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Marco Boccitto
La tragedia rock di Bob Geldof
«Spazzatura». Ieri Bob Geldof ha liquidato con prevedibile sdegno l'ipotesi che buona parte dei fondi di beneficienza raccolti anche grazie al suo Live Aid per le popolazioni affamate dell'Etiopia siano finiti al supermarket delle armi. Il rocker-baronetto britannico ha negato ogni evenienza dalle colonne del Times, ma anziché circostanziare un minimo il suo «semplicemente non è vero», rispetto alle amare, imbarazzanti conclusioni a cui è giunta l'inchiesta della Bbc che ha sollevato il caso ha preferito agitare l'allarme umanitario.
La «fottuta tragedia», secondo Geldof, sarebbe l'impatto disastroso che una simile verità - i fondi deviati secondo l'inchiesta chiamano in causa anche campagne condotte da Oxfam, Save the Children, Unicef e Christian Aid - potrebbe avere sulla fiducia dei donatori e sulle finanze dei destinatari. Insomma il mondo non sarebbe più lo stesso, se la gente «smettesse di donare alle associazioni di volontariato per colpa di accuse fatte dallo stesso ente televisivo che lo ha spinto a combattere la povertà e la fame in Africa». Una chiamata di corresponsabilità, in qualche modo.
Le accuse, un po' anche per fortuna di Geldof, arrivano precisamente da Aregawi Berhe e Gebremedhin Araya, due ex generali del Fronte popolare di liberazione del Tigrai, che tempo per uscirsene prima ne avrebbero pure avuto. L'inchiesta le ha solo sommate a un rapporto della Cia redatto all'epoca dei fatti, risalenti al biennio 1984-85, che dice più o meno le stesse cose, solo con un po' più di tempismo. Le stesse circostanze vengono confermate a questo punto anche da Seye Abraha, altro ex comandante della guerriglia che oggi è impegnato nell'opposizione al regime di Meles Zenawi. Ecco a favore della tesi sostenuta dall'ex cantante dei Boomtown Rats, che in questo forse è stato un po' meno fortunato, potrebbe appunto esprimersi, se mai romperà il silenzio in cui sembra essersi chiuso, l'attuale padre-padrone dell'Etiopia, che del Fronte è stato un leader indiscusso. Oggi basa la sua permanenza al potere esibendo grandi sorrisi alla comunità internazionale e usando il pugno di ferro con l'opposizione interna. E in questa storia tutti gli indizi portano a lui. In Etiopia peraltro non è sfuggito il trasporto con cui lo scorso anno Geldof si è fatto accompagnare a Korem per celebrare il venticinquesimo anniversario del reportage di Michael Buerk. Le immagini che sbatterono in faccia al mondo la tragedia della carestia, ma evidentemente non tutta la verità, quella che un qualsiasi studioso degli intrecci letali tra natura matrigna e soprusi geopolitici avrebbe potuto spiegare meglio.
Con Live Aid e la relativa Do they know it's Christmas, la canzone che subito balzò in vetta alle classifiche in quel dolciastro Natale del 1984, sono stati tirati su quasi 300 milioni di dollari. Un capitale anche d'immagine, investito a piene mani nei successivi Live 8 e Live Earth. Il caposaldo dei megaeventi musicali benefici ha rappresentato anche l'incipit della seconda carriera di di Geldof, che da lì in poi si è comportato per così dire da para-statista, molto più attento ai governi che ai popoli. Alla guida di un movimento di artisti capaci di far ragionare i grandi della terra e di collaborare con il Dipartimento di stato americano ai tempi di Bush, come ha fatto Bono, per risolvere finalmente il problema della fame in Africa. La piaga contro cui Live Aid, a dispetto dell'orgoglio di tanti per averci provato, ha potuto ben poco.
- Insomma basta. Lo sanno anche i sassi che le azioni di beneficienza servono più a coloro che le fanno che a coloro che dovrebbero riceverle. Le star lo fanno principalmente a scopo promozionale, del tipo "io ci metto la faccia e attiro le folle, voi - gli organizzatori che gestiscono l'evento - passate a risquotere sull'onda emotiva e vi intascate l'80% dei guadagni - Telethon, per dirne una, ha ammesso questi livelli percentuali annotandoli alla voce "spese organizzative" - , il resto lo date effettivamente in beneficienza, così siamo tutti contenti; io star che mi sono fatta pubblicità e magari intasco qualcosina dall'evento e dai futuri introiti che l'opinione pubblica nei miei confronti farà lievitare, voi organizzatori che intascate e lavorate e le folle che si scaricano la coscienza e possono continuare a vivere in pace con se stessi convinti di essere pure più buoni". Geniale, no? Daltronde basta andare a vedersi il numero effettivo di onlus e associazioni "umanitarie" che operano nel mondo, per avere conferma che è solo business. Poi sì, non va sparato nel mucchio ed è certo che qualcuna opererà onestamente e in buona fede, ma come si dice, una rondine non fa primavera. Se tutte queste associazioni facessero realmente ciò che dichiarano di intenti a quest'ora non ci sarebbe più un affamato in giro. E' evidente che non è così. A Geldof direi: "caro Geldof, a scanso di equivoci facci vedere come hai speso i soldi che hai intascato fino ad oggi con i Live Aid che hai organizzato. Centesimo per centesimo, con tanto di carte notarili che attestino ogni singola entrata e uscita, nonchè foto e filmati che attestino inequivocabilmente le strutture realizzate. Semplice. Così ogni accusa nei tuoi confronti cadrebbe e la gente continuerebbe ad avere fiducia in queste iniziative. Ma se ci arrivo io è impossibile che non ci arrivi tu, caro Geldof, e se le cose di cui sopra non le fai limitandoti a sterili accuse complottiste, non sei credibile e la cosa puzza non poco". E poi questa che codesti artisti avrebbero fatto "ragionare" i governi occidentali sensibilizzandoli riguardo la fame nel mondo è davvero esilarante! Ma dove? Casomai è vero il contrario, ma tant'è. 05-03-2010 17:00 - jack
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