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Alberto D'Argenzio
L'Olanda dove vince l'odio
Yves Meny è uno dei maggiori esperti di populismo. Direttore fino all'anno scorso delle Scuola europea di Firenze, gli abbiamo chiesto come valuta il successo elettorale di Geert Wilders.
Prima Pim Fortuyn, ora Geert Wilders, cosa succede in Olanda?
Dalla fine della II Guerra mondiale il paese ha vissuto su un sistema consociativo basato sull'appartenenza a un gruppo: o religioso o socialista, come in Belgio e Austria. Un sistema a pilastri, fatto di partito, sindacati, associazioni, che viveva su un'intesa tra le élite, per cui tutti concordavano sul convivere preservando le proprie tradizioni. Poco a poco questo accordo è andato sgretolandosi per l'indebolimento dei partiti tradizionali e perché l'opinione pubblica era stanca di un sistema congelato. Inoltre, dopo anni di apertura all'immigrazione, per realizzarsi completamente questo sistema avrebbe dovuto inglobare un «pilastro musulmano». Invece è crollato, soprattutto a causa del radicalismo islamico. A quel punto sono nati i movimenti di protesta contro la presenza di musulmani.
Quella olandese è vera tolleranza?
Il mito della tolleranza olandese è nato sulle spalle altrui. Si è forgiato nel 1600-1700, quando si poteva stampare tutto ciò che era impossibile stampare nei paesi vicini, ma lo si faceva per vendere all'estero. Una tolleranza con motivazioni economiche che proiettava i suoi effetti altrove.
Ha parlato di crisi dei partiti tradizionali, a perdere sono però soprattutto quelli di sinistra.
In Olanda come dappertutto. Una parte dell'elettorato più povero che votava tradizionalmente a sinistra si è lasciato incantare dalle sirene populiste. C'è un declassement della classe operaia più povera, quella che si trova a condividere il tenore di vita degli immigrati.
E la crisi non aiuta...
Il grande problema di questa epoca è che la sinistra ha poco da offrire sul piano della redistribuzione. La capacità dei governi di sinistra di realizzare una politica diversa è pressoché zero: è quasi impossibile farlo quando le frontiere non esistono più, con la globalizzazione e l'Unione europea. I governi - Germania esclusa, perché controlla la politica monetaria - non hanno spazio di manovra. C'è uno scarto colossale tra il discorso politico e ciò che i politici possono fare e questo scarto fa vincere i populisti, che possono promettere tanto, senza dover mantenere. Ma il problema ancora più grave è che la sinistra non ha saputo offrire una visione del futuro: in parte si è fatta affascinare dal blairismo, che faccio fatica a chiamare di sinistra, oppure si è arroccata nella difesa del passato. Ha perso una-due generazioni.
L'economia non è in mano ai governi, ma le politiche sull'immigrazione sì. E in Olanda, pur essendo durissime, non hanno bloccato l'ascesa di Wilders.
I partiti populisti nascono da un problema, quello dell'immigrazione. Su questo terreno la sinistra e parte della destra hanno avuto una visione «angelica». Se arrivano centinaia di migliaia di immigrati e una parte di loro trova lavoro, ma non casa, né strutture, è chiaro che si rafforza la delinquenza. Per i populisti è stato facile urlare «il Re è nudo», il problema è che lo fanno con proposte folli e razziste.
In Olanda c'è già chi pensa ad allearsi con Wilders. È meglio isolarlo, con il rischio di rafforzarlo, o farlo partecipare al governo, sperando che emerga il suo vuoto populismo?
L'alleanza con questi partiti è inconcepibile. Oltretutto il Pvv non esiste: è Wilders e due-tre assistenti, è una creatura carismatica. La domanda non è qual è la strategia migliore, ma qual è quella accettabile. Il compromesso non può superare l'etica della responsabilità.
Wilders riuscirà a consolidarsi?
Vedremo cosa farà il Pvv alle politiche del 9 giugno. Le forze populiste, che spesso sono un fenomeno carismatico, o spariscono - come la Lista Fortuyn o i partiti di Haider, ora in crisi - o fanno come la Lega nord: si consolidano prima in una zona geografica e poi si integrano nel sistema politico. Per Wilders è un'occasione fantastica presentarsi prima in due città e poi, a giugno, alle elezioni nazionali.
Oggi Wilders metterà piede in Inghilterra, dove un anno fa era persona non grata. Quanto aiutano queste etichette?
È stata una pubblicità meravigliosa. I leader populisti cercano questo: sono dei provocatori, per loro essere stigmatizzati è come ricevere acqua benedetta. Le formazioni populiste non si chiamano quasi mai partiti, ma movimenti, unioni, leghe, e scelgono parole come libertà, popolo, parole chiave per attrarre un elettorato che non sa a che santo votarsi. In questo Berlusconi è il campione.
Hanno una vita spesso effimera, il più delle volte non arrivano al potere, ma fissano l'agenda dei governi. C'è da attendersi un'Europa «Superfortezza»?
Sono partiti che hanno solo due-tre tematiche, ma diventano un punto di riferimento, spostano il perno del dibattito, definiscono la posizione degli altri. Ma anche così, quella dell'immigrazione è una battaglia persa: l'Europa può fare tutti i discorsi che vuole, ma non fermerà l'onda. Nel 2050 ci saranno 2 miliardi di africani alle porte della Ue. Viviamo in contraddizione permanente: si parla di chiusura e si fanno le eccezioni, come in Italia per le badanti, quando quello che servirebbe è coordinare le politiche migratorie con quelle commerciali e allo sviluppo. Dobbiamo creare un polo economico a sud, iniziando ad aprire i nostri mercati agricoli ai prodotti africani. Ma, al contrario, si naviga a vista, l'azione politica non è più sostenuta da un pensiero, da un'etica, manca una visione e la capacità di difenderla e attuarla. E così crescono i populisti.
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La maggioranza funziona benissimo e i loro figli anzi le figlie a scuola vanno benissimo. Le case qui non hanno le sbarre al pianoterra.
Ma indubbiamente c'e' una parte dell'elettorato che teme oerdita' di identita' e non vorrebbe rifare certe lotte per conquiste liberali. Dettaglio :Wilders ossigenato per nascondere le origini. indonesiane. Il suo nonno militare nelle ex colonie fu trattato male del governo olandese dell'epoca.Scusate eventuali errori nella vostra bella lingua. saluto da Amsterdam 24-03-2010 17:01 - marijke woorts
"Tolleranza", secondo me, non e' un principio per cui lottare; letteralmente, "tollerare" (in fisica, ingegneria, sociologia) e' sopportare un elemento potenzialmente dannoso o pericoloso; pensate forse che Gandhi, o Martin Luther King, o che so io lottassero per essere "tollerati"? O che il movimento femminista lotti forse affinche' le donne siano "tollerate"?
Occorre ricostruire una battaglia ideologica per difendere "uguaglianza" ed "emancipazione" -- tolleranza non basta, anzi.
Altro problema e' "integrazione": occorre forse che gli immigrati si "integrino" per avere i loro diritti rispettati? Non basta forse che obbediscano alle leggi? 06-03-2010 04:24 - peppo