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FUORIPAGINA
04/03/2010
  •   |   Francesco Piccioni
    Progresso italiano. Licenziamenti liberi, al lavoro a 15 anni

    Zitti zitti, contando su un silenzio di tomba mediatico, politico e in buona misura anche sindacale, il governo ha messo a segno un altro duro colpo al lavoro dipendente. Un colpo che può diventare devastante perché consente alle imprese di aggirare completamente lo scoglio fin qui rappresentato dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Quello che impedisce a un datore di lavoro di licenziare «senza giusta causa»: ovvero senza colpe specifiche addebitabili al dipendente. Fin qui, in caso di «controversie» tra lavoratore e azienda, si potevano percorrere due strade: a) l’arbitrato, per i contenziosi meno problematici; b) il ricorso al giudice del lavoro in caso di licenziamento.

     

    Con il decreto approvato con formula definitiva dal Senato il 3 marzo, invece, le aziende potranno imporre a ogni nuovo assunto di firmare ­ insieme al contratto di assunzione ­ un’«opzione preventiva» con cui il lavoratore «sceglie» di rinunciare alla via giudiziaria, accontentandosi del semplice «arbitrato». Ognuno di voi può immaginare la situazione: non trovi un lavoro stabile da anni, oppure la tua vecchia azienda è andata fallita da qualche mese. Ti capita di poter entrare in un nuovo posto; ti mettono davanti quel foglio in bianco da firmare, altrimenti puoi anche andartene. Quanti di voi troverebbero la forza di andarsene e via e rimettersi in cerca di un salario?

     

    C’è anche un secondo modo, ancora più subdolo di importi «l’arbitrato». Nei contratti collettivi i sindacati potranno o no far inserire una formula analoga. Le imprese premono ovviamente perché sia inserita; i «sindacati complici» (Cisl, Uil, Ugl o chiunque altro sceglierà la controparte aziendale come «interlocutore privilegiato») saranno d’accordo. La Cgil si opporrà da lontano, perché intanto è stata esclusa dai tavoli di contrattazione (tranne le categorie più «disponibili» a un compromesso al ribasso). Et voilà! Nessuno o quasi potrà più far ricorso a un giudice per veder riconosciuto il proprio diritto a non essere licenziato. E’ vero, come dice Sacconi, che «l’art. 18 non è stato toccato». Semplicemente non potrà più essere applicato.

     

    Ma non finisce qui. L’art. 52 del decreto stabilisce che i precari (o le finte partite Iva) che dovessero vedersi riconoscere dal giudice «la natura subordinata dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa», invece di essere assunti (come ora) verranno «liquidati» dall’azienda con un indennizzo variabile tra i 2,5 e i sei mesi di stipendio.

     

    Non vi basta? Beh, se avete un figlio all’ultimo anno di scuola dell’obbligo (tra i 15 e i 16 anni, quindi) potrete tranquillamente spedirlo in fabbrica a fare «apprendistato». Varrà «come se» avesse studiato. Potrà dirsi «diplomato alla scuola della vita», come suo nonno.


I COMMENTI:
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  • ringrazio la fim ela uilm x il contratto separato dei metalmeccanici e ora csl e uil x qusta altra porcata .SVEGLIA CGL O RESTRAI SEMPRE PIU SOLA. UN RSU DELLA FIOM 16-03-2010 22:17 - luca
  • ke dire di tutto cio.RIBELLIAMOCI.I sindacati di base,si battono da sempre x i diritti. 05-03-2010 18:44 - damasco
  • Caro Manifesto
    chi di voi va a chiedere alla signora Emma Bonino, invece di quanti chili ha perso, che ne pensa la candidata alla presidenza della Regione Lazio di questo incentivo alle imprese? Per esempio se preferirà aiutare quelle che non lo applicano invece delle altre?
    Questa è l'informazione sulla campagna elettorale che si vorrebbe da voi.
    Livia 05-03-2010 12:56 - Livia Castelli
  • Con la legalizzazione del licenziamento verbale,i lavoratori ritornano ad una condizione giuridica degna degli anni '50,se non perfino degli albori del capitalismo...
    E' la modernità neoliberista!
    http://blogabolizioneprecariato.blogspot.com/

    dalemoni 05-03-2010 12:05 - dalemoni_2007@libero.it
  • MI sta tornando "LA VOGLIA RIVOLUZIONARIA"!!!!!! 05-03-2010 10:57 - franco
  • Forse non i lettori del manifesto ma la classe (la chiamiamo operaia? dipendenti? o semplicemente i lavoratori?) ha messo in mano a questa gente l'arma carica perché facciano ciò che vogliono. Loro (li chiamiamo i padroni?) sapevano per chi votare, gli altri (quelli che oggi vengono fregati) non hanno capito nulla. Non ricordate quando L. diceva a confindustria "il mio programma é il vostro"? A essere cattivi quando si incontra (e incontrerà) un licenziato o disoccupato si dovrebbe dirgli "sei senza lavoro? Stai allegro, guarda passare le ronde, pensa che sono diminuiti gli sbarchi (dei disperati non dei criminali che arrivano con altri mezzi). Che dire? Ricordo le discussioni con i miei operai che votavano in massa Lega (e io il padrone, la sinistra) essere sicuri del radioso avvenire. Anche a me ora le cose non vanno benissimo ma sono come quelli che vivono in collina quando arriva l'alluvione. Tanto che volete che accadrà, alle regionali vinceranno ancora. 05-03-2010 10:33 - Massimo
  • cisl, uil, ugl stanno confermando di essere sindacati prezzolati dal peggio (nonché mafiotroglofasciobigotto) governo degli ultimi 150 anni.
    anzi, in pratica svolgono la funzione dei "procacciatori di voto" tra i lavoratori..
    che squallore di paese. 04-03-2010 22:03 - iggy
  • non esiste una critica che sia una al sistema. definiamo per il momento 'sistema' un qualcosa di dinamico, che va da sè, un sistema cibernetico chiuso, una macchina sociale. ebbene, esiste una critica contro i funzionari, veri o presunti, del sistema, siano considerati essi i padroni, gli americani, le lobbies finanziarie e/o massoniche, gli ebrei di israele e non. ma una critica a questo sistema, dov'è? chi è che mette in discussione la produzione di merci in quanto tale? nessuno. la produzione di merci è considerata naturale come il sole che vediamo la mattina, come il caldo l'estate e il freddo l'inverno. solo che non funzionando più, il sistema che le merci le produce, non essendoci più competitività, si torna, per mantenere i posti di lavoro, o per attenuarne l'emorragia, allo sfruttamento del plusvalore assoluto, un pò come nell'800 (d'altronde ora pure i giovanissimi li metteranno a lavorare): si compete cioè spremendo al limite il lavoratore, o almeno mettendosi nella condizione di poterlo fare, riducendolo a una cosa (tale in realtà era sempre rimasto). prima l'attacco allo sciopero attraverso la formula dello scipero simbolico (lavori lo stesso ma non sei pagato se aderisci), poi la deresponsabilizzazione delle imprese sugli infortuni sul lavoro, e ora la botta finale, l'arbitrato. e allora, che fare? tornare alla lotta di classe? e su quali basi che se dici "a" nel posto di lavoro rischi un licenziamento e hai una massa di disoccupati affamati pronti a sostituirti? un tempo c'era crescita, si era molto meno ricattabili e con la lotta di classe si raggiungeva un certo livello di dignità, cioè gli standard di civiltà che in buona parte ancora, per molti, sono ancora validi, ma che stanno cadendo a pezzi. questa dignità conquistata (il welfare) era anche una forma di integrazione nell'accumulazione del capitale, un'interiorizzazione nella coscienza delle leggi apparentemente magnifiche e progressive delle sue leggi. ora invece sta progressivamente saltando tutto. le bolle, effetto dell'impossibilità per il capitale di realizzare investimenti produttivi di valore, si gonfiano a dismisura e poi, prevedibilmente, scoppiano; i bilanci delle imprese sono in perdita e i governi si assumono il peso di coprire le perdite. ma la crescita non c'è. le organizzazioni di sinistra, che del lavoro hanno sempre fatto il loro riferimento principale, a queste condizioni non sanno più che dire. potrebbero allarmare i lavoratori, dirgli che stanno perdendo i diritti e che questo non è giusto ed è anzi degradante. ma i lavoratori, forse non sanno che esiste una crisi mondiale e che "è meglio un lavoro che nessun lavoro", e che quindi non hanno potenziale contrattuale, e che è meglio subire, piuttosto che alzare la testa e venire immediatamente isolati e travolti dalla concorrenza universale del tutti contro tutti, in un regime di caproespiatorizzazione delle relazioni sociali, di chiusura e di esclusionismo, e da cui tutti vorrebbero difendersi, senza poterci alla lunga riuscire? la miopia di questi tempi è il maggior problema.

    non scrivo queste cose per dare soluzioni, ma se non si comincia a operare una critica della produzione di merci, cioè una critica radicale, non nel senso di "sinistra radicale" che era più o meno un sinonimo di massimalismo postmoderno, ma radicale nel senso che va ad analizzare le radici di questo sistema, se non si fa questo, soluzioni non ci saranno, sarà cioè praticamente impossibile mettere a fuoco gli obiettivi per una mobilitazione di massa che sappia 'resistere' e 'superare' non tanto le storture di questo sistema, cosa ormai impossibile (vi ricordate la corrente piccista dei 'miglioristi', tanto moderata al punto che il nostro capo di stato viene da lì?), ma il sistema stesso, che è il sistema del lavoro, della logica della valorizzazione e della forma merce. 04-03-2010 21:19 - lpz
  • Mi sono chiesto spesso come mai nonostante la schiacciante maggioranza parlamentare e la "distrazione" dell'opposizione sulle tematiche del lavoro ancora la maggioranza berlusconiana non fosse passata all'attacco dell'art. 18. Oggi abbiamo la risposta, da due anni stavano lavorando ad un provvedimento legislativo che, partendo da una necessità oggettiva, una più rapida soluzione delle controversie fra aziende e dipendenti, ha di fatto svuotato la funzione giurisdizionale, quindi della legge e quindi della L.300 art 18, per affidare ad un arbitrato extragiudiziale la soluzione delle controversie sul lavoro (leggi licenziamenti ). E' fin troppo evidente che in questo modo si è aggirato l'art.18 che non è stato cancellato ma lo si è reso difficilmente applicabile. 04-03-2010 19:28 - luigi sanza
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