficata come al solito. La Toyota Corolla è ferma appena prima di una rotonda, il lampeggio d’emergenza acceso da qualche minuto. Dentro, Nicola Calipari aspetta. Insieme a lui, Andrea Carpani, che conosce a memoria Baghdad e per questo è stato scelto come compagno nell’atto finale della missione per la liberazione di Giuliana Sgrena. (...)

    I due agenti italiani, giunti al termine di una trattativa complicatissima e piena di ostacoli, ora non possono far altro che aspettare. Cosa non lo sanno ancora: un segnale, una persona, una macchina, una telefonata. E di telefonate ne arrivano, ma non sono quelle della «controparte». A chiamare è qualcuno della loro parte, insistentemente. Per proporre quella che potrebbe essere l’ennesima variazione di programma in una vicenda che ne ha già conosciute tante. Perché i messaggi arrivano da Roma, dal Sismi, il «suo» servizio. Dove c’è chi si convinto che quello di Ramadam Street sia un appuntamento sbagliato, che la pista di Calipari forse non è quella buona. Anzi potrebbe essere una trappola, bisogna andare a cercare da un’altra parte. Ma a Calipari la cosa non torna. E’ sicuro di quello che ha fatto, delle lunghe trattative. Non si sposta di lì, ripensa alle tante «interferenze» di quell’ultimo mese. (...)

    Tutto era iniziato il 4 febbraio. Quando Giuliana Sgrena viene rapita all'uscita di una  moschea di Baghdad, Calipari è in partenza per una settimana di ferie. La notizia del rapimento cambia i programmi: il dirigente del Sismi accompagna la famiglia in montagna e poi rientra subito a Roma. Calipari vuole esserci, gestire: pensa che sia un suo dovere. Ma forse c’è anche qualcosa di più, forse non si fida di qualche collega e nel Sismi non è un mistero il contrasto che lo divide da un altro degli uomini di punta del servizio, Marco Mancini, che ha ottimi rapporti con i colleghi americani. Così, in quelle prime ore incerte, mentre già si evocano scenari di blitz e gli americani ribadiscono che «con i terroristi non si tratta», Calipari prende in mano la gestione del «caso Sgrena».  (...)


    Al manifesto siamo poco pratici di servizi segreti. Ciò che più colpisce dei neofiti come noi è una certa confusione dentro quello strano mondo, che non è fatto di «barbe finte», ma di tante incongruenze, contraddizioni, doppiezze. Così il rapporto è formale ma diretto,  solo con il generale Pollari e Calipari. Ma questo non basta a evitare che alcune stranezze investano pure noi. Una sera ci informano che è in arrivo un video di Giuliana. Poi ci convocano per mostrarcelo, prima che venga mandato in onda dall’Ap di Baghdad. Nessuno deve sapere, per non far saltare il contatto. Ma quando arriviamo a Palazzo Chigi, Pollari ci salta addosso: «Mezza stampa italiana sa di questo appuntamento... Così si mettono a rischio i nostri operativi a Baghdad...  Che gioco è questo, a chi l’avete detto?». A nessuno: «Generale, farebbe meglio a guardare dentro casa sua...». Il gelo che segue è rotto solo dal pianto di Giuliana che mezzo mondo vedrà in tv alcune ore dopo. (...)

    Passano i giorni, il contatto si consolida, la trattativa parte, Calipari fa la spola tra Roma e Abu Dhabi, si profila la richiesta del riscatto. Ma il sequestro di Giuliana Sgrena è un palcoscenico su cui vogliono esibirsi in molti. Così le «interferenze» si susseguono, più o meno pesantemente, e i rapitori ci giocano su, per alzare il prezzo. Calipari ricomincia a tessere da Roma e la notte del 28 febbraio sale sul Falcon del Sismi diretto ad Abu Dhabi, verso le solite stanze d’albergo teatro degli incontri con la «controparte». C’è ancora molto da fare, ma il Tg5 già annuncia che «per la liberazione è questione di ore». Invece seguono giorni di stop and go per definire i particolari. Solo la sera del 3 marzo tutto è pronto. Il giorno dopo, partenza per Baghdad, con in mente un solo pensiero: venire via di lì il più in fretta possibile, sperando che i rapitori non cambino idea e che gli americani non creino problemi. (...)

    Alle 18, ora di Baghdad (le 16 in Italia) Nicola Calipari è lì, su Ramadan Street, ad aspettare. Poi, finalmente, arriva un pick up da cui giunge il messaggio atteso: «Follow me». Quel che ne segue è stato raccontato mille volte. Il lungo addentrarsi su stradine sconosciute, l’auto con Giuliana, la sua liberazione, il viaggio verso l’aeroporto. L’ultima curva con il check point non segnalato, i marines lì da un paio d’ore a protezione del  passaggio di Negroponte (che però è già passato), il soldato Lozano che vede la Toyota e per non sbagliare spara per uccidere. Poi verranno i funerali, la medaglia all’eroe e, con essa, i «rimproveri» per «gli errori commessi», qualcuno scrive di «presunzione». La commissione d’inchiesta italo-americana con conclusioni separate, i tribunali italiani che decideranno la «non giurisdizione», la politica che tira un respiro di sollievo. Ogni cosa torna al proprio posto, il caso è chiuso.

     

    (Quella qui pubblicata è una sintesi dell'articolo, leggibile integralmente sul manifesto in edicola giovedì 4 marzo)


I COMMENTI:
  • CONOSCO MOLTO BENE MARCO MANCINI,AVEVA RAPPORTI MOLTO CONFINDENZIALI CON GLI U.S.A A BAGHDAD..UNA GOLA FROFONDA CHE HA CAUSATO ANCHE LA MORTE DI NICOLA. 23-12-2010 20:38 - carlos
  • Se un soldato italiano avesse sparato su un'utomobile con una giornalista americana e delle spie americane della CIA,quel soldato,il suo primo ufficiale,il colonnello che comandava la brigata,il generale che comandava sul campo e il ministro di guerra italiano,con il suo capo di governo e tutti gli iscritti al partito di maggioranza e alle opposizioni;gli americani gli avvrebbero spaccato le chiappe con trapani a percussione e dopo sarebbero tutti in qualche carcere tipo Guantanamo a chiedere perdono e fare mea culpa.
    Invece la cosa è successa al contrario e ora a 5 anni di distanza,non ci sono colpevoli e si brancola ancora alla ricerca di prove concrete.
    La spia italiana che è morta,se sapesse a cosa andava incontro e se avesse saputo che il "fuoco amico", oltre che ammazzarlo,non gli chiede neanche scusa.
    Ma questo succede a chi si fa zerbino di poteri molto più forti di quello che poteva immaginare.
    Gli italiani sono un sottoprodotto in questo nuovo imperialismo e come tali contano molto poco nella scala sociale dei potenti.
    Un po sopra ai negri dell'Africa ,ma sempre meno degli "Yuma".
    Quando facevo il militare a Verona,mi accorsi subito di essere un sodato di seconda categoria.
    I nostri ufficiali,nella caserma NATO, in cui stavo venivamo quodidianamente offesi e beffeggiati dai soldati semplici americani,che con le loro autoblindo sgommavano e facevano i prepotenti dentro e fuori della caserma.
    Che pena essere un suddito. 03-03-2010 22:50 - maurizio mariani
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