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Alfredo Marsala
Chi davvero vuole Termini
La fabbrica trasformata in un mega-studio cinematografico per fiction e soap opera con microfoni per il doppiaggio e ricevitori audio/video affidati a chi fino ad oggi monta sedili e vernicia paraurti. Oppure un grande centro commerciale con lavoratori, abituati alla tuta blu, vestiti in camice bianco a consigliare ai clienti quale macchina del caffé' acquistare tra Saeco e Gaggia. O ancora capannoni trasformati in laboratori super tecnologici per la produzione di energia e il personale, che un tempo lavorava in catena di montaggio, impegnato con schemi di ipotesi di telecontrollo e computo metrico.
Tutto questo sembrerebbe fantascienza, invece sono alcune delle proposte che Invitalia, advisor del ministero dello Sviluppo Economico, sta vagliando come possibile riconversione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Ipotesi ancora vaghe, che però gettano nello sconforto chi da dieci o vent'anni anni lavora in Fiat, assemblando auto e sperando che il proprio figlio possa prendere un giorno il suo posto. Per loro, se le proposte dovessero trasformarsi in qualcosa di più, si profilano scenari che qualcuno definisce comici, se non tragici. Non piace ai lavoratori l'idea del ministro Claudio Scajola di giocare la partita puntando sulla salvaguardia dell'occupazione sacrificando eventualmente l'auto, anche per adesso l'auto resta l'ipotesi «privilegiata», mentre la Fiat è irremovibile nel volere abbandonare la fabbrica il 31 dicembre del 2011.
«Se la prospettiva sono gli studios del gruppo Einstein - dice Calogero Cuccia, operaio al reparto montaggio - significa che il governo sta brancolando nel buio. Ma come è possibile soltanto immaginare che una fabbrica che da quarant'anni assembla automobili ad un tratto venga trasformata in una grande set dove si girano film o cose del genere?». Sostenere una riconversione del sito industriale pensando a settori al di fuori di quello dell'auto, secondo Cuccia, «vuol dire che si sta prendendo tempo in modo da arrivare alla fine del 2011 facendo uscire di scena la Fiat senza battere ciglio». E' vero anche che, come sostiene Giuseppe D'Agostino, anche lui operaio, «sono rimasti in pochi a credere alla favola di un ripensamento della Fiat, perché è chiaro che l'azienda ha fatto le sue scelte». «Ma tutto quello che viene fuori da questi tavoli tecnici a Roma - lamenta D'Agostino - sono palliativi. Qui a Termini Imerese si deve continuare a produrre auto e basta».
Nessuna delle 16 proposte - adesso ridotte a 9 - su cui stanno lavorando i funzionari di Invitalia convince, anche se i dettagli non sono noti. «Al ministero possono dire quello che vogliono - si arrabbia Vincenzo Benigno, operaio Fiat addetto al reparto lastratura - ma bisogna essere seri. Stiamo parlando di una fabbrica con una manodopera qualificata per l'assemblaggio di auto, cosa vogliono farci fare: i commessi, le comparse?». Anche se oltre il 50 per cento dei lavoratori Fiat è in età di accompagnamento alla pensione, l'altra metà è cosciente che «l'unico settore che può davvero garantire lavoro a lungo termine e sostenere lo sviluppo del territorio è quello dell'auto», aggiunge Benigno. «Ovvio che chiunque, di fronte al peggio, si accontenterebbe di fare altro - continua - ma questo è un ragionamento ingiusto nei confronti di chi ogni mattina si alza alle 4 per andare a lavorare e crede in quello che fa».
Come avviene in tutte le crisi, c'è chi sta ancora peggio. Sono gli oltre 600 lavoratori delle aziende dell'indotto Fiat, quelli che lavorano alla Lear, alla Bienne Sud e nelle altre ditte. «Per noi è tutto più complicato», dice Andrea Ingrassia, uno dei 163 operai della Lear che produce i sedili per la lancia Ypsilon, il cui nuovo modello sarà prodotto nella fabbrica della Fiat in Polonia (da cui invece, stando ai piani annunciati, verrà portata via la linea della Panda per essere trasferita nello stabilimento campano di Pomigliano D'Arco). «Se è vero che la Fiat alla fine del 2011 spegne gli impianti - sottolinea - è altrettanto vero che le aziende dell'indotto lo faranno prima. E' ovvio che un'azienda che è consapevole di doversi fermare non ha interesse ad arrivare fino in fondo». Qualunque proposta che non sia l'auto, avvisano gli operai, «metterà fuori gioco tutto l'indotto».
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Le industrie cinesi producono il 9%in più dell'anno prima e così tutti i paesi del terzo mondo che hanno accettato di diventare i nuovi operai.
Industria e anche l'agricoltura oggi.
Siamo noi che dobbiamo perdere questo primato.
Dobbiamo diventare come gli inglesi che da anni hanno lasciato la loro industria.
Solo che gli inglesi,hanno ancora chi è disposto a lavorare per loro e un disoccupato inglese guadagna quanto un occupato italiano.
Noi, abbiamo solo il lavoro e non abbiamo,colonie ne altri trattati che ci privileggiano,cosa dobbiamo fare?
La nostra repubblica è fondata sul lavoro,ma ora su quali radici dobbiamo continuare a vivere?
Certo i borghesi,se ne fregano che non c'è lavoro,loro non vivono per quello.
Questa società non è come quella inglese.
Noi siamo governati da una banda di ladri e antipatrioti! 09-03-2010 15:13 - mariani maurizio
Il polo tecnologico energetico sembra un`ipotesi ragionevole, parte della competenza tecnica e manualita`potrebbe e`simile (si pensi all`assemblaggio di turbine).
Pero`puo`darsi che gli operai di TI temano l`inghippo (non sarebbe la prima volta) e non si fidino della capacita`di mediazione e progetto di un governo che finora ha fatto molto poco.
A mio parere il governo dovrebbe scoprire le carte il prima possibile, e chiarire chi davvero ha un progetto industriale (non un altro ipermercato!) per Termini Imerese. 09-03-2010 14:42 - Enrico Marsili
Prendiamone atto e cerchiamo di reinventarci invece di insistere a fabbricare auto che nessuno comprerá. Guardiamo ad esempio la Germania che ha riconvertito nel settore energia. La civiltá industriale si evolve e si adatta ai mutamenti ma i primi a non accorgersi di questo sembrano essere i primi attori di questa civiltá: gli operai. 09-03-2010 11:25 - Riccardo
La terra,è coltivata dai "negri" mentre tutte le nazioni stanno raccogliendo le olive con machinari.
Hanno fatto dei trattori con le ruote più alte delle piante di olive e raccolgono in 5 minuti tutte le olive dell'albero.
Noi invece,nonostante le montagne di danaro concesse alle industrie,lavoriamo come al tempo dei padroni con le braghe bianche.
Poi dicono che fare le automobili in Italia costa caro.
Certo,si sono rubati i soldi della ricerca e dello sviluppo nazionale.
Quelle facce da cazzo, che ogni giorno parlano,parlano e ci rimbambiscono di dati falsi e di cifre balorde,sono tutti indaffarati a far passare il disarmo generale dell'industria italiana.
Noi che abbiamo costruito le navi più grandi del mondo.
Noi che siamo sempre stati all'avanguardia nell'industria e viaggiavamo su locomotive che tiravano anche 70 vagoni pieni di merci prodotte.
Noi che abbiamo la classe operaia più intelligente e più capace del mondo,siamo tornati,grazie a questa gentaccia a fare i lavori terziari adatti a un popolo suddito.
Parlano di fare corsi di specializzazione per i giovani nella lucidatura delle scarpe dei turisti.
Ci vestiamo da pagliacci e aspettiamo il turista che vuole una foto, con noi vestiti da antichi romani.
Facciamo le statue sulle piazze e mangiamo anche il fuoco.
Mio figlio sta facendo un corso alla regione,per camminare sui vetri e sui carboni accesi.
Nuovi lavori.
Torniamo a fare la pizza come la sanno fare solo gli italiani.
Fare la comparsa per film americani.
Portare a spasso i cani.
Quante cose può fare il vecchio Cipputi!
In tempi come questi,si possono fare anche i spacciatori di droga e perche no,anche i ruffiani e mandare le nostre compagne a fare marchette per le strade.
Una grande carriera abbiamo alle porte| 08-03-2010 20:25 - mariani maurizio